È questa la terza volta che mi si offre qui in Svizzera l’occasione di parlare di un determinato aspetto dell’Avvenimento più grande della storia della Terra e dell’Umanità. La prima volta fu, quando in Basilea riuscì possibile parlare di questo evento dal punto di vista che suggerisce il Van-gelo di Giovanni; la seconda volta quando fu possibile esporre quell’aspetto caratteristico dell’evento, che trova la sua base nel Vangelo di Luca; e questa volta, la terza, l’impulso per la mia esposizione dovrà partire dal Vangelo di Matteo. Già spesso ho indicato, che v’ha uno speciale significato nel fatto, che quell’evento ci resti conservato in quattro documenti, i quali, in certo qual modo, differiscono apparentemente fra di loro. Ciò che dà motivo alle odierne opinioni materialistiche esteriori di svolgere una critica negativa e distruttiva è appunto quello, che alla nostra convinzione antroposofica appare di speciale significato. Nessuno dovrebbe ardire di giudicare un essere o un fatto qualsiasi considerandolo da un lato solo. Più volte mi son servito dell’esempio, che chi fotografa un albero da una sola parte non può affermare che questa fotografia sia la vera riproduzione di ciò che l’albero manifesta nel suo aspetto esteriore; quando invece l’albero venisse fotografato da quattro parti se anche se ne ottenessero quattro diverse immagini poco somiglianti fra di loro, sarebbe tuttavia possibile di ottenere dalla visione complessiva di queste quattro immagini, la figura completa dell’albero. E se questo risulta così evidente per un caso qualunque, come sarebbe mai possibile credere che un evento, che contiene in sè la massima pienezza del divenire, la massima pienezza, per noi uomini, di ciò che v’ha di essenziale nell’esistenza, venga compreso, se lo si considera da un solo lato? Non sono dunque contraddizioni quelle che si affacciano a noi nei quattro Vangeli. Si tratta qui piuttosto del fatto, che i singoli espositori erano coscienti, che ognuno di essi era capace di descrivere questo possente avvenimento da un solo aspetto, e che l’umanità può riuscire, per mezzo della visione complessiva di queste diverse descrizioni, ad acquistarsi gradatamente, un quadro dell’insieme. Noi pure dunque dobbiamo essere pazienti e cercare di avvicinarci a poco a poco a questo massimo evento del divenire della Terra per mezzo di queste quattro versioni; sviluppando anche ciò che possiamo sapere con l’aiuto di questi documenti, ai quali viene dato il nome di Nuovo Testamento.
Da quanto altre volte è stato detto potete già comprendere come si possano precisare i quattro diversi punti di partenza, o punti di vista dei Vangeli. Anzitutto però, prima di caratterizzare sia pure in modo esteriore, questi quattro punti di vista, vorrei farvi osservare, che non intendo principiare questo ciclo di conferenze come si usa oggidì iniziare la descrizione dei Vangeli, o di un singolo Vangelo. – Generalmente si comincia col voler descrivere la loro genesi storica. Ci converrà meglio di esporre, quando saremo giunti alla fine del nostro ciclo, ciò che vi è da dire sulla storia della genesi del Vangelo, per esempio, di Matteo. Perchè è naturale, e con l’esempio di altre scienze si potrebbe anche dimostrare, che la storia di una qualsiasi cosa si può capire soltanto quando si sia compresa la cosa stessa. Nessuno, per esempio, potrà avvicinarsi con profitto a una storia dell’aritmetica, se non sa niente di aritmetica. Di solito la descrizione storica viene collocata alla fine, e dove ciò non è, la distribuzione si trova in contraddizione con le esigenze naturali della conoscenza umana. Favoriremo dunque queste esigenze naturali della conoscenza umana e cercheremo di vagliare il contenuto del Vangelo che vogliamo esaminare, e di approfondirci poi alquanto nella descrizione del divenire storico di quel Vangelo.
Se facciamo che i Vangeli operino su di noi «dall’esteriore», ci è già possibile sentire una certa qual differenza nel modo come essi espongono e parlano. Se lasciate particolarmente agire su di voi quanto è stato detto nelle mie conferenze sul Vangelo di Giovanni e sul Vangelo di Luca, allora sperimenterete in modo ancora più preciso il sentimento corrispondente proprio a questi due Vangeli. Se si approfondisce il Vangelo di Giovanni conviene dire, che ovunque si tenti di penetrare in quelle poderose comunicazioni, si rimane avvinti da un senso di grandezza spirituale verso la quale inalziamo riverenti lo sguardo; e che si può vedere nel Vangelo di Giovanni come esso ci sveli la vetta suprema cui la saggezza umana può elevare lo sguardo, la vetta suprema che potrà gradatamente diventare accessibile alla conoscenza umana. L’uomo, per così dire, sta in basso e guarda in alto verso una vetta dell’esistenza del mondo e dice a sè stesso: «Per quanto piccolo lui possa essere come uomo, il Vangelo di Giovanni ti permette d’intuire, che nella tua anima s’immerge qualcosa che ti è affine e che si impadronisce di te come un senso dell’infinito». Così, quando parliamo del Vangelo di Giovanni, è principalmente la grandezza spirituale degli esseri cosmici, la quale è affine all’uomo, che penetra nella nostra anima. Ricordiamoci ora, (poichè molti, che sono oggi presenti, hanno assistito alle conferenze sul Vangelo di Luca), del sentimento che ci invadeva durante l’esposizione di quel Vangelo. Tutto ciò in cui questa descrizione del Vangelo di Luca doveva allora penetrare era diverso. Se nel Vangelo di Giovanni è principalmente la grandezza spirituale, verso la quale alziamo riverenti lo sguardo, e che come un soffio magico penetra nell’anima nostra, quando ci abbandoniamo alle comunicazioni di quel Vangelo – nel Vangelo di Luca, invece, è l’intimità, è l’anima stessa che ci muove incontro; è, vorrei dire, l’intensità di tutto ciò di cui le forze dell’amore sono capaci nel mondo, di ciò che le forze del sacrificio compiono nel mondo, quando di esse possiamo diventare partecipi. Se il Vangelo di Giovanni ci mostra l’Entità del Cristo Gesù nella sua grandezza spirituale, il Vangelo di Luca, invece, ci palesa questa Entità nella sua infinita capacità di sacrificio, e ci fa intuire ciò che è avvenuto per virtù di tale sacrificio di amore, che come una forza pari ad altre forze pulsa e vibra attraverso il mondo, nell’insieme dell’evoluzione del mondo e dell’umanità. È dunque principalmente l’elemento del sentimento, quello in cui vibriamo e viviamo quando facciamo agire su di noi il Vangelo di Luca, ed è l’elemento della conoscenza, che ci parla delle ultime cause e degli ultimi fini di questa conoscenza, ciò che si presenta a noi nel Vangelo di Giovanni. Il Vangelo di Giovanni parla soprattutto alla nostra conoscenza, il Vangelo di Luca al nostro cuore; e questo lo si può sentire nei Vangeli stessi; ma vi era in noi anche il desiderio di ispirarci, in certo qual modo, a questa disposizione fondamentale nelle spiegazioni, che come descrizione scientifico-spirituale diamo di questi due documenti. Chi nel Vangelo di Giovanni o nel Vangelo di Luca non ha voluto udire che parole, non ha veramente udito tutto. Il modo e la maniera di parlare è stata radicalmente diversa nei due cicli di conferenze. E tutto deve di bel nuovo essere differente quando ci avviciniamo al Vangelo di Matteo.
Nel Vangelo di Luca, tutto ciò a cui diamo il nome di amore umano, quale esso era una volta nell’evoluzione dell’umanità, lo abbiamo veduto scorrere nell’Essere che è vissuto come Cristo Gesù al principio dell’èra nostra volgare. Se facciamo che il Vangelo di Matteo agisca su di noi soltanto esteriormente, dobbiamo dire, che è anzitutto un documento veramente più plurilaterale degli altri due, – anzi, sotto un certo riguardo, perfino più plurilaterale di tutti e tre gli altri Vangeli. Quando un giorno esporremo il Vangelo di Marco vedremo che anche questo, in certo qual modo, è unilaterale. Se il Vangelo di Giovanni ci palesa la grandezza della saggezza del Cristo Gesù, se il Vangelo di Luca ce ne dimostra la forza di amore, è nella descrizione del Vangelo di Marco che ci si affaccia, al di sopra di tutto, ciò che come forza, come potenze creatrici – si potrebbe dire – come splendore del mondo attraversa gli spazii dell’universo. Ma nel Vangelo di Marco, nell’esplicarsi dell’intensità della forza dell’universo, vi è qualcosa che ci soggioga. Quando veramente arriviamo a comprendere il Vangelo di Marco è come se la forza del mondo ci venisse rumoreggiando incontro da ogni parte dello spazio. Così ciò che si presenta a noi nel Vangelo di Luca è qualcosa che ci penetra con intimo calore nell’anima, – ciò che ci invade nel Vangelo di Giovanni è qualcosa che ci dà speranza per l’anima; ma quando facciamo agire su di noi il Vangelo di Marco c’invade come un terrore della potenza e dello splendore delle forze dell’universo, dinanzi alle quali potremmo quasi venir meno. Il Vangelo di Matteo è diverso. I tre elementi, e cioè l’elemento cognitivo largo di speranza e di promesse, l’elemento caldo di sentimento e di amore, e anche la maestosa grandezza dell’universo, si ritrovano tutti, – si potrebbe dire – nel Vangelo di Matteo. Ma essi si trovano, in certo qual modo, talmente attenuati, che nella loro attenuazione ci appaiono molto più umanamente affini, che non negli altri tre Vangeli. Di fronte alla conoscenza, alla grandezza dell’amore e dello splendore, quando facciamo agire su di noi gli altri tre Vangeli, ci sentiamo quasi mancare. Tutto ciò sta contenuto nel Vangelo di Matteo – ma vi è contenuto in modo, che siamo in grado di sopportarlo; ci è tutto umanamente più affine, di guisa che ci possiamo collocare non al di sotto, ma in un dato senso, allato di esso. Dal Vangelo di Matteo non restiamo mai annientati, sebbene esso contenga pure qualcosa di ciò che negli altri tre Vangeli può esercitare tale azione. Il Vangelo di Matteo perciò, di questi quattro documenti, è il più generalmente umano. Esso è il Vangelo che più ci rappresenta Gesù Cristo come uomo, in modo che quando lasciamo agire su di noi il Cristo Gesù di Matteo, in tutte le sue membra, in tutti i suoi atti, egli sta umanamente vicino a noi. Il Vangelo di Matteo, sotto un certo riguardo, è come un commento per gli altri tre Vangeli. Ciò che negli altri tre è a volte troppo grande perchè lo si possa abbracciare con lo sguardo, ci risulta chiaro, in proporzioni ridotte, per mezzo del Vangelo di Matteo. E se comprendiamo questo, una luce significativa si riverserà per noi sugli altri tre Vangeli. Dai singoli particolari tutto questo riesce facile a comprendere.
Consideriamo ora quello, che vogliamo esaminare, puramente dall’aspetto dello stile. Perchè il Vangelo di Luca ci possa descrivere come la suprema capacità di amore e di sacrificio di questo Essere, che chiamiamo il Cristo Gesù, sia affluita nell’umanità e nel mondo, fece d’uopo ricorrere a una corrente di umanità, che discende dai tempi primordiali del divenire terrestre; e Luca stesso ci descrive questa corrente fin su ai primordii dell’umanità. – Perchè ci venga dimostrato dove l’uomo può arrivare con la sua conoscenza e la sua saggezza e da dove trae principio verso la mèta alla quale questa conoscenza può giungere, il Vangelo di Giovanni ci mostra subito, fin dall’inizio, come la descrizione del Cristo Gesù poggi sul Logos Creatore stesso. Esso ci indica subito la spiritualità massima a cui la nostra conoscenza può arrivare. Veniamo subito condotti al culmine, a cui la conoscenza possa aspirare, a ciò che di più alto può vivere nel petto umano. Il caso diverso nel Vangelo di Matteo. Questo comincia coll’indicarci le condizioni ereditarie dell’uomo Gesù di Nazareth, quali sono venute, per cosi dire, a partire da un momento storico. Esso ci mostra le condizioni ereditarie entro un singolo popolo; come, in certo qual modo, tutte le qualità che si trovano riunite in Gesù di Nazareth, si sieno andate accumulando per via di eredità da Abraham in poi; come, per così dire, un popolo – attraverso tre volte quattordici generazioni – abbia fatto scorrere quanto di meglio aveva nel sangue, per rappresentare in modo più perfetto, in una Individualità umana, forze umane elevatissime. Il Vangelo di Giovanni ci conduce nell’Infinità del Logos; il Vangelo di Luca risale nell’immensità dell’evoluzione dell’umanità fino al suo inizio; il quadro d’un popolo, che dal capostipite Abraham, ha trasmesso per via di eredità le sue capacità per tre volte quattordici generazioni, ecco come il Vangelo di Matteo ci rappresenta l’uomo Gesù di Nazareth.
Qui si può soltanto accennare, che a colui, il quale vuol veramente comprendere il Vangelo di Marco, occorre, sotto un certo riguardo, conoscere le forze cosmologiche, che scorrono attraverso tutto il divenire del nostro mondo. Perchè il Cristo Gesù vien descritto nel Vangelo di Marco in modo, che ci vien mostrato, come dal Cosmo sia stato dato in una attività umana un estratto, un’essenza di ciò, che di solito vive come forze cosmiche nell’immensità degli spazii mondiali; ci viene mostrato come le azioni di Cristo Gesù siano, per così dire, estratti di attività cosmiche. L’uomo-Dio, il Cristo Gesù, come Egli sta sulla Terra, quale un estratto, per così dire, dell’attività solare con tutte le sue immensità, questo è ciò che il Vangelo di Marco ci vuol descrivere. Marco descrive dunque come l’attività stellare operi attraverso forme umane. – Il Vangelo di Matteo prende pure, in certo qual modo, l’attività stellare come punto di partenza. Nella descrizione della nascita di Gesù di Nazareth, questo Vangelo ci conduce a un punto, che, indicandoci la stella che guida, i tre Magi al luogo di nascita di Gesù, ci fa considerare il grande evento cosmico in modo che fatti cosmici si trovano in un determinato rapporto con il divenire dell’umanità. Ma il Vangelo di Matteo non ci descrive un’azione cosmica, come ce la descrive il Vangelo di Marco; non richiede che si elevi il nostro sguardo a questa azione cosmica. Ci indica tre uomini, tre Magi, e l’azione che l’elemento cosmico esercita su questi tre uomini; e noi possiamo rivolgerci a quei tre uomini per sentire ciò che essi sentono. È verso l’uomo, dunque, che esso ci indirizza, anche quando ci vogliamo inalzare a ciò che è cosmico; ci indica il riflesso del cosmico nel cuore degli uomini. Lo sguardo non viene condotto fuori nell’infinità dei mondi, ma ci viene indicata l’azione dell’elemento cosmico nei cuori umani.
Vi prego di accogliere questi accenni soltanto nei riguardi dello stile. Perchè il carattere fondamentale dei Vangeli è appunto quello di descrivere da aspetti diversi; è la maniera e il modo come descrivono che caratterizza ciò, che essi ci vogliono dire sul massimo evento dell’evoluzione dell’umanità e della Terra.
È di massima importanza il fatto, che nel principio del Vangelo di Matteo ci viene indicata la parentela più prossima per consanguineità di Gesù di Nazareth. Cosi vien risposto, in certo modo, al quesito:
«Come è stata creata questa personalità fisica di Gesù di Nazareth? Come si sono andate accumulando tutte le qualità di un popolo, fin dal capostipite Abraham, in quella unica Personalità, perchè in essa potesse manifestarsi quell’Entità, che noi chiamiamo l’Entità-Cristo?» A questa domanda ci vien risposto: perchè l’Entità-Cristo si potesse incarnare in un corpo fisico, occorreva che questo corpo fisico avesse delle facoltà, che poteva avere soltanto, se, sommate tutte le qualità del sangue di quel popolo che discendeva da Abraham, questa somma veniva ad essere riassunta in quella speciale Personalità: Gesù di Nazareth. Si deve dunque dimostrare, che questo sangue in Gesù di Nazareth riconduce veramente per via di generazioni fino al capostipite del popolo ebraico. Perciò l’essere di questo popolo, ciò che questo popolo è, soprattutto per la storia del mondo, per l’evoluzione dell’umanità e della Terra – si trova specialmente concentrato nella Personalità fisica di Gesù di Nazareth. Che cosa occorre dunque anzitutto conoscere, se si vuol cogliere l’intenzione del narratore del Vangelo di Matteo, nell’introduzione di quel Vangelo? Occorre conoscere l’essenza del popolo ebraico! Occorre poter rispondere alla domanda: Quale poteva essere il contributo che il popolo ebraico, appunto per la sua peculiarità, aveva da dare all’umanità?
La nostra storia esteriore, le descrizioni storiche esteriori materialistiche tengono poco conto di ciò che è stato qui esposto. Nella storia esteriore si descrivono i fatti esteriori. Ed essa effettivamente, poichè descrive in modo astratto, considera un popolo quanto l’altro. In questo modo però il fatto che è fondamentale per colui che vuol comprendere l’evoluzione dell’umanità, passa in seconda linea; e cioè, il fatto, che nell’evoluzione dell’umanità nessun popolo ha il medesimo compito dell’altro, che ogni popolo ha la propria speciale missione e i proprii speciali compiti. Ogni popolo deve contribuire la sua parte al tesoro comune, che l’evoluzione dell’umanità deve apportare alla Terra; e ognuna di queste parti è diversa, è una parte assolutamente determinata. Ogni popolo ha la sua speciale missione. Orbene, ogni popolo, perfino nei dettagli delle condizioni fisiche, è costituito in modo, da poter meglio contribuire la sua parte all’insieme dell’umanità. In altri termini: i corpi degli uomini che appartengono a uno stesso popolo mostrano una formazione, tanto del corpo fisico, quanto di quello eterico e di quello astrale – e una connessione fra questi corpi – tale da permettere ai medesimi di diventare strumenti adatti per effettuare il contributo, che ogni popolo deve apportare all’insieme dell’umanità. – Quale era l’apporto dunque che il popolo ebraico doveva in special modo arrecare, e come si plasmò allora l’essenza di questa partecipazione del popolo ebraico, nel corpo di Gesù di Nazareth?
Se si vuol comprendere la missione del popolo ebraico occorre esaminare più profondamente l’evoluzione generale dell’umanità. Sarà necessario qui di caratterizzare con maggior precisione molto di ciò che troverete appena accennato nella mia «Scienza Occulta» e in altre conferenze. Comprenderemo meglio la parte presa anche dal popolo ebraico all’insieme dell’evoluzione dell’umanità, se almeno con alcuni tratti caratteristici prenderemo per punto di partenza quella grande catastrofe nell’evoluzione dell’umanità a cui diamo il nome di catastrofe atlantea.
Quando la catastrofe atlantea a poco a poco si estese sulle condizioni della Terra, gli uomini che dimoravano allora sul vecchio continente atlanteo emigrarono da Occidente a Oriente. In questa emigrazione si distinguevano essenzialmente due correnti; una corrente che si diresse più verso settentrione, e un’altra che prese la via del sud. Abbiamo perciò una grande corrente di umanità di popolazione atlantea, che, attraversando Europa, passò in Asia; e se si osserva la regione che circonda il Mar Caspio, si ha a un dipresso il modo, come quest’emigrazione della popolazione atlantea si è gradualmente sparsa. Un’altra corrente invece attraversò l’Africa odierna, e in Asia si effettuò una specie di confluenza di queste due correnti, in certo modo come due fiumi che s’incontrano e formano un vortice. Ciò di cui ora dobbiamo principalmente interessarci, si è, di renderci chiaramente conto del modo di vedere, della speciale psiche di questi popoli, o per lo meno delle principali masse di questi popoli, che passarono dall’antica Atlantide in Oriente. Effettivamente, nella prima epoca postatlantea, l’intiera disposizione dell’anima era diversa da quella che dopo è divenuta, e specialmente da quella che è presentemente. Tutte queste masse di popoli possedevano una percezione chiaroveggente dell’ambiente circostante. Gli uomini, a quell’epoca, potevano ancora vedere, in certo modo, il mondo spirituale, e anche ciò che oggi viene veduto fisicamente, lo vedevano in modo più spirituale di noi. Vi era perciò allora una forma di vita e di psiche più chiaroveggente. Specialmente importante però è notare, che questa chiaroveggenza della popolazione postatlantea originaria, era, sotto un determinato riguardo, a sua volta differente, per esempio, dalla chiaroveggenza della popolazione atlantea stessa, nel vero fiore dell’epoca dell’evoluzione atlantea. Nel vero fiore dell’evoluzione atlantea, la capacità chiaroveggente, di cui gli uomini erano indubbiamente dotati in alto grado, era tale, che essi guardavano in modo puro in un mondo spirituale – e anche durante quell’epoca guardavano nel mondo spirituale in guisa, che le manifestazioni del mondo spirituale esercitavano nell’anima degli uomini degli impulsi verso il Bene. E si potrebbe dire perfino: che in questo fiore dell’evoluzione atlantea, chi più era capace di guardare nel mondo spirituale acquistava maggiore impulso verso il Bene; e chi meno vi poteva guardare acquistava impulso minore verso il Bene. Le trasformazioni ormai verificatesi sulla Terra erano indubbiamente tali, che già verso l’ultimo terzo dell’epoca atlantea, particolarmente però nell’epoca post-atlantea, per l’appunto gli aspetti buoni dell’antica chiaroveggenza erano andati sempre più scomparendo. Coloro soltanto che erano passati per un’educazione speciale nelle scuole d’Iniziazione avevano conservato gli aspetti buoni della chiaroveggenza atlantea. All’incontro, ciò che per via naturale era rimasto della chiaroveggenza atlantea, ha assunto nel corso del tempo sempre più carattere tale, che si può dire: ciò che gli uomini vedevano in quel mondo conduceva con molta facilità alla visione delle potenze malvagie, seduttrici e corruttrici dell’esistenza. Lo sguardo chiaroveggente dell’uomo a poco a poco non ebbe quasi più la forza di guardare le forze buone; ma invece l’umanità ancora poteva vedere ciò che era malvagio – ciò che poteva sedurre e corrompere gli uomini. E in determinate regioni era sparsa fra la popolazione post-atlantea una forma di chiaroveggenza tutt’altro che buona, che anzi, già per sè stessa, era veramente una specie di tentazione.
Questo tramontare dell’antica chiaroveggenza era ormai accompagnato dallo sbocciare e da una graduale evoluzione di quella percezione sensoria, che riconosciamo come normale per l’umanità attuale. Le cose che gli uomini vedevano coi loro occhi nella prima epoca post-atlantea, e che l’uomo vede oggidì con i suoi occhi normali fisici, non esercitavano a quell’epoca influenze corruttrici, perchè non esistevano ancora le corrispondenti forze psichiche seduttrici. Quel mondo esteriore, che può diventare ora per l’uomo oggetto di tanto godimento, per quanto la vista di esso possa oggidì esercitare su di lui la massima seduzione, per l’uomo postatlanteo, invece, non costituiva una tentazione. Egli si sentiva invece tentato, quando sviluppava dei residui ereditari dell’antica chiaroveggenza; non vedeva quasi più l’aspetto buono del mondo spirituale, ma l’elemento luciferico e arimanico agiva su di lui con gran forza, in modo che egli vedeva le forze e le potenze che potevano essere seduttrici e ingannatrici. Per mezzo delle antiche sue forze ereditarie di chiaroveggenza, l’uomo dunque vedeva le forze luciferiche e arimaniche. Occorreva perciò che le Guide e i Direttori dell’evoluzione dell’umanità, che dai Misteri ricevevano la loro saggezza per la direzione dell’umanità, disponessero in modo che gli uomini, malgrado questa condizione di fatto, potessero nondimeno arrivare sempre più al Bene e alla Verità. – Ora, gli uomini, che dopo la catastrofe atlantea si erano estesi verso Oriente, si trovavano a gradi molto diversi di evoluzione. Si può dire, che quanto più ci si inoltrava nell’Oriente, tanto più il grado di evoluzione degli uomini era moralmente e spiritualmente elevato. In un determinato senso, ciò che per via della percezione esteriore si andava formando come un nuovo mondo, agiva con sempre maggior chiarezza; esercitava la sua azione sempre più in modo, da far agire sugli uomini la grandezza e lo splendore del mondo sensibile esteriore. E così succedeva, quanto più ci s’inoltrava nell’Oriente. Avevano forti disposizioni in questo senso specialmente quegli uomini, i quali vivevano, per esempio, nelle contrade al settentrione dell’India odierna, fin sul Mar Caspio, fino all’Oxus e l’Jaxartes. In queste regioni centrali dell’Asia si era stabilito un gruppo di popolazioni veramente capace di fornire il materiale a parecchie correnti di popoli, che si stendevano verso diverse parti del mondo – e anche a quel popolo, che abbiamo spesso caratterizzato nei riguardi della sua concezione spirituale del mondo, cioè, al popolo indiano antico.
In queste popolazioni del centro dell’Asia, poco tempo dopo la catastrofe atlantea, e in parte già durante la medesima, il senso per la realtà esteriore era già fortemente sviluppato. Perciò anche presso gli uomini incarnati in questa regione, era ancora un ricordo vivo – una specie di conoscenza-ricordo – di ciò che essi avevano sperimentato nel mondo atlanteo. E questo ricordo era specialmente forte presso quella massa di popolazione, che poi si diresse verso l’India; essa aveva veramente una forte comprensione per lo splendore del mondo esteriore, essa era la più progredita in fatto di osservazione delle percezioni sensorie esteriori; ma era quella popolazione presso la quale più fortemente era sviluppato il ricordo delle antiche percezioni spirituali dell’epoca atlantea. Presso questo popolo si sviluppò perciò una forte aspirazione in alto verso il mondo spirituale, del quale si ricordava, e ciò era una facilitazione per guardare nuovamente nel mondo spirituale. Ma al contempo vi era il senso, che quello che i sensi esteriori offrivano fosse maya o illusione. Perciò presso questo popolo sorse anche l’impulso a non curarsi particolarmente del mondo esteriore sensibile, ma a far di tutto perchè l’anima, per mezzo ora di uno sviluppo artificiale – per mezzo del Yoga – si potesse elevare a ciò, che durante l’antica epoca atlantea l’uomo poteva direttamente avere dal mondo spirituale. Questa peculiarità di svalutare il mondo esteriore e di considerarlo come maya o illusione, e di sviluppare perciò soltanto quegl’impulsi, che tendono alla spiritualità – questa aspirazione, dico, era meno pronunziata presso quella parte della popolazione, che era rimasta nel Nord dell’India. Questa era però una popolazione, che si trovava in tragicissima situazione. Tutta la peculiare disposizione del popolo indiano portava l’uomo indiano dell’epoca antica a compiere con una certa qual facilità un determinato sviluppo di Yoga, per mezzo di cui poteva di nuovo arrivare alle regioni, nelle quali era vissuto durante l’epoca atlantea. Gli era facile di superare ciò che egli doveva considerare come illusione; la sorpassava nella conoscenza. Per lui la più alta conoscenza era quella di sapere: «questo mondo sensibile è illusione, è maya; ma me tu evolvi la tua anima, se ti dai pena, allora arrivi a quel mondo che risiede dietro al mondo dei sensi». L’indiano superava dunque, per mezzo di un processo interiore, ciò che considerava come maya o illusione, e che egli appunto voleva superare.
Il caso era diverso presso i popoli nordici, i quali vengono chiamati, nella storia, Ariani, in senso più stretto, cioè presso i Persiani, i Medi, i Bactriani, ecc. Là pure il senso per la visione esteriore, per l’intelletto esteriore, era fortemente sviluppato; ma la spinta interiore, l’impulso a voler arrivare per mezzo dell’evoluzione interiore, per mezzo di una specie di Yoga, a ciò che l’uomo atlanteo possedeva in modo naturale, non era in loro specialmente forte. Presso i popoli nordici il ricordo non era così vivo da far sì, che essi lo trasformassero in uno sforzo per superare con la conoscenza l’illusione del mondo esteriore. Presso questi popoli nordici il ricordo non vi era la disposizione d’animo degl’indiani. Per la loro disposizione d’animo ognuno di questi popoli, l’Iranico, il Persiano, il Medo pensava a un dipresso – se si volesse esprimere con le nostre parole attuali si potrebbe dire così: «se come uomini eravamo una volta nel mondo spirituale, e se abbiamo sperimentato e veduto la spiritualità – e se ora ci troviamo trasferiti nel mondo fisico, davanti a un mondo che vediamo con i nostri occhi, che comprendiamo con l’intelletto, che è connesso col cervello, la causa di tutto ciò non risiede soltanto nell’uomo; e ciò che vi è da superare non si può superare soltanto nell’interiorità dell’uomo; non si riuscirebbe a niente di importante». L’Iranico avrebbe detto: «poichè l’uomo è disceso in basso, non soltanto si deve essere verificata una trasformazione nell’uomo, ma si deve essere trasformata anche la Natura, e tutto ciò che vi è sulla Terra. Non può quindi bastare, che noi uomini lasciamo tutto quello che ci attornia così come sta, e diciamo semplicemente: «è tutto illusione, maya», e saliamo senz’altro nel mondo spirituale! Così veramente modifichiamo noi stessi, ma non ciò che si è modificato nell’intiero mondo circostante». Perciò egli non diceva: «la maya si estende là fuori – io stesso sorpasserò questa maya, trionferò in me stesso della maya e così arriverò al mondo spirituale!» No! egli diceva: «l’uomo fa parte dell’intiero mondo circostante; non è che una parte di esso. Quando dunque ciò che è divino nell’uomo, e che è disceso da altezze divine, deve essere trasformato, dovrà trasformarsi non soltanto ciò che è nell’uomo, ma anche ciò che è nell’ambiente che lo circonda!»
Questo atteggiamento diede a questi popoli specialmente l’impulso a lavorare energicamente alla trasformazione e alla rielaborazione del mondo. Mentre in India si diceva: «il mondo è disceso in basso, ciò che ci offre ora è maya!» più a Nord si diceva: «certamente, il mondo è disceso; ma dobbiamo modificarlo in modo che esso diventi di bel nuovo spirituale!» Meditare, meditare sulla conoscenza, questo era il carattere fondamentale del popolo indiano. Questo popolo se la sbrigava con il mondo dando il nome di illusione o di maya alle percezioni dei sensi. Forza d’azione, energia esteriore, volontà di trasformare ciò che vi è nella natura esteriore, questo era il carattere fondamentale degli Iranici e degli altri popoli nordici. Essi dicevano: «ciò che ci sta d’attorno è disceso dal divino; ma l’uomo è chiamato a ricondurlo al divino!» Ciò che, in ultima analisi, si trovava già nel carattere popolare degli Iranici, venne elevato al sommo e potenziato con la più grande energia dalle Guide spirituali che provenivano dai Misteri.
Si può comprendere completamente – anche esteriormente – ciò che si svolgeva a Oriente e al Sud del Mar Caspio, soltanto quando lo si paragona con ciò che si svolgeva più al Nord, in regioni dunque che confinano con la Siberia attuale, con la Russia attuale, fin dentro in Europa. Ivi erano uomini, che avevano conservato l’antica chiaroveggenza in allo grado, e presso i quali, sotto un certo riguardo, l’equilibrio si manteneva fra la possibilità dell’antica percezione spirituale e la visione sensoria, il nuovo pensiero intellettuale. Per gran parte di loro era ancora possibile la visione del mondo spirituale. Se si considera il carattere di questa loro visione nel mondo spirituale, la quale era indubbiamente già discesa a un gradino inferiore, e presso queste popolazioni era essenzialmente, come oggi si direbbe, una chiaroveggenza inferiore astrale, vediamo che ne risulta, per il complesso dell’evoluzione dell’umanità, una determinata conseguenza. Un uomo dotato di questa specie di chiaroveggenza diventa un uomo speciale, il suo carattere riceve una determinata tendenza. E ciò si vede particolarmente presso quelle popolazioni, che possedevano, come carattere popolare, questa chiaroveggenza inferiore. Un uomo siffatto ha essenzialmente tendenza a richiedere dalla natura circostante ciò che gli occorre per il sostentamento della propria vita, e di fare il meno possibile per trarlo dalla natura. Egli sa in conclusione – così come l’uomo odierno dotato dei sensi sa che vi sono le piante, gli animali, ecc. – che vi sono delle entità divino-spirituali, che risiedono in tutte le cose; perchè egli le vede. Egli sa, pure, che queste entità divino-spirituali sono potenze dietro le entità fisiche; ma egli le conosce con tanta precisione, da pretendere da esse che, senza molto suo lavoro, gli conservino anche l’esistenza in cui lo hanno posto. Si potrebbero addurre molti esempi, che sono espressioni esteriori della disposizione d’animo e del sentimento di questi uomini astralmente veggenti. Ma ne esporremo qui uno solo.
Nell’epoca che ora è importante per noi di considerare, tutte queste popolazioni dotate di una chiaroveggenza già in via di decadenza erano popolazioni nomadi, le quali senza essere stabili, senza fondare nessuna dimora fissa, si aggiravano come pastori, non prediligevano nessuna speciale contrada, non coltivavano nemmeno in particolar modo ciò che la Terra offriva, ed erano anche pronte volentieri a devastare ciò che avevano d’attorno, quando occorreva loro qualcosa per il sostentamento della vita. Ma a contribuire con la loro opera a elevare il livello della coltura, e a trasformare la Terra, queste popolazioni non erano disposte. Così è sorto il grande e importante contrasto, da annoverarsi forse fra i più importanti dell’evoluzione post-atlantea: il contrasto fra queste popolazioni più nordiche e le popolazioni iraniche. Presso gl’iranici si sviluppò l’aspirazione a ingerirsi nel divenire di ciò che accadeva attorno a loro, a prendere stabili dimore, a guadagnarsi col lavoro ciò a cui si può aspirare come uomo e come umanità, a trasformare dunque veramente la natura per mezzo delle forze spirituali umane. Tale era appunto in queste regioni l’aspirazione maggiore degli uomini. E accanto a questi si spinse invece verso il Nord quel popolo, che guardava nel mondo spirituale, che era, per così dire, a «tu per tu» con le entità spirituali, ma che non lavorava volentieri, non era stabile, e che non s’interessava affatto di far progredire il lavoro colturale nel mondo fisico.
Questo è forse il maggior contrasto che si sia formato esteriormente nella storia dell’epoca post-atlantea, e che è semplicemente una conseguenza dei diversi generi di evoluzione delle anime. È il contrasto che anche la storia esteriore conosce e indica, sebbene ne ignori le cause. È il grande contrasto fra Iran e Turan; si conosce questo contrasto anche nella storia, ma non se ne conoscono le cause. Ora le indicheremo.
Nel Nord – in Siberia – Turan, era quella massa di popolazioni dotata in alto grado di residui ereditari di una chiaroveggenza astrale inferiore, la quale, come conseguenza di questa vita nel mondo spirituale, non aveva nè tendenza, nè intendimento per fondare una coltura esteriore, ma che, essendo questi uomini di natura più passiva e avendo perfino spesso come sacerdoti dei maghi e degli stregoni inferiori, si occupavano, quando si trattava di spiritualità, di magia inferiore, anzi perfino in parte di magia nera; al Sud era l’Iran, quelle regioni, cioè, in cui per tempo sorse aspirazione a trasformare con i mezzi più primitivi, per mezzo della forza spirituale umana, ciò che ci vien dato nel mondo sensibile, perchè potessero sorgere in questo modo delle colture esteriori.
Questo è il grande contrasto fra Iran e Turan. In bel modo il mito, la leggenda ci indica, come la parte più progredita degli uomini di questa coltura emigrasse dal Nord nella regione, che abbiamo chiamata Iranica. E quando ci viene parlato di Gemscid, quel Re che dal Nord ha condotto i suoi popoli giù verso l’Iran; quando nella leggenda ci viene narrato che Gemscid ricevette da quel Dio, che gradatamente verrà riconosciuto e che egli chiamava Ahura Mazdao, un pugnale d’oro, con il quale doveva compiere la sua missione sulla Terra, dobbiamo renderci conto: che al re Gemscid, il quale ha tratto ed evoluto i suoi popoli dalle masse ignave dei Turanici, venne data, con quel pugnale d’oro, l’aspirazione alla saggezza, che è collegata con le forze esteriori dell’uomo, l’aspirazione la quale evolve di bel nuovo le forze decadute e le compenetra e le pervade di quanto l’uomo può acquistarsi di forza spirituale sul piano fisico. Questo pugnale d’oro ha scassato la Terra come un aratro, ha reso il terreno coltivabile, ha portato all’umanità le prime e più primitive scoperte, e ha continuato ad agire e tuttora agisce in tutto ciò di cui gli uomini si gloriano come di conquiste della loro civiltà. Ed è importante che il re Gemscid, il quale è disceso dal Turan nelle regioni iraniche, abbia ricevuto da Ahura Mazdao questo pugnale d’oro, che conferisce agli uomini la forza di elaborarsi il mondo esteriore dei sensi.
La medesima entità, dalla quale proviene questo pugnale d’oro, è anche il grande ispiratore di quella guida della popolazione Iranica, che conosciamo come Zarathustra, o Zoroastro, Zerdusht. E fu Zarathustra, in epoche primordiali – poco dopo la catastrofe atlantea, che impregnò quel popolo, che aveva tendenza a permeare la coltura esteriore di forza spirituale umana, dei beni che potè trar fuori dai sacri Misteri. Per questo Zarathustra doveva dare a quei popoli, che non possedevano più l’antica capacità atlantea di guardare nel mondo spirituale, nuovi orizzonti e nuove speranze verso il mondo spirituale. Così Zarathustra aprì la via di cui spesso abbiamo parlato, per la quale i popoli dovevano vedere che nel corpo di luce solare esteriore si trova soltanto il corpo esteriore di un Essere spirituale elevato, che egli – in contrapposto alla piccola aura umana – chiamò la «Grande Aura», Ahura Mazdao. Egli così voleva indicare che questo Essere, ancora in vero molto lontano, discenderebbe una volta sulla Terra, per unirsi sostanzialmente con essa nella storia dell’umanità, e per continuare ulteriormente la sua azione nel divenire dell’umanità. Zarathustra così indicando a questi uomini Ahura Mazdao, indicava lo stesso che è vissuto più tardi nella storia come Cristo.
Zarathustra o Zoroastro compì per la nuova umanità postatlantea un’opera grande e possente; l’umanità, priva di divinità, è stata da lui nuovamente portata all’ascesa alla spiritualità – egli le ha ridato la speranza che gli uomini, con le forze ormai discese sul piano fisico, potessero nondimeno arrivare alla spiritualità. L’antico Indiano arrivava a tornare all’antica spiritualità, in un determinato modo, per mezzo della disciplina del Yoga. Una nuova via è stata aperta agli uomini per mezzo di ciò che Zarathustra ha portato all’umanità.
Orbene, Zarathustra aveva un importante protettore. – Prego notare, che parlo di Zarathustra come di un essere, che i Greci già i ponevano 5000 anni prima della guerra di Troia, e il quale non ha perciò niente a che fare con quello che la storia esteriore indica come Zarathustra, e neppure con colui che viene indicato come Zarathustra all’epoca di Dario. – In queste antiche epoche Zarathustra aveva un protettore, che può essere indicato col nome divenuto poi comune, di Gushtasp. Abbiamo dunque in Zarathustra una natura sacerdotale possente che ci rivela il grande spirito solare, A
hura Mazdao, quella Entità che deve essere per gli uomini la guida per risalire dal piano fisico alla spiritualità – e in Gushtasp abbiamo la natura regale, di colui che era disposto a fare sul campo esteriore tutto ciò che le grandi ispirazioni di Zarathustra potevano diffondere nel mondo. Era perciò inevitabile, che queste ispirazioni e queste intenzioni che si facevano valere nell’antico Iran per mezzo di Zarathustra e di Gushtasp venissero a urtare con ciò che vi era immediatamente al Nord di questa regione. E in seguito di questo urto si sviluppò effettivamente una delle più grandi guerre mai state nel mondo, guerra di cui la storia esteriore poco c’informa, perchè si è verificata in tempi primordiali. Lo scontro fra Iran e Turan fu potente. Da questa guerra, durata non decenni, ma secoli, si sviluppò una determinata disposizione d’animo, la quale per lungo tempo è perdurata nell’interiore dell’Asia – questo stato d’animo si può esprimere a un dipresso nel modo seguente:
L’Iranico, l’uomo di Zarathustra, diceva a sè stesso all’incirca così: «ovunque si guardi vi è un mondo, disceso invero dalla spiritualità divina, ma che si palesa ora come decaduto dalle primiere altezze. Dobbiamo presupporre, che tutto ciò che vi è attorno a noi come mondo degli animali, delle piante, dei minerali fosse prima più elevato, e ora sia caduto in decadenza; l’uomo però ha la speranza di ricondurlo di nuovo in alto». Consideriamo, per esempio, l’animale. Parliamo in modo da interpretare con le nostre parole ciò che viveva nel sentimento dell’uomo iranico e parliamo a un dipresso come un maestro parlerebbe a scuola ai suoi scolari, per caratterizzare una siffatta disposizione di animo; potremmo allora dire: «Guarda ciò che ti attornia, tutto ciò era prima più spirituale; ora è caduto in decadenza. Il lupo, per esempio, l’animale che sta nel lupo, l’essere sensibile che tu vedi, è disceso, è caduto in decadenza. Anzitutto esso non palesava prima le sue cattive qualità. Tu però, se germogliano in te delle buone qualità, se raccogli le tue buone qualità e le tue forze spirituali, puoi addomesticare l’animale; puoi intessere in lui le tue buone qualità. Dal lupo puoi allora formarti un cane addomesticato che ti serve! Nel lupo e nel cane hai così due esseri, che caratterizzano, in certo modo, due correnti nel mondo». Gli uomini, che impiegavano le loro forze spirituali per elaborare il mondo, circostante, erano in condizioni di addomesticare gli animali, di elevarli a un gradino superiore – mentre gli altri, che non adoperavano così le loro forze, lasciavano gli animali così come erano, in modo che questi hanno dovuto cadere sempre più in basso. Queste sono due forze diverse, che si palesano nel seguente stato d’animo: «se lascio la Natura così com’è, essa sprofonda sempre più in basso: allora tutto diventa selvaggio. Ma posso volgere i miei occhi spirituali verso una potenza buona di cui sono seguace; allora essa mi aiuta, e con il suo aiuto posso ricondurre in alto ciò che sta per discendere. Questa potenza, alla quale posso alzare lo sguardo, mi può dare la speranza di un’ulteriore evoluzione». Questa potenza s’identificava per gli Iranici con Ahura Mazdao ed essi dicevano: «Tutto ciò che l’uomo può fare per nobilitare le forze della natura, per inalzarle, può verificarsi, se l’uomo si unisce ad Ahura Mazdao, alla forza di Ormuzd. Ormuzd è una corrente che tende in alto. Ma se l’uomo lascia la natura com’è, allora si può vedere come tutto diventi selvatico. Ciò proviene da Arimane!» Si sviluppò allora la seguente disposizione d’animo nella regione iranica: «al Nord si aggirano molti uomini; essi sono al servizio di Arimane; sono uomini di Arimane, che non fanno che aggirarsi per il mondo, e prendere ciò che la Natura offre, senza volersi adoperare a spiritualizzarla. Noi però vogliamo unirci con Ormuzd, con Ahura Mazdao!»
Così veniva sentita nel mondo la dualità che veniva allora ad affiorare. Così si sentiva nell’Iran e nel Turan. Così sentivano gl’Iranici, gli uomini di Zarathustra; e ciò che essi così sentivano lo espressero anche nelle leggi. Essi volevano organizzare la loro vita in modo, che nella legislazione esteriore venisse ad esprimersi la tendenza verso l’alto. Questa era la conseguenza esteriore dell’insegnamento di Zarathustra. Così dobbiamo parlare dell’opposizione fra Iran e Turan. E quella guerra, di cui la storia occulta c’informa con tanta esattezza, la guerra fra Ardsciasp e Gushtasp, dei quali uno era Re dei Turanici e l’altro era Protettore di Zarathustra, questa guerra dunque la vediamo continuarsi come contrasto fra Nord e Sud, nella disposizione d’animo delle due regioni di Iran e di Turan. Se comprendiamo questo, vedremo scorrere da Zarathustra una determinata corrente animica sull’intiera umanità, dove egli ha esercitato la sua azione.
Era necessario caratterizzare anzitutto l’intiero «milieu», l’intiero ambiente nel quale Zarathustra si trovava situato. Poichè sappiamo che quella individualità, la quale s’incarnò nel sangue che da Abraham era scorso attraverso tre volte quattordici generazioni, e che viene presentata nel Vangelo di Matteo come Gesù di Nazareth, era l’individualità di Zarathustra. E abbiamo dovuto rintracciarla anzitutto dove essa dapprima a noi si affaccia, nell’epoca postatlantea. E ora sorge il quesito: in quale modo il sangue che da Abraham scorreva nell’Anatolia attraverso le generazioni era proprio quello più tardi meglio adatto per la corporeità di Zarathustra? Difatti una delle seguenti incarnazioni di Zarathustra è Gesù di Nazareth.
Perchè questa domanda possa essere sollevata, è necessario sollevare prima un quesito riguardo al centro che si manifesta in questo sangue e trovarvi una risposta. Nell’individualità di Zarathustra troviamo questo centro, che s’incarna in questo sangue del popolo ebraico. Esporremo domani, perchè è proprio da questo sangue, da questo popolo, che Zarathustra ha dovuto trarre la sua corporeità.
Sarà necessario, nelle prime conferenze di questo ciclo, di ripetere alcune cose già dette nelle conferenze sul Vangelo di Luca. Alcuni fatti della vita del Cristo Gesù si possono capire soltanto se si confrontano questi due Vangeli.
Ciò che più importa per l’intima comprensione del Vangelo di Matteo è il fatto, che quella Individualità, della quale questo Vangelo principalmente ci intrattiene, proviene, in quanto a corporeità, da Abraham, e attraverso l’eredità per tre volte quattordici generazioni porta in sè, per così dire, un estratto dell’insieme della nazionalità degli Abramiti, degli Ebrei; che questa Individualità, per il cultore della scienza dello spirito, è la medesima che chiamiamo Zoroastro, o Zarathustra. Ieri abbiamo descritto, in certo qual modo, l’ambiente esteriore nel quale questo Zoroastro o Zarathustra ha esercitato la sua influenza. Sarà necessario esporre anche alcune delle concezioni del mondo e delle idee che dominavano nei circoli di Zarathustra. Bisogna dire, cioè, che nella sfera, in cui nelle epoche primordiali Zoroastro o Zarathustra esercitò la sua influenza, sorgeva una concezione del mondo, che nelle sue grandi linee è di grande importanza. Basta enunciare alcune delle massime che sempre possono essere considerate come insegnamento dello Zarathustra più antico, e queste poche sentenze già ci indicano le profonde basi dell’intiera concezione postatlantea del mondo.
Esteriormente già nella storia ci vien detto, che quell’insegnamento, nell’ambito del quale operò anche Zarathustra, proveniva da due principii, che indichiamo come principio di Ormuzd, entità buona e luminosa, e principio di Arimane, entità tenebrosa e malvagia. Ma al contempo, nella descrizione esteriore di questi sistemi religiosi, viene anche detto: che questi due principii – Ormuzd, o Ahura Mazdao, e Arimane – risalgono alla loro volta a un principio comune: Zeruane Akarene. – Che cosa è questo principio unitario (in certo modo) primordiale, dal quale derivano gli altri due principii che si contrastano nel mondo? Si traduce Zeruane Akarene generalmente con le parole «Il tempo increato». Si può dunque dire che la dottrina di Zarathustra riconduce in ultimo al principio primordiale, nel quale dobbiamo vedere «il calmo fluire del tempo nel corso del mondo». Indubbiamente queste parole di per sè stesse già significano, che non si può tornare a chiedere l’origine di questo tempo, di questo corso del tempo. – È importante che questa idea appunto penetri chiaramente nella nostra coscienza; cioè, che si può parlare di una cosa qualsiasi del complesso cosmico, senza essere interiormente giustificati a una ricerca ulteriore delle cause di un siffatto primo Principio. Il pensiero esteriore astratto degli uomini, quando gli vien indicata una causa, di rado si rassegna a rinunziare a cercare e ricercare sempre le cause di quella causa, e a rivolgere i concetti, per così dire, eternamente indietro, in modo da dover tornare a ricercare nuove cause. Se si vuol veramente rimanere sul terreno della scienza dello Spirito bisogna rendersi conto, per mezzo di profonda meditazione, che la ricerca dell’origine, della causa, deve pur fermarsi, deve finire a un dato punto, e che dopo di quello, se ancora si continua a chiedere delle cause, non si fa altro che un semplice giuoco del pensiero. Nella mia «Scienza Occulta» ho accennato a questo fatto relativo alla teoria della conoscenza. Ho detto che quando si vedono dei solchi sopra una strada, si potrebbe chiedere, che cosa li ha prodotti? Si può rispondere: le ruote di una carrozza. Si può chiedere oltre: dove si trovano le ruote della carrozza? Si può chiedere perchè i solchi sono stati tracciati dalla carrozza, e come risposta ci verrà detto: perchè essa è passata sulla strada. Si può chiedere ancora: perchè la carrozza è passata sulla strada? e si può avere la risposta: perchè essa ha dovuto condurre un uomo su quella strada. Ma con queste domande si arriva finalmente alle considerazioni, che hanno spinto l’uomo a servirsi della carrozza. E se non ci si arresta a questo, al fatto, cioè, che l’uomo ha avuto questa intenzione, e si chiedono ancora le cause di questa intenzione, si arriva finalmente a smarrire il contenuto effettivo intrinseco della questione e ci si impiglia in un giuoco di parole. – Così succede pure per le grandi questioni delle concezioni mondiali; a un dato punto bisogna arrestarsi. In ordine a ciò che risiede a base della dottrina di Zarathustra bisogna arrestarsi al tempo, al calmo fluire del corso del tempo. Quell’insegnamento divide a sua volta il tempo in due principii, o per dir meglio, da esso fa emanare due principii, un principio buono, un principio Luce, che ho caratterizzato assai concretamente nella mia ultima conferenza come principio di Ormuzd, e un altro principio malvagio, un principio delle Tenebre, il principio di Arimane. Orbene, questa concezione primordiale persiana poggia sopra una base straordinariamente importante, e cioè, che tutta la malvagità, il male del mondo, tutto ciò che nel suo aspetto fisico deve essere indicato come oscurità, come tenebre, non è originariamente malvagio, tenebroso, non è un male. Questo appunto ho fatto notare, che il pensiero persiano primordiale considera, per esempio, che il lupo, – che relativamente rappresenta, in certo qual modo, qualcosa di selvaggio, di malvagio, qualcosa in cui opera il principio di Arimane – si è sviluppato verso il basso, quando rimase abbandonato a sè stesso, e il principio di Arimane potè agire in lui; che dunque, in questo senso, il lupo è disceso da un essere, al quale non possiamo negare il Bene. Secondo la concezione primordiale persiana e ariana, a base di ogni divenire sta il fatto che la malvagità, la cattiveria, il male viene creato, perchè ciò che era buono nel suo primiero aspetto per un’epoca anteriore, ha conservato questo suo antico aspetto anche nelle epoche successive, – che dunque, invece di modificarsi, invece di progredire, ha conservato l’aspetto adatto a un’epoca anteriore. Tutto ciò che è malvagio, oscuro e cattivo, proviene, secondo la concezione primordiale persiana, semplicemente dal fatto, che l’aspetto di un essere, che in un’epoca passata era buono, è rimasto tale qual’era nell’epoca successiva, invece di modificarsi in conformità di questa. E l’urto che si verifica fra un siffatto modo di essere, trasportato da un’epoca anteriore in un’epoca successiva, e ciò che è progredito, fa nascere la lotta del Bene con il Male. La lotta fra il Bene e il Male, secondo la concezione primordiale persiana, altro non è, dunque, che la lotta fra ciò che nell’attualità ha forma giusta, e ciò che trasporta nell’attualità l’antica forma. Il Male non è dunque un Male assoluto, ma soltanto un Bene spostato, che era buono in un’epoca passata. Il Male dunque che si affaccia nell’attualità, comparisce come un fatto, che conserva nell’attualità un’epoca anteriore. Là dove il prima e il poi ancora non stanno in lotta fra di loro, scorre tuttora il Tempo indiviso, il Tempo non realmente scisso nei suoi singoli momenti.
Questa è una concezione profondamente importante, che troviamo qui fra le prime popolazioni postatlantee, nella dottrina di Zarathustra. Questa concezione, che possiamo anche considerare come il principio fondamentale della dottrina di Zarathustra, racchiude in sè, quando è considerata in modo giusto, proprio ciò che ieri abbiamo potuto caratterizzare da un determinato aspetto, e che vediamo tanto spiccatamente in quelle popolazioni appunto, che si poggiavano sulla dottrina di Zarathustra. Presso tutte queste popolazioni troviamo la conoscenza della necessità, che questi due momenti, nati, per così dire, dalla uniforme corrente del tempo, si pongano nel tempo l’uno di fronte all’altro – e soltanto nel corso del tempo vengano superati; la conoscenza della necessità, che sorga il nuovo e si conservi il vecchio, e che nel pareggio fra vecchio e nuovo venga gradatamente raggiunto lo scopo del mondo e particolarmente lo scopo della Terra. Questa concezione, quale ora è stata caratterizzata, risiede a base di ogni evoluzione superiore, che sia sorta da ciò che proviene dal Zarathustrismo. Dacchè nelle epoche ieri descritte quelle regioni si possono indicare come dimora primordiale dello Zarathustrismo, questa dottrina, ovunque si è presentata, ha esercitato la sua azione (e vedremo subito con quale infinita forza ha agito nelle epoche successive); essa ha agito in modo, da instillare il contrasto fra vecchio e nuovo in tutto ciò che operava; e ha esercitato azione profonda.
Zarathustra potè agire così profondamente su tutte le epoche successive, perchè quando si elevò fino all’iniziazione più alta, alla quale alla sua epoca si potesse arrivare, si era educato due discepoli. Già ho parlato di loro. – A uno di questi, egli insegnò tutto ciò che riguarda i misteri dello spazio che si distende sensibilmente intorno a noi, – tutto ciò, dunque, che sono misteri del simultaneo; all’altro discepolo, egli insegnò tutto ciò che sono misteri del tempo fluente, misteri dell’evoluzione, dello sviluppo. Ho anche accennato al fatto, che in un discepolato come quello che esisteva fra questi due grandi discepoli e Zarathustra, a un determinato momento si verifica qualcosa di speciale, che, cioè, il Maestro può sacrificare ai suoi discepoli qualcosa della propria entità. E Zarathustra, quale egli era nell’epoca in cui era Zarathustra, dalla propria entità ha sacrificato ai suoi due discepoli il suo corpo astrale e il suo corpo eterico. L’individualità di Zarathustra, l’intima sua essenza, si è conservata, in sè racchiusa, per sempre nuove incarnazioni. Ma ciò che in certo modo era la veste astrale di Zarathustra, il corpo astrale, in cui egli è vissuto come Zarathustra in epoche primordiali dell’evoluzione post-atlantea, questa veste astrale, dico, era così perfetta, talmente impregnata dall’intiera essenza di Zarathustra, che non perì, come le altre vesti astrali degli uomini, ma rimase chiusa in sè stessa. Nel divenire dei mondi, degli involucri umani siffatti possono conservarsi in sè racchiusi, per virtù della profondità dell’individualità che li ha portati. E il corpo astrale di Zarathustra rimase conservato. E quel discepolo, che aveva ricevuto da Zarathustra l’insegnamento dello spazio e i misteri di tutto ciò che di sè penetra simultaneamente il nostro spazio sensibile, rinacque in quella personalità, che nella storia vien chiamata Thoth, o Ermete dagli Egizi. E questo discepolo rincarnato di Zarathustra destinato – così c’insegna la ricerca occulta – a divenire il Thoth o Ermete Egizio, doveva, non soltanto consolidare in sè tutto ciò che in un’incarnazione anteriore egli aveva ricevuto da Zarathustra, ma doveva anche effettuare questo consolidamento per virtù del fatto che, nel modo consentito dai sacri Misteri, gli venne incorporato, versato, infiltrato il corpo astrale, che era stato conservato, di Zarathustra stesso. Così l’individualità di questo discepolo di Zarathustra rinacque come inauguratore della civiltà egizia, e a questo Ermete o Thoth venne incorporato il corpo astrale dello stesso Zarathustra. Nell’Ermete egizio troviamo dunque un organo diretto dell’entità di Zarathustra. E con questo organo, e con ciò che egli aveva portato seco dal suo discepolato con Zarathustra, Ermete influì sulla civiltà egizia, e in essa operò tutto quello che di grande e di importante essa contiene.
Perchè si potesse verificare ciò che è successo per mezzo di questo missionario di Zarathustra, doveva naturalmente esservi una popolazione adatta. Soltanto fra quelle popolazioni, in cui vi erano uomini, emigrati dalle regioni atlantee verso il Sud, che si erano stabiliti nell’oriente dell’Africa, e avevano conservato gran parte del genere atlanteo di chiaroveggenza, vi era terreno fertile, atto ad accogliere ciò che Ermete, il discepolo di Zarathustra, poteva inoculare. È là, che l’essenza dell’anima della popolazione egizia si scontrò con ciò che Ermete poteva dare, e da questo incontro si formò la coltura egizia. Questa, ormai, era un genere del tutto speciale di coltura. Riflettete che tutto ciò che contiene i misteri della contemporaneità, di ciò che coesiste nello spazio, era stato trasmesso come prezioso dono a Ermete dal suo maestro Zarathustra. E perchè questo dono è stato possibile, Ermete possedeva nella sua saggezza proprio ciò che di più importante era stato in potere di Zarathustra. Spesso abbiamo rilevato, essere la caratteristica più spiccata dell’insegnamento di Zarathustra, che egli indicava ai suoi seguaci il corpo solare, la luce esteriore e il corpo di luce fisica esteriore del sole, e mostrava loro, come questo corpo solare non fosse che l’involucro esteriore di un’Entità spirituale elevata. Dunque di tutto ciò che sta a base dello spazio come entità dell’intiera natura, di ciò che è simultaneo, ma che procede sempre attraverso il tempo di epoca in epoca e si palesa a una determinata epoca, di tutto ciò Zarathustra aveva affidato i misteri a Ermete. Tutto ciò che promana dal Sole e da questo ulteriormente si sviluppa era in potere di Ermete. E questo appunto egli poteva deporre nelle anime di coloro, che erano provenuti dalla popolazione atlantea, perchè queste anime, come per dote naturale, già avevano esse stesse guardato i misteri solari e di questi avevano conservato qualcosa nella memoria. Tutto, in linea progrediente, era in evoluzione: si sono evolute, progredendo, tanto le anime di coloro, i quali dovevano accogliere la saggezza di Ermete, quanto Ermete stesso.
Il caso è diverso per il secondo discepolo di Zarathustra. Egli aveva accolto tutti quei misteri che si riferiscono al corso del tempo, e doveva pertanto accogliere assieme a quelli ciò che esiste nell’evoluzione come arresto del vecchio e del nuovo, come opposizione, come polarità in azione. Ma anche per questo discepolo Zarathustra aveva sacrificato una parte della propria entità, in modo che anche questo secondo discepolo potè, rinascendo, ricevere il sacrificio di Zarathustra. Mentre dunque l’individualità di Zarathustra rimase conservata, gli vennero distaccati gl’involucri; essi rimasero però intatti e non perirono, perchè erano stati tenuti assieme da un’individualità così potente. Questo secondo discepolo, il quale aveva ricevuto la saggezza del Tempo: – in contrapposto alla saggezza dello Spazio – ricevette, a un determinato momento della sua rincarnazione, il corpo eterico di Zarathustra, che questi aveva pure sacrificato, così come aveva sacrificato il suo corpo astrale. Questo discepolo di Zarathustra rinato, altri non è che Mosè. In Mosè, nella sua prima infanzia, viene incorporato il corpo eterico di Zarathustra. – Le tradizioni religiose realmente basate sull’occultismo contengono, in modo occulto, tutto ciò che ci riconduce a quei segreti, che ci vengono insegnati dalla ricerca occulta. Se Mosè era il discepolo rincarnato di Zarathustra e in lui doveva venire incorporato il corpo eterico conservato di Zarathustra, doveva verificarsi in lui qualcosa di speciale. Prima che egli ricevesse, come gli altri uomini le ricevono, le impressioni corrispondenti all’ambiente circostante, prima che le impressioni del mondo esteriore potessero penetrare nella sua individualità, l’eredità miracolosa che egli doveva ricevere da Zarathustra ha dovuto essere infiltrata nella sua entità. Questo appunto ci viene simbolicamente raccontato, quando è detto: «che egli venne posto in una cassetta e immerso nel fiume» ciò che rappresenta una meravigliosa iniziazione. Un’iniziazione consiste nel fatto, che l’uomo, per un determinato tempo, rimane segregato dal mondo esteriore, e che durante quel tempo gli viene instillato ciò che egli deve accogliere. Mentre Mosè, dunque, stava così segregato, potè, a un determinato momento, essere in lui incorporato il corpo eterico conservato di Zarathustra. Così potè fiorire in lui quella mirabile saggezza del Tempo, trasmessagli nel passato da Zarathustra, e di cui egli ora era dotato, e che poteva manifestare mostrando, in immagini adatte al suo popolo, la saggezza della consecutività del tempo. Perciò in Mosè le grandi immagini della Genesi possono presentarsi a noi come immaginazioni esteriori della saggezza del Tempo, saggezza che proviene da Zarathustra. Esse erano la conoscenza rinata, la saggezza rinata che Mosè aveva ricevuto da Zarathustra. E questa si era consolidata nella sua interiorità per il fatto, che egli aveva ricevuto l’involucro eterico di Zarathustra stesso.
Ma per un processo così importante per l’evoluzione dell’umanità non può bastare, che vi sia un iniziato a inaugurare un movimento culturale, bensì occorre pure che ciò che una siffatta grande individualità ha da immergere come germe culturale, possa venir versato nel relativo e adeguato germe del popolo. E se vogliamo esaminare il germe del popolo, la base del popolo, in cui Mosè poteva immergere ciò che da Zarathustra gli era stato trasmesso, sarà bene che ci occupiamo di una certa peculiarità della saggezza stessa di Mosè.
Mosè dunque, in una precedente incarnazione, era stato discepolo di Zarathustra. Egli aveva ricevuto allora la saggezza del Tempo e quei misteri che abbiamo indicato, cioè: che in tutte le epoche il vecchio viene a cozzare col nuovo e che da ciò sorge un’opposizione. Perchè Mosè potesse collocarsi con questa saggezza nell’evoluzione dell’umanità, occorreva che egli stesso, con la saggezza di genere diverso da quella di Ermete, si collocasse nell’evoluzione rappresentandovi un’opposizione. E così è successo. Possiamo dire: Ermete ricevette da Zarathustra la saggezza diretta, per così dire la saggezza solare, cioè, la conoscenza di ciò che in essenza vive misteriosamente nell’involucro fisico esteriore della luce e del corpo solare, ciò dunque, che va per via diretta. Non così Mosè. Questi ha ricevuto quella saggezza, che l’uomo conserva piuttosto nel corpo eterico più denso, che non nel corpo astrale. Egli ha ricevuto quella saggezza, che non alza soltanto lo sguardo al sole e domanda: che mai emana dall’Essere Solare? ma che comprende anche ciò che si contrappone alla luce solare, al bene solare – ciò che lavora su di sè, senza tuttavia lasciarsi deteriorare – ciò che è terrestre, che è diventato denso, che emerge dalla Terra come diventato vecchio, come solidificato – saggezza terrestre dunque, la quale vive bensì nella saggezza solare, ma che nondimeno è saggezza terrestre. I segreti misteri del divenire terrestre, del modo come l’uomo si evolve sulla Terra e ha evoluto la sostanzialità terrestre allorchè il sole si è distaccato dalla Terra: ecco ciò che Mosè aveva ricevuto. Questa però è appunto la ragione per cui, se consideriamo la quistione non esteriormente, ma interiormente, negl’insegnamenti di Ermete troviamo come un’assoluta opposizione alla saggezza di Mosè. – Senza dubbio vi sono certe concezioni nell’epoca presente, che nella considerazione di siffatte quistioni seguono il principio, che di notte tutte le mucche sono grigie! Esse vedono ovunque ciò che vi ha di uniforme e si rallegrano molto quando, per esempio, ritrovano nella dottrina di Ermete ciò che vi è in quella di Mosè: in questa una trinità, in quella una trinità – qui un quaternario, e là un quaternario. Ma con ciò si riesce a poco. A un dipresso è come se si volesse educare qualcuno alla botanica senza insegnargli la differenza per cui la rosa, per esempio, si distingue dal garofano, ma gli s’indicasse soltanto ciò che vi è di uguale in ambedue; Così non si arriva a niente. Dobbiamo sapere in che cosa le entità si differenziano fra di loro – e anche le saggezze. E così dobbiamo anche sapere che la saggezza di Mosè era affatto diversa da quella di Ermete. Ambedue provenivano bensì da Zarathustra; ma appunto come anche l’unità si scinde e si manifesta nei modi più diversi, così pure Zarathustra diede a due suoi discepoli rivelazioni di genere così differente.
Se lasciamo agire su di noi la saggezza di Ermete, troviamo tutto ciò che ci rende il mondo luminoso, che ci palesa quale sia l’origine dei mondi, e come la luce eserciti in essi la sua azione. Ma nella saggezza di Ermete non troviamo i concetti, che ci palesano al contempo come, in ogni divenire, il prima operi sul dopo, come il passato venga a trovarsi in lotta con il presente, e come le tenebre si contrappongano alla luce. Nella saggezza di Ermete, in fondo, non è contenuta la saggezza terrestre, che ci fa comprendere come la Terra si sia evoluta, con l’uomo, dopo il distacco dal sole. La particolare missione invece della saggezza di Mosè dovette essere quella, di far comprendere all’uomo la Terra, nel suo divenire, dopo il distacco dal sole. Ciò che Mosè doveva apportarci, era saggezza terrestre, – e ciò che Ermete doveva darci, era saggezza solare. Mosè dunque, quando ricorda tutto ciò che ha ricevuto da Zarathustra, viene illuminato sul divenire terrestre, sulla evoluzione terrestre dell’uomo. Egli, in certo modo, si parte da ciò che è terrestre. Ma questo terrestre è stato scisso dal sole, contiene, in certo qual modo, un riflesso dell’elemento solare; l’elemento terrestre gli muove incontro e s’incontra coll’elemento solare. E perciò anche la saggezza terrestre di Mosè ha dovuto effettivamente incontrarsi nell’esistenza concreta con la saggezza solare di Ermete. Questi due indirizzi dovevano incontrarsi. Il che, nella sua realtà, anche esteriormente ci viene mirabilmente rappresentato nell’urto fra Mosè, con la sua iniziazione, e la saggezza di Ermete. Nella sua nascita in Egitto, nell’emigrazione del suo popolo in Egitto, nell’urto del popolo di Mosè con il popolo egizio di Ermete, vi è il riflesso esteriore dell’urto della saggezza solare con la saggezza terrestre; saggezze, che ambedue provengono da Zarathustra, che però si riversano entrambe in correnti di evoluzione affatto differenti sopra la Terra, che insieme devono collaborare e coincidere.
Orbene, quella saggezza che è collegata con i metodi dei Misteri si esprime sempre in modo del tutto speciale sui misteri più profondi degli eventi umani, come pure degli eventi in generale. Già a Monaco, nelle conferenze sui «Misteri della storia biblica della Creazione», ho accennato al fatto, che di fronte a queste grandi verità, le quali abbracciano in generale non soltanto l’uomo nei suoi più profondi misteri, ma anche i fatti mondiali, è straordinariamente difficile parlare di queste cose in un linguaggio esteriore accessibile. Le nostre parole spesso sono veramente dei vincoli per noi; perchè esse hanno un significato pregnante preparato loro da lungo tempo. E quando, con le grandi verità che si rivelano all’anima nostra, ci avviciniamo al linguaggio, e vogliamo riversare nelle parole ciò che si rivela a noi interiormente, sorge una lotta contro questo strumento così debole del linguaggio, il quale, sotto un certo riguardo, è straordinariamente insufficiente. La banalità più grande che mai sia stata detta nel corso del 19° secolo e della più recente cultura in generale, e che infinite volte è stata ripetuta nell’epoca della cartasuga, si è, che ogni reale verità si possa esprimere in modo semplice, e che il linguaggio, con le sue forme di espressione, serva appunto di norma per dimostrare se qualcuno possegga o no la verità. Ma questa frase altro non esprime se non che coloro i quali l’enunciano, non posseggono la verità effettiva, ma soltanto quelle verità che sono state trasmesse loro attraverso il linguaggio nel corso dei secoli, e che essi si contentano di foggiare un poco diversamente. Per siffatta gente il linguaggio è sufficiente, ed essa non sente la lotta in cui spesso ci si trova impegnati con il linguaggio. Quando occorre dire qualcosa di grande e di possente questa lotta si affaccia pur troppo con estrema forza all’anima.
A Monaco già ho indicato, come, nel Mistero Rosicruciano «La Porta dell’Iniziazione», la fine della scena nella «sala di meditazione» abbia dato campo a una fiera lotta con il linguaggio. Ciò che l’jerofante doveva dire in quella scena al discepolo è cosa di cui soltanto una minima parte poteva venir riversata nel debole strumento del linguaggio.
Orbene, nei sacri Misteri appunto si esprimevano i segreti più profondi. Perciò in tutte le epoche, si è sentito nei Misteri, quale debole strumento sia il linguaggio e quanto inadeguato a rendere l’immagine di ciò, che veramente si vuol dire. Da qui nei Misteri in tutti i tempi la spinta a ricercare mezzi di espressione per quello che l’anima sperimentava interiormente. E i mezzi di espressione più deboli risultarono essere quelli, che l’uomo conserva da secoli per l’uso esteriore, per i rapporti esteriori. Invece risultarono adatte le immagini, che si palesano quando si svolge lo sguardo fuori nelle vastità dello spazio: le costellazioni, il sorgere di una determinata stella in una data epoca, l’occultazione a un determinato momento di una stella per mezzo di un’altra, insomma, le immagini, che si ottenevano in questa guisa, si potevano impiegare bene per esprimere ciò che in un determinato modo si svolge nell’anima umana. Spiegherò brevemente di che si tratta.
Supponiamo che si volesse dire, che a una determinata epoca un grande evento doveva verificarsi, per il fatto che un’anima umana, appunto a quell’epoca, diventava matura a sperimentare qualcosa di grande, da trasmettere ai popoli; o che si volesse dire, che il relativo popolo, o una grande parte dell’umanità aveva raggiunto uno speciale stato di maturità ed era salita nell’evoluzione a un determinato grado, (così veniva determinato il corso dell’evoluzione di questo popolo a una data epoca) – e che si volesse dimostrare come in questo popolo venisse a stabilirsi una individualità – proveniente forse da tutt’altra parte. Così il culmine dell’evoluzione di questa individualità veniva a coincidere con il culmine dell’evoluzione dell’anima del popolo, – e supponiamo che si volesse esprimere questa coincidenza nella sua singolarità. Tutto ciò, che in un tal caso si poteva dire col linguaggio, non avrebbe avuto azione abbastanza grande per riversare nel nostro sentimento l’importanza di un evento siffatto. Veniva perciò espresso in quest’altro modo: il coincidere della massima forza di una singola individualità con la massima forza di una singola Anima di popolo è, come quando il Sole sta nella costellazione del Leone, e da lì irradia la sua luce. Venne allora preso il segno del Leone per rappresentare, con espressione figurata, il fatto che doveva venire segnalato, in tutta la sua forza, nell’evoluzione dell’umanità. Ciò che si palesava così esteriormente nello spazio mondiale diventò un mezzo di espressione per ciò che si svolge nell’umanità. Da questo pro vennero le espressioni impiegate nella storia dell’umanità e che sono tratte dal corso degli astri. Esse erano mezzi di espressioni per i fatti spirituali nell’umanità. Quando viene detto, per esempio, che il sole sta nel segno del Leone, e che per mezzo di un evento celeste, come il coprirsi del sole con una determinata costellazione, viene simbolicamente espresso un evento nell’evoluzione dell’umanità, può succedere che le persone superficiali ne invertano il significato, e credano che tutti gli eventi che si riferiscono alla storia dell’umanità fossero prima velati nel mito, in eventi tratti dalle stelle; mentre in realtà, per esprimere ciò che si svolgeva nell’umanità, venivano tratte solo le immagini dalle costellazioni degli astri. Realmente il vero è sempre il rovescio di ciò che le persone superficiali prediligono. (Tutto ciò torna a comparire anche oggi esteriormente – in modo, che si dice lo stesso ma all’inverso. – «Queste cose possono essere vere, possono persino essere dimostrate. – Ma...»).
Questo rapporto con il cosmo dovrebbe riempirci di un senso di profondo rispetto per tutto ciò che ci vien detto dei grandi avvenimenti dell’evoluzione dell’umanità, e che viene espresso in immagini tratte dall’esistenza cosmica. Ma vi è tuttavia un rapporto occulto fra l’insieme dell’esistenza cosmica e ciò che si svolge nell’esistenza umana. Ciò che si svolge sulla Terra è un riflesso di ciò che succede nel cosmo. Anche l’incontro della saggezza solare di Ermete con la saggezza terrestre di Mosè, come si effettua in Egitto, è sotto un determinato rapporto una copia, un riflesso, di attività esteriori nel cosmo. Immaginatevi delle determinate influenze che dal sole irradino sulla Terra, e altre influenze che dalla Terra si riflettano nello spazio mondiale; non è per noi indifferente in quale punto dello spazio queste due influenze s’incontrino; perchè a seconda che esse s’incontrano vicino o lontano, anche l’azione di questo incontro fra raggi irradiati e quelli riflessi sarà diversa. Orbene, il cozzo fra la saggezza ermetica e la saggezza di Mosè nell’antico Egitto veniva rappresentato nei Misteri in modo da potersi paragonare con un fatto, che in fondo, secondo la nostra cosmologia spirituale, si era già altra volta verificato nel Cosmo. Sappiamo che originariamente vi fu un distacco fra sole e Terra, che poi la Terra rimase per qualche tempo ancora unita con la luna, e che poi una parte della Terra si staccò e mosse nello spazio, dove è rimasta come nostra attuale luna. La Terra dunque ha rimandato come luna una parte di sè nello spazio mondiale verso il sole; e simile a tale «irradiazione» della Terra verso il sole fu il peculiare processo dell’incontro in Egitto della saggezza terrestre di Mosè con la saggezza solare di Ermete.
La saggezza di Mosè, nel suo corso ulteriore, era qualcosa di cui si poteva dire che essa si sviluppava, dopo il distacco della saggezza solare, come scienza della Terra e dell’uomo, appunto come saggezza terrestre, ma in modo, che, crescendo, mosse incontro al sole e accolse ciò che come saggezza diretta proveniva dal sole, e se ne compenetrò. Ma essa si doveva compenetrare con la diretta saggezza solare soltanto fino a un determinato grado; oltre quello doveva progredire da sola ed evolversi indipendentemente. La saggezza di Mosè rimase perciò in Egitto soltanto finchè ebbe sufficientemente accolto ciò che le abbisognava; dopo vi fu «l’esodo dall’Egitto dei figli di Mosè», perchè ciò che come saggezza solare era stato accolto dalla saggezza terrestre venisse assimilato e ormai indipendentemente sviluppato.
Dobbiamo dunque distinguere due parti nella saggezza di Mosè: una, dove la saggezza di Mosè si sviluppa nel grembo della saggezza di Ermete, ne è, in certo qual modo, ovunque circondata e l’accoglie in sè di continuo; poi se ne distacca e si sviluppa separatamente dopo l’esodo dall’Egitto, continua a evolvere nel proprio grembo questa saggezza di Ermete – e raggiunge in questa ulteriore evoluzione tre tappe. In che senso deve evolversi la saggezza di Mosè? – Quale è il suo compito? Il suo compito deve essere quello di ritrovare la via del sole. Essa è diventata saggezza terrestre. Mosè nasce, e con ciò che Zarathustra gli ha dato, è un saggio sulla Terra. Egli deve ritrovare la via e la cerca nelle diverse sue tappe, impregnandosi nella prima tappa della saggezza di Ermete. Poi si evolve più oltre; ciò che egli attraversa su questa via si può meglio rappresentare con immagini di processi cosmici. Quando ciò che succede sulla Terra si riverbera nello spazio, allora, sulla via del sole, incontra dapprima Mercurio – (sappiamo già, che ciò che nell’astronomia abituale è Venere, nella terminologia occulta invece vien chiamato Mercurio – i due nomi s’invertono – e così pure ciò che viene abitualmente chiamato Mercurio, in senso occulto è Venere). – Se dunque dalla Terra ci si muove verso il sole, s’incontra dapprima l’elemento Mercurio, più oltre s’incontra l’elemento Venere, e poi l’elemento solare. Mosè doveva perciò sviluppare ciò che aveva ereditato da Zarathustra in processi interiori dell’anima, e in modo che sulla via del ritorno egli potesse ritrovare l’elemento solare. Egli vi si doveva dunque evolvere fino a un determinato grado. Ciò che egli ha impiantato come saggezza nella civiltà occidentale, doveva svilupparsi così come veniva dato al suo popolo. Il suo cammino perciò si svolse in modo che quello che Ermete portava direttamente proprio come raggi irradianti dal sole, Mosè lo sviluppò nuovamente sulla via del ritorno, a ritroso, dopo di aver prima accolto parte della saggezza di Ermete.
Orbene, ci vien detto che Ermete, il quale più tardi venne chiamato «Mercurio», ha portato al suo popolo l’arte e la scienza, il sapere esteriore del mondo, nel modo come al suo popolo poteva servire. In modo diverso, e per così dire contrapposto, Mosè doveva penetrare fino a questo punto raggiunto da Ermete-Mercurio, e sviluppare egli stesso a ritroso la saggezza di Ermete. Questo è rappresentato dal progresso del popolo ebraico fino al momento dell’epoca e del regno di Davide, il quale si presenta a noi come cantore reale dei Salmi, come profeta divino, che agiva, sia come uomo di Dio, quanto come portatore di spada – e anche come portatore dello strumento musicale: Davide, l’Ermete, il Mercurio del popolo ebraico, così ci viene descritto. Questa corrente della popolazione ebraica è allora arrivata a tanto, da produrre un ermetismo, un mercurismo indipendente. La saggezza ermetica, che essa aveva accolta, era dunque arrivata all’epoca di Davide fino alla regione di Mercurio. La saggezza di Mosè doveva progredire sulla via del ritorno, fino al punto in cui vi è la «regione di Venere», se così si può chiamare. La regione di Venere arrivò per l’ebraismo in quell’epoca, in cui la saggezza di Mosè, cioè quello che si era riversato sulla Terra attraverso i secoli come saggezza di Mosè, doveva unirsi con un elemento del tutto diverso, con una direttiva di saggezza, la cui radiazione, per così dire, proveniva da altra parte. Come ciò che dalla Terra vien riflesso nello spazio incontra sulla via del sole a un dato punto Venere, così la saggezza di Mosè s’incontra, nella «cattività babilonese», con ciò che dall’altra parte viene riflesso dall’Asia. È dunque con ciò che si manifestava in forma attenuata nei Misteri di Babilonia e di Caldea, che la saggezza del popolo ebraico, nella sua particolare evoluzione, si è incontrata nella cattività babilonese. Come se un viaggiatore partito dalla Terra, e sapendo ciò che vi è sulla Terra, attraversasse la regione di Mercurio e arrivasse a quella di Venere, e su Venere volesse accogliere la luce solare che su quella si riversa, così la saggezza di Mosè accolse ciò che era emanato direttamente dai santuari di Zarathustra e che si era propagato in forma attenuata nei Misteri e nei santuari dei Caldei e dei Babilonesi; questo è ciò che la saggezza di Mosè accolse durante la cattività babilonese. Ivi la saggezza di Mosè si unì con ciò che era penetrato fino alle regioni dell’Eufrate e del Tigri. Ma successe allora anche qualcosa d’altro. Effettivamente Mosè si era incontrato con ciò che una volta era emanato dal sole. Mosè – non egli stesso – ma ciò che aveva trasmesso al suo popolo con la sua saggezza, confluì in quei luoghi santi che la saggezza degli ebrei doveva calcare durante la cattività babilonese, confluì, dico, direttamente con l’elemento solare di questa saggezza. Perchè nei santuari dei Misteri dell’Eufrate e del Tigri, che i saggi ebraici conobbero allora, insegnava a quel tempo lo Zarathustra rincarnato. All’epoca a un dipresso della cattività babilonese, Zarathustra era rincarnato, e insegnava in quei Misteri; quel Zarathustra proprio, il quale aveva ceduto parte della propria saggezza per riacquistarne una parte. Egli stesso tornava sempre a incarnarsi e nella sua incarnazione come Zarathas o Nazarathos diventò il Maestro degli ebrei condotti nella cattività babilonese, che impararono a conoscere i santuari di queste regioni.
La saggezza di Mosè s’incontrò così nel suo corso, nel suo progresso, con ciò che Zarathustra stesso aveva potuto divenire, dopo che dai santuari più lontani dei Misteri, egli si era recato ai santuari dell’Asia anteriore. In questi, egli divenne il maestro dei discepoli iniziati della Caldea e di alcuni singoli maestri iniziati, nonchè di coloro, i quali ora accoglievano la fecondazione della loro saggezza mosaica da quella corrente, che poteva affluire verso di loro per il fatto, che ciò che Zarathustra aveva una volta insegnato al loro signore e avo, Mosè, poteva ora essere da loro nuovamente accolto direttamente da Zarathustra stesso, nella di lui incarnazione come Zarathas o Nazarathos. Questo era stato il destino della saggezza di Mosè. Essa aveva tratto di fatto origine da Zarathustra; era stata trapiantata in una regione straniera. Era come se un essere solare venisse portato giù, con gli occhi bendati, sulla Terra – e dovesse sulla via del ritorno ricercare tutto ciò che aveva perduto. Così Mosè era discepolo di Zarathustra; nella sua esistenza nella civiltà egizia egli si trovò in modo che tutto quello che Zarathustra una volta gli aveva dato tornava a risplendere nella sua interiorità. Ma era come se egli, segregato nel campo dell’isola terrestre, non sapesse donde gli risplendesse – e muovesse incontro a ciò che una volta era sole. Egli procedeva in Egitto verso la saggezza di Ermete, la quale portava ciò che era saggezza di Zarathustra per via diretta e non per via riflessa come la portava Mosè; e dopo che di quella ebbe accolto a sufficienza, la corrente della saggezza di Mosè proseguì direttamente nella propria evoluzione; e col fondare, all’epoca di Davide, una saggezza ermetica diretta, una scienza e un’arte propria, essa andò incontro al sole, dal quale era uscita con una forma, in cui dapprincipio aveva dovuto mostrarsi velata.
Zarathustra, nelle scuole babilonesi antiche, dove egli era anche maestro di Pitagora, poteva insegnare soltanto, come è possibile d’insegnare in un determinato corpo, limitato, cioè, dagli strumenti di quel corpo. Perchè Zarathustra potesse esprimere completamente l’elemento solare, che una volta aveva potuto esprimere e aveva trasmesso a Ermete e a Mosè, e perchè lo potesse esprimere con una nuova forma adatta al progresso dell’epoca, gli occorreva un involucro corporeo, che fosse strumento degno e adeguato al progresso dell’epoca. Soltanto in una forma condizionata da un corpo come quello da lui prodotto nell’antica Babilonia, Zarathustra poteva produrre di nuovo ciò che aveva trasmesso a Pitagora, ai savii ebraici e a quelli caldei e babilonesi, che al sesto secolo prima di Cristo erano capaci di ascoltarlo. Riguardo a ciò che Zarathustra poteva insegnare, era proprio come se la luce solare fosse sorta prima su Venere, e non potesse venire direttamente sulla Terra, come se la saggezza di Zarathustra non potesse palesarsi nella sua primitiva forma, ma soltanto in forma attenuata. Perchè la saggezza di Zarathustra potesse operare nella sua primitiva forma, occorreva che Zarathustra si circondasse di un corpo adatto. Questo corpo adatto poteva formarsi soltanto in un modo affatto speciale, che si potrebbe descrivere a un dipresso nel modo seguente.
Abbiamo detto ieri che vi erano in Asia tre diversi generi di anime di popolo; l’indiana al Sud, l’iranica, e la turanica nord-asiatica. Abbiamo detto che queste tre specie di anime si sono formate per il fatto, che la corrente nordica della popolazione atlantea si era mossa verso l’Asia e da lì si era irradiata. Un’altra corrente attraversò però l’Africa e mandò i suoi ultimi rampolli fin dentro all’elemento turanico. E là dove s’incontrarono queste due correnti, cioè, quella nordica emigrata dall’Atlantide in Asia, e quella che dall’Atlantide si era estesa attraverso l’Africa, si verificò una peculiare miscela; venne, cioè, a formarsi una popolazione, dalla quale è poi sorto il popolo ebraico. Con questa popolazione è successo qualcosa di speciale. Tutto ciò che abbiamo detto essere rimasto indietro come chiaroveggenza astrale-eterica in decadenza, e che presso alcune popolazioni era diventato sotto questa forma un male, in quanto, come in una sua ultima fase, era diventato una chiaroveggenza esteriore, in quella gente che formò il popolo ebraico, si volse verso l’interiore. Tutto ciò prese una direzione affatto diversa; anzichè palesarsi nell’azione esteriore di una chiaroveggenza inferiore, quale avanzo dell’antica chiaroveggenza atlantea, si presentò invece in questo popolo come azione organizzatrice nell’interiore del corpo. Ciò che esteriormente era qualcosa di decadente, ciò che, essendo rimasto conservativo, era diventato un elemento decadente della chiaroveggenza, compenetrato dall’elemento arimanico, progredì invece in modo giusto, divenendo una forza attiva nell’interiorità dell’uomo, una forza organizzatrice nell’interiorità dell’uomo. Non si esplicava nel popolo ebraico in una chiaroveggenza ritardataria, bensì organizzava la corporeità e la rendeva così coscientemente più perfetta. Tutto ciò che presso i Turanici era decadente esercitò invece azione creatrice e trasformatrice presso il popolo ebraico. Possiamo dire perciò: nella corporeità del popolo ebraico, la quale per via di eredità nella consanguineità era stata trasmessa da generazione in generazione, tutto ciò che aveva compiuto il suo tempo come visione esteriore, ciò che non doveva più essere visione esteriore, ma doveva passare in un altro campo di azione per trovarsi nel suo giusto elemento, ciò che aveva dato la forza agli Atlantei di guardare spiritualmente nello spazio e nelle regioni spirituali, ciò che era decaduto presso i Turanici come avanzo di chiaroveggenza, tutto ciò, dico, agiva in questo piccolo popolo ebraico in modo da essere rivolto invece verso l’interiore. Tutto ciò che presso gli Atlantei era divino-spirituale operava nel popolo ebraico nell’interiorità, formava gli organi, esercitava azione plasmatrice sul corpo e poteva perciò folgorare nel sangue del popolo ebraico come coscienza divina nell’interiorità. Nel popolo ebraico era come se tutto ciò che l’Atlanteo vedeva quando dirigeva lo sguardo chiaroveggente nelle varie direzioni dello spazio, fosse risorto intimamente – completamente rivolto verso l’interiorità – come organo della coscienza del popolo ebraico, come coscienza di Jahve o di Jehova, come coscienza del Dio nell’interiorità. Questo popolo trovò il Dio che è diffuso nello spazio, unito al proprio sangue; si trovò compenetrato, impregnato del Dio che sta disteso nello spazio, e sapeva che questo Dio viveva nella sua interiorità, nella pulsazione del suo sangue.
Mentre dunque da un canto, come ieri abbiamo descritto, vediamo contrapposti Iranismo e Turanismo, e mentre oggi contrapponiamo Turanismo ed Ebraismo, vediamo ciò che è decadente presso i Turanici, pulsare nel suo progresso e nel suo elemento, come più tardi doveva essere, nel sangue del popolo ebreo. Tutto ciò che l’Atlanteo ha visto rivive in modo da essere sentito interiormente, e si unisce in un’unica parola: nella parola Jahve o Jehova. Come concentrato in un unico punto, in un unico centro della coscienza di Dio, viveva in tutto, discendendo per le generazioni di Abraham, d’Isacco, di Giacobbe ecc. nel sangue delle generazioni, invisibile, ma interiormente sentito, quel Dio, che alla chiaroveggenza atlantea si è rivelato dietro a tutti gli esseri, che ora era il Dio nel sangue di Abramo, Isacco e Giacobbe e conduceva queste generazioni da un destino all’altro. In questo modo l’esteriore era diventato interiore: veniva sperimentato, non più veduto, e non veniva più indicato con diversi singoli nomi, bensì con un unico nome, con: «Io sono, l’Io sono!» Aveva assunto una forma affatto diversa. Mentre durante l’epoca atlantea l’uomo lo trovava dappertutto dove l’uomo non era, fuori nel mondo – ora invece lo trovava dove ha il suo centro: nel suo Io – e lo sentiva nel sangue, che scorre attraverso le generazioni. Il gran Dio dell’universo è diventato ora quel Dio del popolo ebraico, il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe che scorre nel sangue attraverso le generazioni.
Così viene fondato quel popolo, di cui esamineremo domani la speciale missione interiore per l’evoluzione dell’umanità. Oggi abbiamo potuto soltanto accennare al primissimo punto della costituzione del sangue di questo popolo, in cui è concentrato tutto ciò che nell’epoca atlantea l’uomo ha lasciato penetrare in sè. Vedremo quali misteri segreti si svolgono in ciò a cui soltanto abbiamo accennato, e impareremo a conoscere la peculiare natura di quel popolo, dal quale Zarathustra ha potuto prendere il suo corpo per quell’Essere che indichiamo come Gesù di Nazareth.
Prima di svolgere oggi il nostro tema, vorrei completare con una spiegazione grafica ciò che ieri è stato detto. Ho fatto notare che nei processi dell’evoluzione dell’umanità – specialmente quando si tratta dei grandi importanti processi della nostra esistenza – v’ha qualcosa che si può esprimere in modo caratteristico, per mezzo di un linguaggio tratto, per così dire, dai processi del Cosmo. Ho spiegato l’impossibilità di rappresentare con parole ordinarie, in modo chiaro e anche profondo, ciò che vi è da dire intorno a questi grandi Misteri.
Quando vogliamo caratterizzare quel processo importante che si può chiamare l’azione reciproca dei due grandi discepoli di Zarathustra, Ermete o Thoth e Mosè, converrà rappresentarlo come la ripetizione di un grande processo cosmico, tenendo conto però che quest’ultimo deve da noi certamente essere interpretato nel senso della saggezza occulta, nel senso della scienza occulta. Per rappresentarci questo processo cosmico dobbiamo tornare anzitutto indietro con lo sguardo a quell’epoca, in cui la nostra Terra si è distaccata dal suo sole, in cui ambedue, per così dire, hanno continuato a svolgere vita propria nel cosmo con centri indipendenti. Possiamo rappresentarci questo processo schematicamente, raffigurandoci in un remotissimo passato l’assieme della sostanzialità della Terra e del sole come un tutto, quasi come un grande corpo mondiale, che in un passato primordiale si è scisso. Indubbiamente occorre sempre tener presente, che così non teniamo conto di altri processi cosmici, che di pari passo accompagnarono il distacco del sole dalla Terra, come, per esempio, la scissione degli altri pianeti del nostro sistema solare. Per il nostro scopo possiamo non occuparci dapprima delle condizioni di tempo di questi altri distacchi, e possiamo dire: una volta dunque si è verificata, una scissione in modo (non disegno ora a secondo dell’astronomia moderna – ma schematicamente) che il sole ha formato un centro – e la Terra ne ha formato un altro.
Se dunque consideriamo questo momento della scissione della Terra dal sole dobbiamo anzitutto tener conto, che torniamo così con lo sguardo a epoche, in cui ciò che viene ora indicato come «Terra» conteneva ancora in sè, nel proprio grembo, la sostanzialità della nostra «luna» attuale, di guisa che in certo modo si trovano di fronte la Terra più la luna – e il sole. Tutto ciò che prima di questo distacco esisteva, in fatto di forze spirituali fisiche, si è scisso in modo che, per così dire, gli elementi più grossolani, le attività più dense, più grossolane, andarono con la Terra, mentre le attività spirituali eteriche più tenui, più elevate, andarono col sole. Ora dobbiamo rappresentarci, che durante un certo tempo non breve Terra e sole svolsero l’evoluzione della loro vita separatamente l’uno dall’altra – che dapprima tutto ciò che emanava dal sole verso la Terra era di natura affatto diversa da quelle influenze che si dimostrano oggidì attive dal sole sulla Terra. Abbiamo così dapprima un’esistenza della Terra, una vita della Terra che si palesa, per così dire, come una vita interiore, chiusa, della Terra, che poco accoglie della vita del sole e di ciò che spiritualmente – e, nella sua espressione, fisicamente, – irradia dal sole sulla Terra. In questa prima epoca del distacco del sole dalla Terra, quest’ultima, in certo qual modo, andava incontro a un inaridimento, a un disseccamento, a una mummificazione; e se la Terra avesse continuato a conservare la luna nel suo seno la vita che oggi vi è sulla Terra non sarebbe mai stata possibile. Mentre la Terra conteneva ancora in sè la luna, la vita del sole non poteva esercitare pienamente la sua azione; ciò ha potuto verificarsi soltanto più tardi, dopo che la Terra ebbe distaccato da sè ciò che oggi, è la luna, nonchè le entità spirituali che sono collegate con la luna, come pure la sostanzialità della luna. Orbene, a questo distacco della luna dalla Terra è collegato anche qualcosa d’altro. Dobbiamo renderci chiaramente conto, che tutto ciò che chiamiamo oggi vita sulla nostra Terra si è evoluto lentamente e gradatamente. E nella scienza dello Spirito indichiamo anche le successive condizioni, che si sono andate formando e sviluppando e che hanno reso possibile la vita terrestre; abbiamo difatti, prima, l’antica esistenza saturnia, poi, l’antica esistenza solare, l’antica esistenza lunare e soltanto alla fine la nostra esistenza terrestre. Dunque, ciò che indichiamo qui come «distacco» del sole o anche come passata unione della Terra con il sole; è stato preceduto da altri processi di evoluzione di natura affatto diversa; e cioè, dall’esistenza saturnia, da quella solare e da quella lunare, dalla quale poi soltanto si è evoluta finalmente la nostra esistenza terrestre. E quando la Terra comincia con la sua forma attuale, essa ancora è unita con la sostanza di tutti i pianeti che appartengono al nostro sistema solare, i quali si differenziano poi soltanto più tardi. Questo differenziarsi è l’effetto di forze che hanno agito durante l’esistenza saturnia, solare e lunare.
Orbene, sappiamo che durante l’esistenza saturnia non esisteva una configurazione della materia, della sostanza, come quella di oggi. Corpi solidi, liquidi, o acquei, o anche formati di gas, di vapore, o di aria non esistevano ancora sull’antico Saturno. Nell’intiera sua compagine vi era qualcosa che esisteva soltanto come calore; vi era una semplice differenziazione di calore, una semplice struttura di calore sull’antico Saturno. Possiamo dunque dire: l’antico Saturno aveva soltanto un corpo di calore e tutto ciò che si evolveva su di esso si evolveva nell’elemento del calore. – Non occorre qui che io ripeta, che dico questo, sapendo benissimo quanto sia impossibile per la fisica odierna d’immaginarsi un siffatto corpo costituito di solo calore; il «calore» del resto oggidì è per la fisica attuale soltanto una condizione, e non qualcosa di sostanziale. Ma la fisica attuale non ci riguarda, dobbiamo occuparci soltanto della verità.
L’evoluzione continua il suo progresso dal corpo di calore di Saturno al successivo stato dell’antico sole. In questo il corpo di calore di Saturno si densifica, in certo qual modo, come è stato descritto nella mia «Scienza Occulta». Naturalmente una parte del calore rimane: ma il corpo di calore si densifica in parte, e diventa la condizione gassosa, aeriforme del sole. Ma con questo processo è connessa non soltanto una densificazione, ma anche una rarefazione. Si verifica con ciò anche un’evoluzione in alto verso la luce. Possiamo dunque dire: se passiamo dallo stato di calore dell’antico Saturno allo stato del Sole, arriviamo a un mondo il cui corpo ha in sè aria, calore e luce. E se poi dal sole procediamo oltre, all’antico stato lunare, che ha preceduto il nostro stato terrestre, troviamo che si presenta di bel nuovo una densificazione; troviamo ora soltanto uno stato gassoso o aeriforme, ma accanto a questo, anche uno stato acqueo. Ma nella direzione opposta, in certo modo verso la spiritualizzazione, verso l’eterizzazione, si è verificata pure una modificazione. Vediamo che durante lo stato lunare non vi è soltanto luce, ma anche ciò che si chiama etere del suono, che è identico all’attuale etere chimico. Ciò che Viene indicato qui come «etere del suono» non è lo stessa di ciò che indichiamo fisicamente come suono; quest’ultimo non è che un riflesso di ciò che la facoltà chiaroveggente sente come armonia delle sfere, come suono eterico, che vibra e vive attraverso il mondo. Parliamo di qualcosa di molto più spirituale, di molto più eterico, quando parliamo di questo etere e di questo suono.
Arriviamo poi dall’antica esistenza lunare allo stato terrestre. In questo la densificazione si attua fino al solido. Di corpi solidi, come si trovano sulla Terra, non ve ne erano sull’antica luna; il solido è uno stato che si è soltanto formato sulla Terra. Abbiamo dunque ormai sulla Terra calore, elemento di forma gassosa o aerea, elemento acqueo, o liquido, e corpi solidi, – e, dall’altra parte l’etere-luce, l’etere-suono e poi l’etere vitale. Questo è ciò a cui l’evoluzione sulla Terra è arrivata. Abbiamo dunque sulla Terra sette condizioni di natura elementare, così come sull’antico Saturno non ne abbiamo che una sola, centrale, lo stato di calore. Dobbiamo perciò rappresentarci la nostra Terra, all’inizio della sua attuale esistenza, quando essa emerge dall’oscurità cosmica, quando ancora è unita col sole e anche con gli altri pianeti, dobbiamo raffigurarcela, dico, come vibrante e vivente in questi sette stati elementari. Con il distacco del sole succede però qualcosa di assai singolare.
Per la vita esteriore di oggidì, quale si manifesta nei generi di attività che dal sole irradiano sulla Terra, si trovano bensì calore e luce; ma a questi generi di attività, che appartengono al mondo dei sensi e rientrano nell’intiero campo della percezione sensibile, non appartengono le estrinsecazioni, le manifestazioni, dell’etere sonoro e dell’etere vitale. Ed è per questa ragione pure, che ciò che chiamiamo attività dell’etere del suono, si manifesta soltanto nelle combinazioni e decomposizioni chimiche, nei reciproci rapporti insomma dell’esistenza materiale. E ciò che chiamiamo l’azione dell’etere vitale, quale ci viene irradiata dal sole, non può essere percepita direttamente dall’uomo in modo analogo alla luce, che diventa per lui direttamente percepibile, quando con la percezione dei sensi egli distingue la luce dall’oscurità; è la vita che viene percepita nella sua azione negli esseri viventi – ma l’etere vitale, che ci viene irradiato, non viene direttamente percepito. Anche la scienza è perciò costretta a dire: che la vita, come tale, è per essa un enigma. – Così troviamo, che i due generi più elevati di manifestazioni eteriche, l’etere vitale e l’etere del suono, sebbene emananti dal sole e appartenenti a ciò che di più tenue emana dal sole, non diventano però direttamente manifesti per il divenire terrestre. Abbiamo così qualcosa che – sebbene irradiato dal sole – per la percezione ordinaria rimane tuttavia nascosto. Di tutto ciò che vive nell’etere sonoro e nell’etere vitale, diventa sulla Terra percepibile – anche per le condizioni attuali – qualcosa, per così dire, di umanamente interiore. Non diventano percepibili sulla Terra le attività dirette della vita e dell’armonia delle sfere, sibbene ciò che agisce nell’intiera costituzione dell’uomo.
Orbene, per spiegarvi questo meglio converrà osservare nuovamente l’evoluzione che l’uomo ha percorso sulla Terra. Sappiamo che negli antichi tempi, fin nell’epoca atlantea, l’uomo era dotato di una chiaroveggenza diretta, per mezzo della quale, con la sua facoltà percettiva, egli guardava, non soltanto come oggidì, il mondo sensibile, ma poteva anche guardare il retroscena spirituale dell’esistenza sensibile. Come mai poteva arrivare a tanto? Ciò era possibile, perchè indubbiamente, per gli uomini di quell’antico tempo, vi era uno stato intermedio, fra ciò che attualmente abbiamo come coscienza di veglia, da quando ci si desta finchè ci si addormenta, e ciò che chiamiamo lo stato di sonno. Nello stato di veglia l’uomo percepisce le cose fisico-sensibili. Nello stato di sonno egli – o la maggior parte degli uomini – oggigiorno, non percepiscono dapprima niente; in esso, vivono soltanto. Se però s’investigasse chiaroveggentemente questa vita dell’uomo durante lo stato di sonno, si farebbero delle strane scoperte – strane, però, soltanto per l’uomo che osserva il mondo dall’esteriore. Durante la condizione di sonno il corpo astrale e l’Io dell’uomo – già lo sappiamo – stanno al di fuori del suo corpo fisico e di quello eterico. Orbene, ripetutamente ho richiamato la vostra attenzione sul fatto, che non ci si deve rappresentare il corpo astrale e l’Io, che sono di notte fuori del corpo fisico e di quello eterico, librantisi, a guisa di vaporosa nube – come ordinariamente si dice – nella vicinanza del corpo fisico. Ciò che per mezzo di uno stato di chiaroveggenza inferiore astrale, si può vedere come «vaporosa nube» e che chiamiamo il corpo astrale, non è che il primissimo inizio di ciò che l’uomo palesa durante lo stato di sonno. E se si tenesse conto soltanto di questa nube nella vicinanza del corpo fisico e di quello eterico, ciò non varrebbe che a dimostrare, che abbiamo preso le mosse dalle forme più basse di chiaroveggenza astrale. Ciò che l’uomo è durante il sonno si espande molto lontano. Effettivamente, al momento di addormentarsi, le forze interiori nel corpo astrale e nell’Io cominciano a espandersi sull’intiero sistema solare, diventano parte dell’intiero sistema solare. Da ogni lato l’uomo, che è in istato di sonno; assorbe nel suo corpo astrale e nel suo Io le forze per il rinvigorimento di questa vita, per potersi poi al risveglio raccogliere nuovamente negli angusti limiti della sua pelle e introdurre in questa ciò che nella notte egli ha aspirato dall’ambiente generale del sistema solare. Questa è la ragione per cui anche gli occultisti del Medio Evo chiamavano questo corpo spirituale dell’uomo corpo «astrale», perchè esso è collegato con i mondi stellari e da essi attinge le sue forze. Possiamo dunque dire: l’uomo, durante il sonno della notte, si estende effettivamente sull’intiero sistema solare.
Che cosa interpenetra il nostro corpo astrale durante il sonno? Quando di notte siamo fuori del nostro corpo fisico, il nostro corpo astrale è vivificato e pervaso dalle «armonie delle sfere», da ciò che di solito si può estendere soltanto nell’etere, nell’etere sonoro. Come a un dipresso sopra una lastra di metallo cosparsa di una determinata polvere, quando si passi sulla lastra stessa un archetto di violino, le vibrazioni che pulsano attraverso l’aria continuano a pulsare anche dentro questa polvere e creano le ben note figure sonore cladniche, così di notte le armonie delle sfere vibrano e pulsano attraverso l’uomo, ristabilendo l’ordine in ciò, in cui l’uomo ha recato disordine durante il giorno per mezzo delle percezioni esteriori dei sensi. E ciò che vibra e vive attraverso l’etere vitale, pulsa e vibra anche attraverso di noi durante lo stato di sonno – ma l’uomo non percepisce questa vita interiore dei suoi involucri, quando sta separato dal corpo fisico e da quello eterico. Nello stato normale l’uomo possiede la percezione soltanto quando s’immerge nuovamente nel corpo fisico e in quello eterico e si serve degli organi esteriori del corpo eterico per pensare, e degli organi esteriori del corpo fisico per la percezione sensoria. Ma nelle antiche epoche vi erano fra veglia e sonno delle condizioni intermedie, che non possono venir provocate oggi che in modo anormale, e che nella vita ordinaria, del resto, non si devono affatto provocare, perchè pericolose. Nell’epoca atlantea però queste facoltà percettive erano sviluppate in modo normale; erano stati intermedii fra veglia e sonno. Per mezzo di questi l’uomo poteva trasportarsi in ciò che viveva e vibrava nell’armonia delle sfere e nell’etere vitale. Insomma negli antichi tempi, (sebbene nelle attività terrestri le armonie delle sfere e la vita si palesino soltanto negli esseri viventi esteriori) l’uomo, per mezzo dell’antica chiaroveggenza, poteva vedere ciò che gli veniva irradiato dal sole come armonia delle sfere e come vita che pulsa attraverso lo spazio. Questa possibilità a poco a poco è andata perduta. La porta per queste percezioni si è chiusa quando l’uomo ha perduto l’antica chiaroveggenza, e invece si è presentato gradatamente qualcosa d’altro: cioè, la forza interiore del sapere, la forza interiore della conoscenza. Così soltanto l’uomo ha imparato a meditare interiormente, a riflettere interiormente. Tutto ciò che nella vita di veglia oggidì chiamiamo: riflessione sulle cose del mondo fisico, ecc. dunque la nostra effettiva vita interiore, tutto ciò si è andato sviluppando soltanto con la scomparsa dell’antica chiaroveggenza. Una vita interiore come quella dell’uomo oggidì, che si esplica in sentimenti, sensazioni, pensieri e rappresentazioni e che, in ultima analisi, forma la parte creativa della nostra cultura, l’uomo nei primi tempi atlantei non la possedeva. Egli, negli stati intermedii fra veglia e sonno, viveva riversato, in un mondo spirituale e percepiva il mondo sensibile come nebulosamente; a ogni modo questo sfuggiva completamente alla comprensione, alle immagini riflesse interiori della vita esteriore. La vita esteriore dunque emerge, mentre l’antica chiaroveggenza gradatamente scompare. Possiamo dunque dire: Si è sviluppato qualcosa nella nostra interiorità, che è un debole riflesso di ciò che chiamiamo l’armonia delle sfere e l’azione dell’etere vitale. Nella stessa misura in cui l’uomo si sentiva interiormente riempito di sentimenti, di percezioni, che gli riproducevano il mondo esteriore, e che formarono l’attuale sua vita interiore, è sparita per lui la musica delle sfere; nella stessa misura in cui l’uomo si andava sentendo un essere dotato di Io, gli è scomparsa la percezione dell’etere vitale divino che pulsa attraverso il mondo. L’uomo ha dovuto acquistarsi la sua condizione attuale con la perdita di alcuni aspetti della vita esteriore. L’uomo così, come essere terrestre, sentiva in sè racchiusa la vita, che non poteva più percepire come irradiata direttamente dal sole, e oggi, nella sua vita interiore, non ha più che un debole riflesso della possente vita cosmica, dell’armonia delle sfere e dell’etere vitale.
Anche nel corso della conoscenza umana si è verificata come una ripetizione di ciò che è successo nell’evoluzione della Terra stessa. La Terra, quando si è distaccata dal sole, sarebbe rimasta racchiusa in sè stessa, si sarebbe indurita, se fosse rimasta unita più oltre con tutte le sostanzialità, con le quali essa si era distaccata dal sole. Il sole dapprima non poteva esercitare la sua azione nel divenire terrestre, e ciò durò finchè si verificò il distacco della luna dalla Terra. Perciò quello che la Terra ha espulso da sè come luna, dobbiamo considerarlo come espulsione di tutte quelle sostanzialità, che mettevano la Terra nell’impossibilità di accogliere l’azione diretta del sole. E nel respingere da sè la luna, la Terra apriva completamente il suo essere e la sua natura agl’influssi, alle attività del sole, che era da lei separato; essa si mosse, in certo modo, incontro al sole. La Terra mandò nella medesima direzione, in cui si era distaccata dal sole, una parte del proprio essere, la luna, e questa allora riverberò l’azione dell’Essere solare sulla Terra, così come esteriormente essa riverbera la luce. Il distacco della luna dalla Terra rappresenta dunque qualcosa di sommamente importante: il dischiudersi della Terra all’azione del sole. – Ciò che così si è verificato cosmicamente doveva anche verificarsi come ripetizione – per la vita dell’uomo. La Terra già da molto tempo si era aperta all’azione solare e soltanto allora era arrivato il momento giusto, perchè l’uomo si chiudesse all’azione diretta del sole. L’azione diretta del sole esisteva ancora per gli uomini atlantei nella loro chiaroveggenza; allora gli atlantei accoglievano ciò che s’irradiava loro dal sole. E come si è presentata per la Terra un’epoca in cui essa cominciò a indurirsi, così per l’uomo venne il momento, in cui egli si trasse indietro, sviluppò una vita interiore, e non potè aprirsi alle attività del sole. E questo processo di formazione in una vita inferiore, in cui l’uomo non poteva aprirsi al sole e poteva sviluppare soltanto in sè stesso ciò che era un debole riflesso dell’azione dell’etere vitale, dell’etere sonoro, dell’armonia delle sfere, questa epoca durò lungamente fino dentro all’epoca post-atlantea.
Vi fu perciò nei primi tempi dell’evoluzione atlantea una percezione diretta delle attività solari; poi gli uomini si chiusero a queste influenze. E quando queste non potevano più penetrare negli uomini e che la vita interiore umana andava a sua volta sempre più fiorendo, i soli Misteri sacri conducevano i loro seguaci allo sviluppo delle forze spirituali, in modo, che l’uomo, per così dire, contrariamente alle condizioni normali terrestri, per mezzo di ciò che si può indicare come «Yoga», arrivava a percepire direttamente le attività solari. Si svilupparono perciò in Atlantide, durante la seconda metà dell’epoca atlantea, i santuari giustamente chiamati «oracoli», e in mezzo a un’umanità, la quale non poteva più percepire normalmente l’azione diretta dell’etere sonoro e dell’etere vitale, venivano, nei santuari degli oracoli, educati degli scolari e dei discepoli della saggezza sacra, i quali, per il fatto che reprimevano la semplice percezione dei sensi, potevano percepire l’etere sonoro e l’etere vitale. E questa possibilità rimase acquisita per i veri santuari della Scienza occulta, tanto è vero che perfino la scienza esteriore, pur senza capirla, ha nondimeno conservato ancora una tradizione della scuola di Pitagora, che afferma potersi udire l’armonia delle sfere. Ma la scienza esteriore trasforma subito questa cosidetta «armonia delle sfere» in un’astrazione – ciò che essa non era – e non s’immagina ciò che essa veramente sia. Perchè in realtà, nelle scuole di Pitagora, s’intendeva la facoltà di percepire l’armonia delle sfere come il vero tornare a dischiudersi della entità umana all’etere sonoro, all’armonia delle sfere, al vero etere vitale divino.
Ma chi con maggior forza e grandiosità ha indicato, che dietro all’azione del sole, così come esso irradia sulla Terra la sua luce e il suo calore, vi è anche dell’altro, che è attività sonora, attività vitale, le quali non si fanno valere nella vita interiore umana altro che come un debole riflesso, è stato per l’appunto Zarathustra, o Zoroastro. E se vogliamo tradurre il suo insegnamento in una lingua tratta dalle nostre parole attuali, possiamo dire, che egli ha insegnato ai suoi discepoli quanto segue: «Se elevate lo sguardo al sole, percepite il calore benefico e la luce benefica che esso irradia sulla Terra; ma se sviluppate organi superiori, se sviluppate la percezione spirituale, allora potete percepire l’Essere solare, che esiste dietro alla vita solare fisica: percepite allora le attività del suono, e in queste attività sonore percepite il significato della vita!» Ciò che di spirituale era per primo percepibile dietro alle attività solari fisiche, veniva indicato da Zarathustra ai suoi discepoli come Ormuzd, come Ahura Mazdao, come la grande Aura del Sole. Ci riuscirà perciò facile di comprendere, che la parola «Ahura Mazdao», tradotta, si potrebbe chiamare anche «la grande saggezza», in contrasto a ciò che l’uomo evolve oggidì in sè, come «piccola saggezza». La grande saggezza è quella ch’egli percepisce, quando percepisce la spiritualità del sole, la grande Aura Solare.
Così un poeta, considerando le antiche epoche dell’evoluzione dell’umanità, poteva accennare a ciò che è una verità per l’investigatore dello spirito e dire:
«Delle sfere fraterne al vivo raggio l’antichissimo canto intuona il Sole e corre infaticato a suo viaggio come la folgor suole».
Agli esteti naturalmente ciò sembrerà qualcosa di ricercato; essi si rallegrano tanto, quando si dice che Goethe ha commesso una licenza poetica quando fa risuonare il sole. Essi non intuiscono che cosa sia un poeta come Goethe, il quale non descrive che realtà, quando dice: «L’antichissimo canto intuona il Sole», cioè quello antico, conosciuto dall’antica umanità; perchè il sole oggidì ancora risuona così per colui che è iniziato.
Questo fatto era stato indicato da Zarathustra ai suoi discepoli; naturalmente egli lo aveva fatto notare specialmente a coloro, che possiamo chiamare i suoi due più intimi discepoli, i quali sono poi ricomparsi nelle loro rincarnazioni come Ermete e Mosè. Egli ha indirizzato quei due discepoli verso ciò che risiede dietro al risplendente corpo solare, in due modi affatto diversi. Ha indirizzato Ermete in modo, che questi è rimasto in ciò che proviene direttamente dal sole; e ha ispirato Mosè In modo, da fargli conservare come in un ricordo ciò che è il mistero della saggezza solare.
Se ora ci rappresentiamo – nel senso della Scienza occulta – la Terra dopo il distacco dal sole, l’uscita delle forze lunari dalla Terra, e tutto quanto dopo lo schiudersi della Terra al sole, allora in Venere e Mercurio avremo ciò che sta in mezzo fra la Terra e il sole; e se ora dividiamo tutto lo spazio intermedio fra sole e Terra in tre organi centrali, possiamo dire: «La Terra si è distaccata dal sole: essa stessa ha spedito la luna incontro al sole: si sono allora scissi dal sole Venere e Mercurio per muoversi incontro alla Terra, di guisa che dobbiamo considerare Venere e Mercurio come qualcosa che dal sole viene incontro alla Terra – e la luna come qualcosa che va incontro al sole».
Come si formano i rapporti cosmici, così si formano pure – come per riflesso – i rapporti nell’evoluzione dell’umanità. Se accogliamo come saggezza solare le rivelazioni, che Zarathustra ha trasmesso da una parte a Ermete e dall’altra a Mosè, allora ciò che viveva in Ermete, poichè questi conteneva in sè il corpo astrale di Zarathustra, era ciò che della saggezza solare Zarathustra irradiava – e ciò che viveva in Mosè era, per così dire, chiuso, come un chiuso pianeta di saggezza, che doveva ancora evolversi verso ciò che s’irradiava direttamente dal sole. Come dunque l’attività terrestre, con il distacco della luna, si è dischiusa all’influenza del sole, così la saggezza di Mosè si è dischiusa alla saggezza che irradiava direttamente da Zarathustra, alla saggezza solare. E queste due – la saggezza terrestre di Mosè e la saggezza solare di Zarathustra in Ermete – s’incontrarono in Egitto, dove il Mosaicismo s’incontrò con l’Ermetismo; di guisa che ciò che Mosè sviluppa e trae da sè stesso, ciò che, come ricevendolo da lontano da Zarathustra, egli risveglia in sè e irradia e trasmette al suo popolo, dobbiamo considerarlo in modo analogo all’espulsione della sostanzialità lunare della Terra. A ciò che di saggezza Mosè irradiava così al suo popolo, possiamo dare anche il nome che comprende la saggezza di Mosè, ossia saggezza di Jahveh o di Jehovah perchè se interpretiamo in modo giusto il nome di Jahveh o di Jehovah, esso è come un riassunto complessivo della saggezza di Mosè. In questo modo ci riesce anche chiaro, perchè le antiche tradizioni chiamano Jahveh o Jehovah una divinità lunare. Troverete questo fatto citato in molte comunicazioni; ma ne potrete comprendere la causa soltanto se lasciate agire su di voi questi rapporti profondi. – Come la Terra ha espulso ciò che essa conteneva come luna mandandola incontro al sole, così anche la saggezza terrestre di Mosè ha dovuto andare incontro a Ermete, il quale possedeva direttamente la saggezza di Zarathustra nel corpo astrale, che esso Zarathustra gli aveva sacrificato, per poi evolversi egli stesso più oltre. Abbiamo già detto come, dopo questo incontro con Ermete, il Mosaicismo si sia evoluto fino all’epoca di Davide, e come allora un nuovo Ermetismo o Mercurismo sia comparso in Davide, il reale guerriero, il reale cantore del popolo ebraico. E abbiamo visto come il Mosaicismo si avvicina all’elemento solare, quando nuovamente s’incontra durante la prigionìa babilonese con l’irradiante saggezza solare, perchè Zarathustra stesso, sotto il nome di Zarathas o Nazarathos era il Maestro degl’iniziati ebraici durante la cattività babilonese. Nella saggezza di Mosè vediamo dunque qualcosa, che riproduce l’intiero cammino cosmico del distacco della Terra dal sole, e ciò che dopo è successo della Terra.
Siffatti rapporti riempivano di profonda venerazione gli antichi saggi del popolo ebraico e tutti coloro che li sentivano; sembrava loro di sentire come delle rivelazioni dirette irradiantisi loro in-contro dagli spazii mondiali e dall’esistenza mondiale stessa. E una personalità come quella di Mosè appariva loro come un messaggero delle potenze cosmiche stesse. Così lo sentivano. E noi dobbiamo sentire qualcosa di simile, se vogliamo veramente comprendere gli antichi tempi; altrimenti ogni comprensione rimarrà una vuota astrazione.
Ora occorreva, che ciò che era stato irradiato da Zarathustra e che per mezzo di Ermete e di Mosè si era poi riversato sul mondo, potesse continuare a evolversi oltre, in modo da poter ricomparire sopra un gradino più elevato, in altra forma, in una forma superiore di perfezionamento. Era necessario per questo che Zarathustra stesso – l’Individualità che prima aveva sacrificato soltanto il corpo astrale e quello eterico – potesse comparire sulla Terra in un corpo fisico, per sacrificare anche questo. Questo è un crescendo, un bel crescendo! Dapprima Zarathustra visse in epoche primordiali a suo modo, e diede l’impulso all’evoluzione post-atlantea nella civiltà primordiale persiana, nell’iranica; poi cedette il suo corpo astrale per inscenare una nuova cultura per mezzo di Ermete, e diede il proprio corpo eterico a Mosè. Egli aveva così sacrificato due dei suoi involucri. Doveva ora acquistare anche l’occasione di sacrificare il suo corpo fisico; perchè il grande mistero dell’evoluzione dell’umanità richiedeva appunto, che da un essere potessero venire sacrificati i tre corpi. Per Ermete, Zarathustra aveva sacrificato il sue corpo astrale, per Mosè il suo corpo eterico; ancora gli rimaneva, come terzo sacrifizio, di sacrificare il corpo fisico. Per far questo occorrevano speciali disposizioni; occorreva che il corpo fisico di Zarathustra fosse a ciò prima specialmente preparato. E già ieri abbiamo accennato al fatto, che nel popolo ebraico, per virtù della peculiare sua vita, venne preparato, attraverso varie generazioni, quel corpo fisico, il quale potè poi essere sacrificato da Zarathustra come suo terzo grande sacrificio. Occorreva all’uopo che nel popolo ebraico, tutto ciò che di solito era percezione diretta esteriore spirituale, ciò che era visione astrale, ciò che presso i popoli turanici era caduto in decadenza, diventasse attività interiore. Questo è il segreto del popolo ebraico: mentre presso i popoli turanici le forze, che erano retaggi di antiche epoche, servivano alla preparazione di organi chiaroveggenti esteriori, presso il popolo ebraico, invece, esse s’irradiavano verso l’interiore e organizzavano la corporeità interiore, di guisa che il popolo ebraico era eletto a sentire e a percepire nell’interiorità ciò che durante l’epoca atlantea di solito era stato veduto come disteso sullo spazio sensibile, dietro alle singole cose sensibili. Jahveh o Jehovah – come il popolo ebraico lo esprime coscientemente – è sintetizzato in un punto, il «Grande Spirito», che compariva all’antichissima chiaroveggenza, dietro a tutte le cose e a tutte le entità. Questo pure ci viene indicato, che il progenitore di questo popolo ebraico ha ottenuto questa organizzazione interiore – come progenitore appunto – in modo e maniera affatto speciale.
Vi prego di notare ora qualcosa che già spesso ho rilevato, cioè: che le saghe e le leggende, le quali raccontano in modo figurato i fatti avvenuti in antiche epoche, sono più vere delle nostre attuali ricerche antropologiche, le quali dagli odierni scavi e dai ruderi dei singoli monumenti mettono assieme un quadro del divenire del mondo, che è meno esatto dei fatti, che le antiche leggende ci raccontano. Le antiche leggende, nel maggior numero dei casi (dico «nel maggior numero dei casi», e non in «tutti», perchè non li ho investigati, sebbene sia molto verosimile che si possa dire in tutti, quando si tratta di vere leggende antiche), vengono corroborate da ciò che chiamiamo la ricerca scientifico-spirituale. Anche il popolo ebraico difatti, quando se ne rintraccia l’origine, non ci riconduce a ciò che l’odierna ricerca antropologica suppone, bensì risale realmente nel passato a un progenitore del quale la Bibbia ci parla. Questo Abraham o Abramo è una figura vera, ed è assolutamente vero ciò che la leggenda talmudica ci racconta di questo capostipite.
In questa leggenda il padre di Abramo ci viene descritto come un generale di quella personalità leggendaria, ma a sua volta vera, che ci viene indicata nella Bibbia col nome di «Nembrotte». E il figlio del suo generale viene preannunciato a Nembrotte da coloro che conoscono i segni dei tempi, nel sogno, come un’entità che detronizzerà molti re e governatori. Nembrotte se ne spaventa e ordina che venga ucciso il figlio del suo generale. – Questo racconta la leggenda; questo ci conferma la ricerca occulta. Il padre di Abraham trafuga il bambino e mostra a Nembrotte un bambino estraneo; il proprio figlio però, Abraham, viene allevato in una caverna. E il fatto che proprio Abraham sia il primo, che per mezzo di quelle forze, che prima venivano impiegate per le capacità esteriori chiaroveggenti; sviluppi ora nell’interiorità quella forza organizzatrice, che deve condurre alla coscienza interiore di Dio, questa inversione dell’intiero insieme della forza viene indicata nella leggenda col racconto, che il bambino, durante i tre anni in cui viene allevato nella caverna, succhia il latte, per grazia divina, dal dito della propria mano destra. Questo «nutrirsi di sè stesso», questa penetrazione delle forze, che hanno prima prodotto l’antica chiaroveggenza, nell’interiore organizzazione dell’uomo, questo fatto ci viene caratterizzato in modo mirabile nel capostipite del popolo ebraico, in Abraham. Siffatte leggende, quando se ne conosce la base reale, operano con tale forza su di noi, che diciamo a noi stessi: comprendiamo come anticamente, coloro che comunicavano ciò che risiede dietro le leggende, non potessero parlarne che per mezzo di immagini. Ma queste immagini erano destinate a provocare, se non ancora la coscienza, per lo meno, i sentimenti per i grandi eventi. E per i tempi antichi questo bastava.
Abraham è dunque colui che per primo ha evoluto in modo affatto umano, come pensiero umano sulla divinità, il riflesso interiore della saggezza divina, della visione divina. Abram o Abraham – come venne chiamato più tardi – aveva effettivamente, e la ricerca occulta sempre ce lo ripete, un’organizzazione fisica diversa da tutto ciò che viveva negli uomini attorno a lui. Gli uomini attorno a lui non avevano allora un’organizzazione capace di formare, per mezzo di un organo speciale, dei pensieri interiori. Essi potevano formare dei pensieri quando erano liberi dal loro corpo, quando, per così dire, sviluppavano delle forze nel loro corpo eterico; ma quando stavano dentro al corpo fisico, essi non avevano ancora sviluppato l’organo del pensiero. Abraham effettivamente è il primo che abbia formato in modo egregio lo strumento fisico del pensiero. Perciò giustamente (anche questo naturalmente va interpretato col solito granellino di sale) egli venne indicato come inventore dell’aritmetica, di quella scienza del pensiero così egregiamente adatta allo strumento del corpo fisico. L’aritmetica è qualcosa, che nella sua forma, – per virtù della sua interiore certezza – si accosta a ciò che può venir conosciuto chiaroveggentemente. Ma l’aritmetica si riconnette a un organo fisico. – Abbiamo dunque qui un rapporto interiore profondo fra ciò che fino ad allora impiegava forze esteriori per la chiaroveggenza, e ciò che impiega ormai un organo interiore per il pensiero; questo è il fatto a cui si allude, quando si indica Abraham come inventore dell’aritmetica. Dobbiamo dunque considerare Abraham come la prima personalità, nella quale sia stato inoculato l’organo fisico del pensiero, quell’organo per mezzo del quale l’uomo ormai ha potuto elevarsi con il suo pensiero fisico fino all’idea di un Dio. Prima l’uomo poteva sapere qualcosa di Dio e dell’esistenza divina soltanto per mezzo dell’osservazione chiaroveggente. Tutto ciò che dagli antichi tempi si sapeva di Dio e dell’esistenza divina, proveniva dall’osservazione chiaroveggente. Per elevarsi col pensiero alla divinità occorreva un organo fisico. Questo è stato inserito per primo ad Abraham. E poichè si trattava ora di un organo fisico, così anche l’intiero rapporto di questa «idea di Dio» col mondo obbiettivo e coll’entità subbiettiva dell’uomo, concepita per mezzo di un organo fisico, era diversa da quella di prima.
Prima, nelle scuole occulte, l’idea di Dio veniva concepita nella saggezza divina, e la si poteva trasmettere a colui che pure era capace di questo, quando era arrivato al punto di ricevere delle percezioni nel corpo eterico, libero dagli organi del corpo fisico. Ma perchè ciò che è strumento fisico venga trasmesso ad altra persona, vi è un solo mezzo: l’eredità dell’organizzazione fisica. Ciò dunque che per Abraham vi era di più importante, di più essenziale, l’organo fisico, doveva, per conservarsi sulla Terra, venir trasmesso da generazione in generazione per eredità fisica, appunto perchè trattavasi di un organo fisico. Questo ci spiega, perchè l’eredità nel popolo, il discendere, per così dire, di questa disposizione fisica attraverso il sangue delle generazioni, è così importante nel popolo ebraico. Ciò però che presso Abraham era dapprima una disposizione fisica, cioè l’elaborazione, la cristallizzazione di un organo per concepire la divinità, doveva prima penetrare nell’entità umana; e con l’ereditarsi di generazione in generazione penetrò sempre più addentro nell’entità umana, e sempre più profondamente ebbe presa su di essa. Possiamo dunque dire: Ciò che Abraham aveva ricevuto come missione del popolo ebraico, doveva perfezionarsi – col trasmettersi da uomo a uomo per via di eredità doveva evolversi e perfezionarsi. Ma ciò che era un organo fisico poteva sempre più perfezionarsi soltanto per mezzo dell’eredità. Perchè quella entità che abbiamo imparato anzitutto a conoscere come individualità di Zarathustra, potesse avere un corpo fisico per quanto possibile perfetto – vale a dire, un corpo fisico, dotato anche degli organi capaci di essere uno strumento nel corpo fisico umano per la concezione dell’idea di Dio, – occorreva perfezionare al massimo grado ciò che era stato inserito in Abraham come strumento fisico. Ciò che era stato in Abraham doveva consolidarsi interiormente, doveva diventare ereditario e svilupparsi in modo tale, che da esso potesse riuscire un corpo adatto per Zarathustra, con tutte quelle facoltà che a Zarathustra occorrevano nel suo corpo fisico. Ma quando il corpo fisico di un uomo deve perfezionarsi in questo modo, quando deve diventare utilizzabile come occorreva che fosse per Zarathustra, non basta che si perfezioni soltanto il corpo fisico dell’uomo. Naturalmente è impossibile che per sè solo, distaccato dall’insieme dell’uomo, il solo corpo fisico si perfezioni. I tre involucri dovevano tutti gradatamente perfezionarsi attraverso l’eredità fisica. Ciò dunque che può venir dato all’uomo fisico, a quello eterico e a quello astrale per via di eredità fisica, doveva venir dato attraverso il susseguirsi delle generazioni.
Orbene, nell’evoluzione vige una determinata legge. Conosciamo questa legge per l’evoluzione del singolo uomo e già spesso l’abbiamo caratterizzata. Abbiamo mostrato, che nell’uomo, il periodo che va dalla nascita al sesto e al settimo anno, rappresenta una parte speciale della sua evoluzione; questo tempo coincide con l’evoluzione del corpo fisico. L’evoluzione del corpo eterico coincide col tempo che corre dal sesto o settimo anno al quattordicesimo o quindicesimo; dopo questa epoca fino al ventunesimo o ventiduesimo anno vi è l’evoluzione del corpo astrale. Questa è, per così dire, la legge indicata con il settenario per l’evoluitone del singolo uomo. Una legge analoga vige per l’evoluzione dell’umanità, per l’evoluzione dei suoi involucri esteriori attraverso le generazioni; esamineremo in seguito le leggi più profonde di questo processo. Mentre il singolo uomo percorre un gradino di evoluzione nel corso di sette anni, ed evolve il suo corpo fisico al settimo anno, e durante quel tempo esso corpo diventa sempre più e più perfetto, così anche l’intiera compagine del corpo fisico, come può perfezionarsi attraverso le generazioni, viene portata attraverso sette generazioni a una determinata perfezione. Ma l’eredità non si verifica in modo, che da un uomo vien trasmessa al discendente più vicino, non passa direttamente da una generazione a quella che immediatamente la segue. Le facoltà delle quali trattiamo non possono trasmettersi direttamente da padre a figlio, da madre a figlia, bensì soltanto da padre a nipote, dunque alla seconda generazione, poi alla quarta e così di seguito. L’eredità dunque non può esplicarsi direttamente. L’eredità delle generazioni dovrebbe svolgersi nel settenario, ma poichè l’eredità salta sempre una generazione, essa si svolge effettivamente nel numero quattordici. Le disposizioni che Abraham aveva come corporeità fisica potevano arrivare al loro massimo sviluppo dopo quattordici generazioni.
Ma se questo processo doveva agire anche sul corpo eterico e su quello astrale, allora, come la singola evoluzione umana procede dal settimo al quattordicesimo anno, così anche quell’evoluzione doveva attraversare ancora altre sette, o piuttosto quattordici generazioni. E ciò che rappresenta un’evoluzione per l’uomo nei sette anni successivi – e cioè dal quattordicesimo in poi – doveva attraversare ancora altre quattordici generazioni. Ricapitoliamo: le disposizioni che erano nel capostipite Abraham come organizzazione fisica dovevano prima esplicarsi attraverso tre volte sette, ossia tre volte quattordici generazioni; allora l’evoluzione avrebbe abbracciato il corpo fisico, quello eterico e quello astrale. Attraverso a tre volte quattordici generazioni, vale a dire, attraverso quarantadue generazioni è possibile all’uomo, per mezzo dell’eredità attraverso la serie delle generazioni, di avere completamente sviluppato nel corpo fisico, in quello eterico e in quello astrale ciò di cui Abraham aveva ricevuto il primo germe. Scendiamo dunque da Abraham attraverso tre volte quattordici generazioni, e troveremo allora un corpo umano in sè tutto impregnato e compenetrato di ciò che esisteva in Abraham come primo germe. Soltanto un corpo siffatto poteva essere utilizzato da Zarathustra per la sua incarnazione. E questo difatti ci racconta lo scrittore del Vangelo di Matteo.
E nell’albero delle generazioni che ci dà, egli dice anche espressamente, che ne conta quattordici da Abraham fino a Davide, quattordici da Davide fino alla cattività babilonese – e quattordici dalla cattività babilonese fino al Cristo. Attraverso queste tre volte quattordici generazioni – in cui una sempre viene saltata – è arrivato in certo qual modo a completa formazione ciò che era predisposto in Abraham per la missione del popolo ebraico, – e si è completamente impresso nell’organizzazione dell’uomo. Da ciò poteva venir tratto il corpo, che occorreva a Zarathustra, per arrivare all’incarnazione, nell’epoca, in cui egli doveva fare delle comunicazioni del tutto nuove all’umanità.
Questo ci dimostra, che il principio del Vangelo di Matteo è tratto da grandi profondità. Ma queste cose hanno bisogno prima di essere comprese. Dobbiamo, cioè, comprendere, che con queste tre volte quattordici generazioni s’intende significarci, che per eredità poteva essere trasmesso da Giuseppe a Gesù di Nazareth, viveva l’essenza di ciò che vi era come primo germe in Abraham, e che s’irradiò nell’intiero popolo ebraico – e potè poi raccogliersi in quello speciale strumento, in quello speciale involucro, che servì di involucro a Zarathustra, e in cui il Cristo si è potuto incarnare.
Da quanto ieri si è potuto esporre risulta esservi grande importante differenza fra ciò che attraverso tutte le epoche si può chiamare la conoscenza del mondo spirituale, e quel genere di conoscenza del mondo divino-spirituale, che poteva essere acquistata per virtù appunto della speciale disposizione, della speciale organizzazione del popolo ebraico. Abbiamo indicato che questo popolo ebraico già aveva ricevuto nel suo capostipite, Abraham o Abramo, una organizzazione del tutto speciale; questa consisteva nel fatto, che uno strumento fisico era stato introdotto nell’organismo umano, un organo fisico che permetteva all’uomo, in certo qual modo, – per quanto possibile – di elevare se stesso per il tramite della conoscenza sensoria, non soltanto a un presentimento, bensì a una determinata conoscenza della spiritualità divina. La conoscenza della spiritualità divina sempre e dovunque vi è e vi è stata. Ma questa, per così dire, conoscenza eterna della divina spiritualità viene acquistata nei Misteri per la via dell’Iniziazione. Da questa conoscenza, a cui si può arrivare per mezzo di una speciale evoluzione umana, per via, in certo modo, artificiale, dobbiamo distinguere quella conoscenza del mondo spirituale la quale, si può dire, è normale per un dato periodo e in questo si manifesta in certo modo come speciale missione nell’evoluzione dell’umanità. Così per l’antica epoca atlantea si potrebbe chiamare normale la percezione astrale chiaroveggente del divino-spirituale; per l’epoca però in cui fiorisce il popolo ebraico la conoscenza normale, vale a dire, quella esteriore, exoterica, del mondo spirituale è quella che si verifica con l’aiuto di un organo fisico speciale, – per mezzo di quella forza cognitiva, che è collegata a un organo siffatto. E già abbiamo indicato che il popolo di Abraham arrivò a questa conoscenza in modo da sentire l’esistenza divina come fondersi con la propria interiorità. Dunque per mezzo di quest’organo era diventata possibile la conoscenza interiore, era diventato possibile di accogliere il divino nell’intimo della propria interiorità. Ma questa penetrazione del divino-spirituale nell’interiorità, per mezzo di questa conoscenza, non è diventata subito possibile in modo che il singolo uomo potesse dire: m’immergo nella mia propria interiorità; cerco di penetrare in essa più profondamente possibile e trovo allora la goccia dell’esistenza divino-spirituale, che mi può dare una conoscenza della natura, di ciò che di divino-spirituale anima e pervade anche il mondo esteriore. Subito non fu così; ciò si è verificato soltanto con la comparsa, con la manifestazione del Cristo nell’evoluzione dell’umanità. Per il popolo ebraico antico la possibilità di sperimentare il divino venne per primo data nello Spirito del popolo – quando il singolo di sentiva come un membro dell’intiero popolo e non come una singola individualità; – quando egli si sentiva appartenente con il sangue a una serie discendente di generazioni, allora egli sentiva nella coscienza del popolo, nel suo sangue, la coscienza divina, ossia la coscienza di Jahveh. Nel senso esatto spirituale-scientifico il Dio Jahveh non si può indicare dicendo: Egli è il Dio di Abraham. Tale indicazione sarebbe inadeguata. Occorre invece dire: Egli è il Dio di Abraham, d’Isacco e di Giacobbe; e gli è quell’Entità, che scorre di
generazione in generazione, che si manifesta nella coscienza popolare attraverso i singoli uomini. «Questa è la differenza e il grande progresso che vi è fra questa conoscenza di Abraham, d’Isacco e di Giacobbe e quella cristiana; cioè, la conoscenza cristiana riconosce nella singola individualità umana ciò a cui la conoscenza antica ebraica poteva arrivare soltanto quando s’immergeva nell’Anima del popolo, nello Spirito che scorreva nel sangue delle generazioni. Così Abraham poteva dire: mi è stato promesso di essere il fondatore di un popolo che si estenderà nelle generazioni che di me discenderanno – nel sangue che in esso scorre vivrà quel Dio che riconosciamo come Sommo: Egli si manifesta a noi nella coscienza del nostro popolo». E questo divenne normale.
Orbene, in tutte le epoche vi è stata una conoscenza superiore del divino-spirituale: la conoscenza che si acquistava nei Misteri. Questa non dipendeva da quelle altre forme speciali. Nell’epoca dell’evoluzione atlantea antica, per mezzo di una determinata chiaroveggenza astrale eterica, si poteva guardare nel sottostrato divino-spirituale dell’esistenza; si poteva sviluppare la propria interiorità e arrivare alla conoscenza dei Misteri, ossia degli oracoli. E anche all’epoca in cui era normale la conoscenza ebraica, era possibile in alcuni determinati santuari di elevarsi non nel corpo – come gli Abrahamiti – ma al di fuori del corpo, alla conoscenza della Divinità; si poteva salire al divino-spirituale dal punto di vista dell’eternità, in quanto l’uomo elevava ciò che in lui è eterno, alla visione del divino-spirituale.
Potete facilmente immaginarvi ciò che occorreva ad Abraham. Egli imparò in modo del tutto speciale, per mezzo di un organo fisico, attraverso la conoscenza fisica, a conoscere il divino-spirituale; per questa via egli imparò a conoscere il Dio dirigente del mondo. Se egli voleva collocarsi in modo vivo nel complessivo corso dell’evoluzione era infinitamente importante che riconoscesse che il Dio che si manifesta nella coscienza del popolo è il medesimo Dio che in tutte le epoche è stato riconosciuto nei Misteri come divinità creatrice e operante. Abraham doveva dunque poter identificare il suo Dio con quello dei Misteri. Ciò era possibile soltanto a condizione di una ben determinata premessa. Per virtù di una determinata premessa egli doveva ottenere la certezza, che le forze che parlano nella coscienza popolare sono le medesime di quelle che parlano in modo più elevato nei Misteri. Se vogliamo esaminare questa certezza, dobbiamo richiamare alla nostra attenzione un fatto dell’evoluzione dell’umanità.
Nella mia «Scienza Occulta» potete leggere che nell’antica Atlantide vi furono degli iniziati chiamati allora «sacerdoti degli oracoli»; il nome non ha importanza. Ho anche indicato che uno di questi grandi iniziati fu la Guida di tutti gli oracoli atlantei – «l’Iniziato solare», – mentre invece nei santuari inferiori di oracoli dell’Atlantide vi erano iniziati di Mercurio, di Marte, di Giove ecc. Ho pure detto che questo grande Iniziato solare, Guida dell’Oracolo solare, era anche la grande Guida della importante colonia di civiltà che si era mossa da Occidente verso Oriente – dall’Atlantide verso l’interno dell’Asia – per irradiare, per inaugurare da lì la civiltà post-atlantea. Questo grande iniziato, poichè allora già era tale, si ritirò nei santuari segreti nell’interno dell’Asia. Egli diede anzitutto la possibilità a quei grandi savii, che indichiamo col nome di santi Riscis, di essere grandi maestri del loro popolo. E fu appunto questo grande e misterioso iniziato, il quale conferì anche a Zarathustra a Zoroastro la sua iniziazione. Ma l’iniziazione data a Zarathustra fu diversa da quella che venne data ai santi Riscis; perchè avevano compiti diversi. Ai Riscis venne data un’iniziazione per cui, evolvendo più oltre la loro interiorità, essi potevano esprimere, per così dire, di per loro stessi i grandi segreti dell’esistenza. Così divennero le grandi guide, i grandi maestri della cultura prevedica, paleoindiana. Per essi si trattava bensì ancora di cosa creata per via artificiale, ma su questa via era assolutamente simile all’antica chiaroveggenza atlantea, spartita però singolarmente fra i sette Riscis. Ognuno dei sette Riscis aveva il proprio determinato campo; come i santuari degli oracoli avevano il loro campo speciale, così ognuno dei sette Riscis aveva il suo compito speciale. E parlava un collegio, quando ognuno dei sette Riscis diceva ciò che egli sapeva della saggezza primordiale del mondo. Essi avevano accolto quella saggezza dal grande Iniziato solare, il quale aveva trapiantato l’antica saggezza atlantea dall’Occidente in Oriente, e l’aveva ulteriormente trasmessa, in un determinato modo, a coloro che dovevano divenire i portatori della civiltà post-atlantea. Egli la diede anche a Zarathustra, ma diversamente, di guisa che Zarathustra poteva parlare nel modo da me già indicato. I Riscis dicevano: «Per arrivare alla somma divina spiritualità si deve considerare come Maya, o illusione, tutto ciò che vi è nel mondo circostante, ciò che si palesa ai sensi esteriori; bisogna scostarsene e immergere lo sguardo completamente nell’interiorità, allora si schiude in noi un altro mondo, diverso da quello che ci sta dinanzi». Per mezzo dunque dell’allontanamento dal mondo illusorio della Maya, e dell’evoluzione della propria interiorità, si poteva salire nelle sfere divino-spirituali; questo era l’insegnamento degli antichi Riscis Indiani. Zarathustra insegnava diversamente. Egli non si allontanava da ciò che si manifesta esteriormente; egli non diceva: «l’esteriore è Maya, o illusione, dalla quale dobbiamo allontanarci»; diceva bensì: Questa Maya o illusione è la manifestazione, la vera veste dell’esistenza divino-spirituale; non dobbiamo allontanarcene; al contrario, dobbiamo investigarla; nel corpo di luce solare dobbiamo vedere il tessuto esteriore in cui vibra e opera Ahura Mazdao. «Il punto di vista di Zarathustra era dunque, in certo modo, l’opposto di quello degli antichi Riscis. La cultura post-indiana è appunto diventata importante, perchè essa doveva imprimere nel mondo esteriore ciò che l’uomo può conquistare per mezzo della sua azione spirituale. E abbiamo anche visto come Zarathustra ha trasmesso nel modo già descritto quanto di meglio egli aveva da dare a Mosè e a Ermete. Perchè la saggezza mosaica potesse divenire giustamente feconda e potesse come seme germogliare, essa dovette essere immersa nella popolazione che aveva come progenitore Abraham, perchè Abraham per primo aveva disposto in sè l’organo capace di acquistare la coscienza di Jahve; ma egli doveva sapere che il Dio, il quale poteva manifestarsi alle forze fisiche cognitive nella sua interiorità, parla con la medesima voce con cui parla il Dio eterno dei Misteri, il Dio che pervade l’Universo – il quale però qui si manifestava in modo limitato – cioè, come Abraham lo poteva conoscere.
A un’entità così importante, come il grande iniziato solare atlanteo, non è possibile parlare senz’altro a coloro, che in un’epoca qualsiasi abbiano una particolare missione, in un linguaggio comprensibile. Un’individualità così elevata, come il grande iniziato solare, che nella sua individualità conduce un’esistenza eterna, e della quale – per indicarne il carattere d’eternità, – si diceva con ragione che non se ne poteva citare nè nome, nè età, nè padre, nè madre, una siffatta guida dell’esistenza dell’umanità si può manifestare soltanto se assume qualcosa, per mezzo di cui diventa affine a coloro, al quali si può manifestare. Così il maestro dei Riscis, il maestro di Zarathustra, per dare ad Abraham la sua istruzione, assunse una figura, nella quale portava il corpo eterico rimasto conservato dal progenitore di Abraham – quel medesimo corpo eterico che già esisteva nel progenitore di Abraham, in Sem, figlio di Noè. Questo corpo eterico di Semi era stato conservato – così come il corpo eterico di Zarathustra era stato conservato per Mosè – e di questo corpo eterico si servì il grande iniziato del Mistero solare per potersi rivelare ad Abraham in modo intelligibile. Questo incontro di Abraham con il grande iniziato del Mistero solare è quello descrittoci nel Vecchio Testamento, come incontro di Abraham con il Re, con il Sacerdote del Dio Supremo, con Melchisedek o Malek-zadik come ci si è abituati a chiamarlo. È di massima e universale importanza questo incontro di Abraham con il grande iniziato del Mistero solare, il quale – per non confondere Abraham – si palesò nel corpo eterico di Sem, capostipite della stirpe semitica. E nella Bibbia viene accennato in modo significativo a un fatto, che pur troppo vien poco capito, e cioè, alla provenienza, per così dire, di ciò che Melchisedek è in condizione di dare ad Abraham. Che cosa Melchisedek può dare ad Abraham? Può dargli il segreto dell’esistenza solare, che Abraham naturalmente può comprendere soltanto a suo modo – quel segreto appunto che risiede dietro alla rivelazione di Zarathustra, e al quale Zarathustra per primo ha accennato profeticamente.
Se ci rappresentiamo il fatto, che Zarathustra ha segnalato ai suoi discepoli prediletti ciò che vive spiritualmente come Ahura Mazdao dietro il corpo di luce solare, quando ha detto: «Guardate, là dentro vi è qualcosa che ancora non è unito con la Terra, ma che una volta si riverserà nell’evoluzione terrestre e discenderà sulla Terra...»; se riconosciamo che Zarathustra poteva preannunciare soltanto profeticamente lo Spirito solare, il Cristo, del quale diceva: «Egli verrà in un corpo umano!»; se teniamo conto di questo, dovremo dire, che all’uomo che doveva preparare e più tardi produrre l’incarnazione del Cristo sulla Terra, dovevano palesarsi delle profondità anche maggiori di questo Mistero solare. E ciò potè succedere per il fatto, che il Maestro stesso di Zarathustra, nell’incontro di cui sopra, prese la sua influenza su Abraham – trasse, per così dire, la sua influenza dalla medesima sorgente, dalla quale è provenuta poi l’influenza del Cristo. Questo pure ci è indicato simbolicamente nella Bibbia quando dice: «Mentre Abraham va incontro a Melchisedek, questo Re di Salem, questo Sacerdote del Dio Supremo, gli porta pane e succo d’uva». Un’altra volta più tardi verrà nuovamente distribuito pane e succo d’uva. Quando il Mistero del Cristo doveva essere espresso ai suoi discepoli con l’istituzione della Eucaristia, esso si verifica per mezzo del pane e del succo d’uva. Poichè l’identità del sacrificio viene espresso in modo così significativo, ciò indica che Melchisedek attinge alla medisima sorgente dalla quale attinge il Cristo.
Per il tramite indiretto di Melchisedek, doveva dunque esplicarsi l’influenza di ciò che doveva discendere più tardi sulla Terra. E questa influenza doveva esercitarsi sopra il grande preparatore del futuro evento, sopra Abraham. E l’effetto dell’azione di questo incontro di Abraham con Melchisedek fu, che Abraham potè intuire, che ciò che lo stimolava, ciò che era quanto di più elevato egli potesse concepire e che invocava col nome di Jahve o Jehovah, proveniva dalla medesima sorgente, dalla quale per le sfere più alte del sapere terreno, proveniva anche la coscienza che l’Iniziato aveva del Dio Supremo, che pervade e vivifica l’universo! Questa era la coscienza che Abraham poteva ora evolvere più oltre. Un’altra coscienza si destò pure in Abraham: cioè, la coscienza, che ora effettivamente, con il sangue che scorreva attraverso le generazioni del suo popolo, doveva esser dato qualcosa, che in modo giusto poteva assomigliarsi soltanto a quel che poteva essere veduto nei Misteri, quando lo sguardo chiaroveggente si volgeva fuori sugli arcani dell’esistenza e comprendeva il linguaggio del Cosmo.
Già ho fatto notare che, nei Misteri, i segreti del Cosmo vengono espressi con un linguaggio stellare, e che i segreti del Cosmo vengono usati per esprimere ciò che si vuol dire. Vi furono tempi, in cui i maestri dei Misteri rivestivano ciò che volevano esprimere con parole e immagini tratte dall’ordinamento delle stelle. Nel corso delle stelle, nella posizione delle stelle fra di loro, si vedevano, in certo modo, le immagini, per mezzo delle quali si voleva esprimere ciò che l’uomo sperimenta spiritualmente, quando egli si eleva al divino-spirituale.
Che cosa, nella saggezza dei Misteri, si leggeva dunque in questa scrittura stellare? Si leggevano i segreti della divinità che compenetra, vibrando e vivificando, il mondo. L’ordine delle stelle era l’espressione manifesta della Divinità. Si volgeva lo sguardo all’Universo e si diceva: là si palesa in Divinità! E come essa si palesi, ci viene indicato come si suole considerarle; dobbiamo anzi premettere che queste tradizioni sono d’infinita profondità.
Vediamo così effettivamente, che vi è un ordine in questa serie di generazioni descrittaci dal Vangelo di Matteo. Vediamo che quest’Evangelista ci indica come, effettivamente, fosse combinato in modo del tutto speciale il sangue di quel corpo, il quale doveva dapprima accogliere l’individualità di Zarathustra, perchè questa individualità di Zarathustra potesse a sua volta produrre la manifestazione del Cristo sulla Terra.
Che cosa dunque si era ottenuto per mezzo delle quarantadue generazioni da Abraham fino a Giuseppe? Si era ottenuto che in questo, ultimo nella serie delle generazioni, si fosse effettuata una miscela di sangue che era conforme alle leggi del mondo stellare, dei Misteri sacri. E in questa miscela di sangue, necessaria all’individualità dello Zarathustra per compiere la grande opera, regnava un ordinamento interiore, un’armonia, che corrispondeva a uno dei più belli, dei più importanti ordinamenti del sistema stellare. La miscela del sangue dunque che Zarathustra trovò era un riflesso dell’intiero Cosmo. Questo sangue formato così attraverso le generazioni, era composto secondo gli ordinamenti del Cosmo. Tutto ciò sta a base di quella importante tradizione che – mi sia permesso dirlo – si ritrova in forma attenuata nel Vangelo di Matteo. A base di essa vi è questo profondo mistero, del divenire di un popolo, come riflesso del divenire cosmico.
Così sentivano coloro, i quali per primi sapevano qualcosa del grande Mistero del Cristo. Già nel sangue che questo Gesù di Nazareth del Vangelo di Matteo aveva in sè, essi sentivano un riflesso del Cosmo, un riflesso di quello spirito che domina nell’intiero Cosmo. Ed esprimevano questo segreto dicendo: Nel sangue in cui doveva vivere l’Io, che fu poi Gesù di Nazareth, viveva lo Spirito dell’intiero Cosmo. Perchè dunque questo corpo fisico potesse nascere, occorreva che esso fosse l’impronta dello Spirito dell’intiero Cosmo, dello Spirito che domina nel mondo. Originariamente questa era la formula: cioè, che la forza che risiedeva a base di quella miscela di sangue che fu poi di Zarathustra, o Gesù di Nazareth, che questa forza, dico, era lo Spirito dell’intiero nostro Cosmo quello Spirito appunto, che originariamente, dopo la scissione del Sole dalla nostra Terra, compenetrò di calore e covò ciò che si era distaccato, nell’evoluzione dei mondi. Dalle conferenze di Monaco già sappiamo, che se vogliamo tradurre il principio della Genesi – il «Bereschit bara elohim eth haschamajim weth harez» – non con parole superficiali dell’epoca attuale, che non portano più l’antico significato, ma cercandone invece il vero significato, dovremmo tradurre: «In ciò che era pervenuto dall’esistenza di Saturno, del Sole e della Luna, gli Elohim, cosmicamente attivi, cogitarono ciò che si manifesta verso l’esteriore, e ciò che si anima nell’interiore. E sopra ciò che si anima nell’interiore e attraverso ciò che si anima, dominavano le tenebre oscure: ma lo Spirito creatore degli Elohim, Ruach, si stese in esso, lo compenetrò di calore, covandolo (come la gallina l’uovo)». Lo Spirito che covava è assolutamente il medesimo, che poi effettuò gli ordinamenti che si potrebbero esprimere, in certo qual modo, per mezzo delle costellazioni degli astri. Gli antichissimi iniziati del Mistero del Cristo sentivano, perciò, che la miscela del sangue di Gesù di Nazareth era un riflesso di ciò che Ruach-Elohim effettuava attraverso l’esistenza cosmica. E perciò, del sangue preparato in questo modo per il grande evento, dissero che era «creato per mezzo dello Spirito dell’esistenza cosmica», per mezzo del medesimo Spirito, che in quella importante descrizione della Genesi – nel «Bereschit bara »... – viene chiamato Ruach.
Questo significato sacro, più grande invero di qualsiasi altro significato superficiale, risiede, come significato superiore, a base di ciò che vien chiamata «la concezione per opera dello Spirito Santo dell’Universo». Questo è ciò che sta a base del contenuto delle parole: «E colei che partorì questo Essere, venne riempita dalla forza di questo Spirito dell’Universo!» Occorre sentire l’intiera grandezza di un Mistero siffatto, per trovare che questo modo di rappresentarcelo è infinitamente superiore a tutto ciò che vien dato exotericamente nella Conceptio immaculata, nella «Concezione immacolata». Se si vuol riconoscere la vera intenzione della Bibbia e liberarsi da una interpretazione superficiale della Concezione immacolata, basta considerare in essa due fatti, e cioè: per quale ragione lo scrittore del Vangelo di Matteo avrebbe esposto l’intiera serie di generazioni da Abraham fino a Giuseppe, se poi intendeva dire che la nascita di Gesù di Nazareth niente ha a che fare con tutta questa successione di generazioni? Egli si sforza di descrivere come il sangue di Abraham venga diretto giù fino a Giuseppe, e poi dovrebbe dire che il sangue di Gesù di Nazareth niente ha a che fare con questo sangue? L’altro fatto si è, che «Ruach-Elohim», che nella Bibbia vien chiamato lo «Spirito Santo», in lingua ebraica è di sesso femminile, è femmina, ciò di cui veramente va pure tenuto conto. Parleremo di questo nuovamente in seguito; voglio ora soltanto destare un senso della grandezza dell’idea della concezione, che forma il punto di partenza di questo Mistero.
Ciò che allora si è svolto, al punto di partenza della nostra èra, e che era risaputo soltanto da quei saggi veramente iniziati nei Misteri dell’esistenza cosmica, venne anzitutto espresso in lingua aramaica, nelle tradizioni che stanno a base del Vangelo di Matteo. E non soltanto per mezzo dell’occultismo, bensì anche per mezzo della semplice ricerca filologica, è possibile dimostrare, che questa tradizione, che forma la base del Vangelo di Matteo, già esisteva nell’anno 71. Come veramente i Vangeli siano nati, lo potete leggere nel mio libro «Il Cristianesimo come fatto mistico». Ma procedendo veramente con esattezza si può dimostrare, anche filologicamente, che quanto viene detto di una pretesa concezione posteriore del Vangelo di Matteo non è esatto; perchè possiamo dimostrare, che già nell’anno 71 – dunque relativamente poco tempo dopo l’evento di Palestina – già esisteva uno scritto originario aramaico del Vangelo di Matteo. Ma siccome qui non devo sostenere dei fatti filologici, ma soltanto spirituale-scientifici, addurrò in proposito un fatto della letteratura talmudica, completamente garantito dagli scienziati giudei. Nella letteratura talmudica troviamo indicato, che Rabbi Gamaliel II era coinvolto con sua sorella in una questione di eredità dovuta al fatto, che nell’anno 70 il loro padre era rimasto ucciso in un combattimento con i Romani. E ci vien raccontato, che Rabbi Gamaliel II comparve allora davanti a un giudice, il quale, a seconda di ciò che la letteratura talmudica afferma, era a metà cristiano, un cosidetto giudeo-cristiano. Ve ne erano alcuni nei tribunali imposti dai Romani ai Giudei. Si verificò allora qualcosa di strano. Rabbi Gamaliel II lotta con sua sorella per l’eredità, per il patrimonio di suo padre. E davanti al giudice, il quale già sapeva qualcosa del cristianesimo, fa valere, che secondo la legge che usa presso i Giudei può ereditare soltanto il figlio, e non le figlie, e che perciò a lui solo spetta l’eredità. Il giudice gli fa presente, che la Thorà non è più in uso nelle sfere entro le quali si esercita la sua giurisdizione, e poichè a lui è stato ricorso perchè renda giustizia e pronunzi sentenza, egli vuol giudicare, non soltanto secondo la legge dei Giudei, ma secondo la legge, che ha rimpiazzato la Thorà. Tutto ciò era successo, come già è stato detto, nell’anno 71, poichè il padre di Gamaliel era stato ucciso nell’anno 70, durante la persecuzione degli Ebrei. Rabbi Gamaliel II non trovò altra via d’uscita, che di corrompere il giudice. Il giudice corrotto pronunziò l’indomani una sentenza, tratta dallo scritto originario aramaico del Vangelo di Matteo. E che disse il giudice? «Che il Cristo non è venuto per spezzare la legge di Mosè, ma per compierla». Egli credeva così di poter sollevare la sua coscienza dalla violenza che faceva alla legge, col dire: che aggiudicando l’eredità a Gamaliel, egli giudicava nel senso del Cristo.
Da ciò sappiamo, che nell’anno 71 esisteva un documento cristiano, dal quale vennero tratte delle parole, contenute oggi nel Vangelo di Matteo. Abbiamo dunque questo segno esteriore – quel passo vien riprodotto in lingua aramaica – che questo documento, questo originario testo aramaico del Vangelo di Matteo già esisteva, per lo meno in parte, a quell’epoca. Più tardi parleremo di quello, che la ricerca occulta ha da dire in proposito. Questo soltanto ho voluto esporre, per dimostrare: che quando ci si appella alla scienza esteriore, non è permesso, ciò che spesso si usa fare, di raccogliere, cioè, soltanto ciò che quei signori sono capaci di leggere – mentre, per esempio, vien trascurata la letteratura talmudica, che è straordinariamente importante per ciò che anche exotericamente ci è dato conoscere di queste cose. – Vediamo così, che anche esteriormente poggiamo sopra buona base, se facciamo risalire il Vangelo di Matteo a un’epoca relativamente remota. Questo già ci offre anche esteriormente una certa qual dimostrazione che gli uomini, che parteciparono alla compilazione del Vangelo di Matteo, non erano, come epoca, molto lontani dagli avvenimenti verificatisi in Palestina; questo fatto già exotericamente ci è di garanzia, che non si poteva allora semplicemente mentire in faccia alla gente e dire, che al principio della nostra èra il Cristo Gesù, del quale parliamo, non è vissuto. Perchè era appena mezzo secolo più tardi; di guisa che ancora si parlava a testimoni oculari, ai quali non si potevano dire cose non successe. Questi particolari sono exotericamente importanti, e sono stati qui esposti solo per giustificare l’aspetto esoterico della quistione.
Abbiamo visto, dunque, che dai misteri del Cosmo sono state tratte delle disposizioni nell’evoluzione dell’umanità, perchè dal sangue, in certo qual modo filtrato, del popolo ebraico, che aveva accolto in sè l’ordinamento stesso dell’Universo, venisse formato un corpo, nel quale nuovamente incarnare il grande iniziato Zarathustra. Perchè il Vangelo di Matteo parla dell’individualità di Zarathustra: e di nessun’altra individualità parla questo Vangelo, se non di quella di Zarathustra. Orbene, non dobbiamo credere, che tutto ciò che esponiamo ora dei segreti più profondi dell’evoluzione dei mondi, si sia svolto apertamente davanti agli occhi di tutti. Anche per i contemporanei tutto ciò era avvolto nel più grande mistero, ed era comprensibile soltanto a pochissimi iniziati; riesce facile perciò capire, perchè un silenzio tanto profondo regni su tutto ciò che è successo a quell’epoca nei riguardi di quel supremo evento dell’evoluzione dell’umanità. E quando oggi gli storici fanno appello ai loro documenti e dicono, che questi documenti tacciono su questo avvenimento, ciò non deve meravigliarci, me deve sembrarci del tutto naturale.
Abbiamo caratterizzato come questo grande evento della evoluzione della nostra umanità venisse preparato dalla parte di Zarathustra; dobbiamo ora esaminare anche altre correnti preparatorie del medesimo. Molto, anzi moltissimo, è successo nell’evoluzione dell’umanità immediatamente prima, e anche immediatamente dopo gli eventi svoltisi attorno al Cristo. Questo evento, in ultima analisi, era stato preparato già da molto prima. Come venne preparato per via esteriore, con la missione affidata da Zarathustra a Mosè ed Ermete, e con l’apprestamento da parte di Melchisedek, del mistero solare stesso, dell’involucro esteriore di Gesù di Nazareth, così del pari fu preparato anche dell’altro, quasi una «corrente secondaria» di questa grande corrente, la quale – sebbene non fosse che secondaria – aveva nondimeno a che fare con la grande corrente principale proveniente da Zarathustra. Questa corrente secondaria si prepara lentamente in quei santuari, che ci vengono indicati anche nella storia esteriore, quando essa richiama la nostra attenzione sopra delle speciali sette che aspiravano a una determinata evoluzione dell’anima, e che Filone chiama «Terapeuti». I terapeuti appartenevano a una setta segreta, essi cercavano di purificare le loro anime per via interiore, per espellere ciò che dai rapporti esteriori e dalle cognizioni esteriori viene contaminato, ed elevarsi in tal guisa a sfere spirituali purissime. Un ramo di questa setta dei Terapeuti, in cui quella corrente secondaria venne più oltre preparata, era quella degli «Essei, o Esseni», che vivevano in Asia. Tutti questi uomini (potrete trovare di essi una breve descrizione nel mio libro «Il Cristianesimo come fatto mistico») riuniti in queste sette, avevano in comune una determinata Guida spirituale. Tanto presso i Terapeuti, quanto presso gli «Esseni», vi era una determinata Guida spirituale. E se vogliamo imparare a conoscere esotericamente questa Guida spirituale, dobbiamo ricordarci di ciò, di cui abbiamo parlato l’anno scorso nelle conferenze sul Vangelo di Luca. Abbiamo parlato allora del mistero di Gotamo Buddha, quale viene trattato anche exotericamente negli scritti orientali, e abbiamo detto che colui, il quale nel corso dell’evoluzione vuol diventare un Buddha, deve prima diventare un Bodhisattwa. Abbiamo spiegato che colui il quale è conosciuto dalla storia come il «Buddha», era pure dapprima un Bodhisattwa poi divenne Buddha. Fino al 29mo anno della sua esistenza fisica, come figlio del Re Suddhodana, egli era ancora un Bodhisattwa e soltanto al 29mo anno, per mezzo dell’evoluzione interiore della sua anima, da Bodhisattwa diventò Buddha. Di Bodhisattwa ve n’è una intiera serie nell’evoluzione dell’umanità; e quel Bodhisattwa che è diventato un Buddha, sei secoli prima della nostra èra, è uno dei tanti Bodhisattwa che guidano l’evoluzione dell’umanità. Un’individualità siffatta, che dalla dignità di Bodhisattwa sale a quella di Buddha, non s’incorpora più tardi nuovamente in un corpo fisico sulla Terra. Abbiamo poi visto come il Buddha si sia manifestato alla nascita del Gesù del Vangelo di Luca, unendosi con il suo corpo eterico con questo Gesù, che abbiamo chiamato il Gesù della linea «nathanica». E abbiamo visto che questo era un Gesù diverso da quello, del quale si parla anzitutto nel Vangelo di Matteo.
In questo divenire Buddha del figlio del Re Suddhodana dobbiamo vedere la fine di una vecchia evoluzione. Effettivamente questa evoluzione, che arriva al suo termine con il divenire Buddha di
quel Bodhisattwa, appartiene a quella medesima corrente, a cui appartengono anche i Santi Riscis degli Indiani; ma col divenire Buddha di quel Bodhisattwa, essa arrivò a un certo termine. Quando un Bodisattwa diventa Buddha subentra al suo posto un successore. Questo ci racconta anche l’antica leggenda indiana, dicendo, che il Bodhisattwa, che era disceso per salire come figlio del Re Suddhodana alla dignità di Buddha, prima della sua ultima discesa, trasmise la corona di Bodhisattwa al suo successore nei regni spirituali. Vi era dunque in quel tempo un successore di quel Bodhisattwa, che allora divenne Buddha. E questo nuovo Bodhisattwa, il quale ormai agì più oltre come Bodhisattwa, aveva una speciale missione nell’evoluzione dell’umanità. Gli era stata specialmente assegnata la missione di guidare spiritualmente quel movimento, che si manifestava presso i Terapeuti, fra gli Esseni; di guisa che in quel Bodhisattwa, che divenne il successore del Buddha, riconosciamo la Guida spirituale delle comunità terapeute ed essene. In queste esercitò la sua influenza. Questo Bodhisattwa, a guidare gli Esseni, inviò, per così dire, durante il regno del Re Alessandro Janneo – circa 125-77 anni prima della nostra èra – una speciale individualità nella comunità essena. Questa speciale individualità guidò le comunità essene all’incirca un secolo prima della comparsa del Cristo Gesù sulla Terra. Questa personalità è ben nota all’occultismo, e anche alla letteratura esteriore talmudica.
Vi fu dunque, un secolo prima della nostra èra, un secolo prima della comparsa del Cristo sulla Terra, un’individualità, che niente ha a che fare con il Gesù del Vangelo di Luca – e, niente ha a che fare con il Gesù del Vangelo di Matteo una personalità, che era la Guida e il maestro delle comunità essene. Questa personalità è ben conosciuta dall’occultismo, come un precursore del cristianesimo presso gli Esseni; è conosciuta anche nella letteratura talmudica sotto il nome di Gesù, figlio di Pandira, Jesciua ben Pandira. Questo Gesù, figlio di Pandira, sul conto del quale degli scritti giudaici malevoli hanno raccontato tante favole, che nei tempi recenti sono state rievocate, questa personalità, dico, che era nobile e grande, non si deve scambiare, come usano fare alcuni talmudisti, con il Gesù di Nazareth, del quale parliamo. Conosciamo anche questo precursore esseno del Cristianesimo, come Gesù, figlio del Pandira. E sappiamo che questo Jesciua ben Pandira, da coloro che a quei tempi consideravano la dottrina essena come una bestemmia, venne accusato di bestemmia e di eresia, e perciò, prima lapidato e – dopo essere stato lapidato – impiccato a un albero, per aggiungere la vergogna alla pena. Questo è un fatto occulto, ma rivelato anche nella letteratura talmudica.
In questo Jesciua ben Pandira dobbiamo vedere una personalità che sta sotto la protezione del Bodhisattwa, successore di quel Bodhisattwa, che come figlio del Re Suddhodana è poi divenuto Buddha. Questi fatti sono chiari. Dobbiamo considerare come una specie di preparazione, come una corrente secondaria della corrente principale cristiana, quella corrente che dipende dal successore del Buddha, dall’attuale Bodhisattwa (che diventerà più tardi il Maitreya Buddha), il quale aveva inviato i suoi messi fra le comunità degli Esseni, ed esplicò la sua azione nel missionario, che effettuò nelle comunità degli Esseni ciò che verremo a conoscere nelle prossime conferenze.
Dobbiamo dunque cercare il nome di «Gesù» nell’Individualità, di cui c’informano il Vangelo di Matteo e quello di Luca; dobbiamo cercare, però il nome di Gesù anche un secolo prima del principio dell’èra nostra, nelle comunità essene, presso quella nobile personalità, sul conto della quale, tutto ciò che la malevola letteratura talmudica volgare ha trovato, è calunnia – personalità, che è stata accusata di bestemmie ed eresia, e prima lapidata – e dopo impiccata a un albero.
Dobbiamo tener ben presente il fatto, che quel Gesù, figlio di Pandira, Jesciua ben Pandira, niente ha a che fare, in quanto a parentela o altro, con quella personalità o individualità, della quale parliamo come del Gesù del Vangelo di Matteo o di quello di Luca, o di qualsiasi altro Vangelo; che questo Jesciua ben Pandira, il quale, un secolo prima dell’èra nostra – dunque prima che si verificasse l’avvento del Cristo – è stato lapidato e poi impiccato a un albero, non deve essere scambiato con quello di cui parliamo, quando parliamo dei Vangeli. Vi prego di notare, che per indicare una personalità come quella di Jesciua ben Pandira, per poter dire che egli è esistito, non occorre alcuna conoscenza occulta, nessuna facoltà chiaroveggente; tutto ciò si può leggere, volendo, nei documenti ebraici, in quelli talmudici. In diverse epoche questo Jesciua ben Pandira è stato confuso con il vero Gesù, e questa confusione si e per la prima volta verificata nel secondo secolo dopo il principio dell’èra nostra. Quando dunque affermiamo specificatamente che a questo riguardo questo Gesù, figlio di Pandira, non ha nulla a che fare con il Gesù dei Vangeli, dobbiamo tuttavia ammettere che fra queste due personalità vi è un nesso storico – il quale oggidì si può verificare soltanto per mezzo della ricerca spirituale-scientifica. Potremo comprendere la profondità di questo rapporto, se torniamo brevemente a esaminare l’evoluzione dell’umanità e delle sue Guide.
Se guardiamo in alto a quelle entità, a quelle individualità, le quali sono le Guide dell’evoluzione dell’umanità, arriviamo, in ultimo, a una serie di altissime individualità chiamate di solito – perchè in certo modo la teoria di queste individualità è stata specialmente stabilita in Oriente – i Bodhisattwa. Vi è gran numero di siffatti Bodhisattwa. Il loro compito è di essere grandi Maestri dell’umanità, e da un’epoca all’altra, attraverso le scuole dei Misteri, essi devono far affluire nell’umanità, dai mondi spirituali, ciò che a seconda della maturità umana conviene che scorra in ciascuna epoca. E si può dire: questi Bodhisattwa si alternano nelle epoche che si susseguono; un Bodhisattwa agisce sempre come successore dell’altro. Ai nostri tempi interessano sopratutto i due Bodhisattwa, da noi già spesso citati, quando si è parlato dell’evoluzione della nostra umanità; quel Bodhisattwa, figlio del re Suddhodana, che divenne Buddha; e quello che divenne il suo successore nella dignità di Bodhisattwa, il quale – poichè la carica di Bodhisattwa dura così a lungo – è oggidì ancora Bodhisattwa, e, in conformità della saggezza orientale e della ricerca chiaroveggente, si può anche dire che lo sarà ancora per i prossimi 2.500 anni. Allora questo Bodhisattwa farà la medesima ascesa già fatta dal suo predecessore, quando venne elevato alla dignità di Buddha. Allora il Bodhisattwa attualmente in carica verrà elevato alla dignità di Maitreya Buddha.
Alla direzione dell’evoluzione dell’umanità, della quale parliamo come di una direzione effettuata per mezzo di Guide, abbiamo i Bodhisattwa, che si alternano e si succedono. E dobbiamo considerare la serie di questi Bodhisattwa, come la serie dei grandi Maestri dell’evoluzione dell’umanità, e non dobbiamo confonderli con ciò che è la sorgente di questo insegnamento, ciò da cui i Bodhisattwa accolgono alla loro volta quello che nei loro successivi insegnamenti essi devono dare all’evoluzione dell’umanità. Dobbiamo, in certo modo, rappresentarci un collegio di Bodhisattwa, e in mezzo a questo consesso dobbiamo immaginarci la sorgente viva degli insegnamenti dei Bodhisattwa. E questa sorgente viva altro non è che quegli, che nel nostro linguaggio abituale indichiamo con il termine «Cristo»; di guisa che dal Cristo tutti i Bodhisattwa ricevono ciò che nel corso dell’evoluzione delle epoche essi devono dare agli uomini.
Orbene, un Bodhisattwa, finchè rimane Bodhisattwa, deve dedicarsi prima di tutto all’insegnamento: perchè abbiamo visto che quando il Bodhisattwa sale alla dignità di Buddha, egli non discende più ad incarnarsi in un corpo fisico. D’Altra parte si può dire, in conformità di tutta la filosofia orientale, che il Gotamo Buddha, il quale come figlio del re Suddhodana percorse allora la sua ultima incarnazione in un corpo fisico, da quell’epoca in poi sperimenta soltanto delle incarnazioni, che discendono fino al corpo eterico. E nelle conferenze sul Vangelo di Luca abbiamo rilevato quale fosse il futuro compito di questo Bodhisattwa diventato Buddha. Abbiamo visto: che quando è nato il Gesù del Vangelo di Luca, il cosidetto Gesù nathanico, (il quale non è il Gesù del Vangelo di Matteo), l’entità del Buddha, che trovavasi allora incarnata fino al corpo eterico, penetrò, in certo modo, nel corpo astrale di questo Gesù nathanico, descrittoci dal Vangelo di Luca. Si può dire perciò: dalla sua incarnazione come Gotamo Buddha in poi, questo essere non aveva più il compito d’insegnare, sibbene, da allora in poi, questo Buddha doveva esercitare un’attività vivente. Egli era divenuto una forza reale, che dal mondo spirituale agisce nel nostro mondo fisico. È cosa assolutamente differente agire per mezzo dell’insegnamento – o agire per mezzo di forza vivente, di forza di crescenza. Fino al momento in cui un Bodhisattwa diventa Buddha, egli è Maestro: da quel momento in poi, egli è una forza vivente, che ha influenza organizzatrice e vivificatrice in ogni qualsiasi riguardo. Così il Buddha s’intromise nell’organismo del Gesù nathanico, come Luca descrive, e si comportò conformemente alla sua nuova dignità.
Dal sesto secolo prima di Cristo fino ai nostri tempi, al posto di quel Bodhisattwa, il quale allora divenne Buddha, è subentrato come suo successore, nella serie dei Grandi Maestri, colui che diventerà più tardi Maitreya Buddha. L’insegnamento, perciò, che occorreva all’umanità dall’epoca in cui operava Gotamo Buddha, figlio del re Suddhodana, in poi, va cercato là dove quel Bodhisattwa, che è il suo successore, esplica la sua ispirazione, dove, in certo modo, fa scorrere nei suoi discepoli, nei suoi allievi, ciò che essi devono comunicare al mondo. Ieri ho fatto notare, quale strumento specialmente adatto per questo Bodhisattwa fosse tutto ciò che si trovava riunito nelle comunità terapeute ed essene, e ho detto che Gesù, figlio di Pandira, apparteneva alle più importanti, più elevate e più pure personalità delle comunità essene. Dobbiamo dunque vedere, per così dire, risplendere nell’umanità terrestre attraverso gli Esseni il contenuto dell’insegnamento di quel Bodhisattwa.
Le vere comunità essene, in quanto al contenuto più profondo dell’insegnamento – e di questo potete convincervi anche per mezzo della storia esteriore – scomparirono relativamente presto, dopo che l’avvento del Cristo si era verificato sulla Terra. Non sembrerà perciò tanto inverosimile, se io dico che, in fondo, le comunità terapeute ed essene erano essenzialmente stabilite per far discendere dalle regioni spirituali, dalle sfere dei Bodhisattwa, ciò che occorreva per la comprensione del grande e importante evento della comparsa del Cristo. Gl’Insegnamenti più importanti pervenuti agli uomini per comprendere l’avvento del Cristo provenivano dalle comunità terapeute ed essene. Di guisa che Gesù, figlio di Pandira, era in certo modo destinato a lanciarsi ispirare da quel Bodhisattwa, il quale diventerà il Maitreya Buddha, e che operava nelle comunità essene, tutti quegli insegnamenti atti a rendere comprensibile il mistero della Palestina, il mistero del Cristo. Notizie più precise sul conto dei Terapeuti e degli Esseni si possono attingere certamente soltanto per la via della ricerca spirituale scientifica. La storia esteriore ne sa ben poco. E «senza timore» – poichè ci troviamo in un circolo antroposofico che sa come accogliere queste cose – vogliamo trarre dai misteri dei Terapeuti e degli Esseni ciò che è necessario, per arrivare a una comprensione più profonda del Vangelo di Matteo e anche degli altri Vangeli. E vogliamo descrivere questi segreti dal punto di vista, con cui lo studioso della scienza dello Spirito deve considerare i Terapeuti e gli Esseni.
La caratteristica essenziale di quelle comunità, che fiorirono dunque un secolo prima dell’evento del Cristo, per preparare col loro insegnamento il mondo a quell’avvenimento, era il modo con cui veniva impartita l’iniziazione ai membri dei Terapeuti e degli Esseni. Essi attraversavano un’iniziazione specialmente destinata a destare la comprensione – una comprensione per mezzo della visione chiaroveggente – dell’importanza dell’Ebraismo, dell’Abrahamismo, per l’evento-Cristo. Questo era appunto un mistero delle comunità terapeute ed essene. I loro seguaci venivano appositamente iniziati a vedere chiaroveggentemente con esattezza proprio quel rapporto. Un Esseno doveva dunque imparare anzitutto a vedere l’intiero significato di ciò che per mezzo di Abraham si era verificato nel popolo ebraico, per poterne apprezzare il valore. Che in Abraham effettivamente si dovesse vedere una specie di capostipite del popolo ebraico, e che in lui era stata posta quella disposizione della quale vi ho parlato nelle ultime lezioni, la quale doveva in certo modo poi filtrare attraverso molte generazioni, scorrendovi giù per il sangue; tutto questo un Esseno doveva arrivare a vedere con la propria visione.
Per comprendere come qualcosa d’importante possa verificarsi per l’intiera evoluzione dell’umanità attraverso una personalità come Abraham; dovete tenere in mente una massima, una verità importante: e cioè, che sempre, quando una personalità è destinata a strumento speciale per l’evoluzione dell’umanità, occorre che un’Entità divina spirituale abbia presa immediata su di essa.
Coloro che hanno preso parte alle rappresentazioni del Mistero «Rosacruciano» a Monaco, o che lo hanno letto, sanno che una delle complicazioni drammatiche più importanti poggia sul fatto, che il Jerofante fa notare a Maria, come essa possa compiere la propria missione soltanto per Virtù dell’intervento, effettivamente verificatosi, dell’influenza di un’entità superiore; e in essa viene allora veramente a prodursi ciò che si può chiamare «una separazione degli arti superiori da quelli inferiori», di guisa che gl’inferiori possono allora venire occupati da uno spirito subordinato inferiore. Tutto ciò che si può trovare nel Mistero Rosacruciano, purchè lo lasciate agire sulla vostra anima – e non lo accogliate leggermente – può farvi scorgere dei grandi segreti dell’evoluzione dell’umanità.
Orbene, poichè Abraham era destinato a esplicare una parte così importante nell’evoluzione dell’umanità, occorreva appunto che nell’intimo della sua organizzazione penetrasse ciò che l’umanità dapprima, nelle epoche atlantee, aveva percepito come quello Spirito, che vibrando e vivificando interpenetra il mondo esteriore. Questo avvenne per la prima volta con Abraham – e così per la prima volta fu possibile che si verificasse una trasformazione della visione spirituale. Ma indubbiamente, perchè ciò potesse succedere, occorreva l’influenza di un’entità divino-spirituale. Un’entità divino-spirituale ha posto, in certo qual modo, nell’organizzazione di Abraham il germe per tutte le organizzazioni che da lui dovevano discendere nella serie delle generazioni. Un Esseno di quell’epoca diceva dunque a sè stesso: ciò che veramente poteva formare il popolo ebraico, e per mezzo di cui questo poteva diventare il veicolo della missione del Cristo, venne dapprima fatto in germe da quell’Essere misterioso, che si può trovare soltanto se si risale per la serie delle generazioni fino ad Abraham, quando, in certo qual modo, esso s’insinuò nell’organizzazione interiore di Abraham, per agire poi attraverso il sangue, come una specie di Spirito del popolo nella popolazione ebraica. Se dunque si vuol comprendere questo, per così dire, ultimo segreto dell’evoluzione dell’umanità, bisogna risalire a questo Spirito, il quale ha piantato quel germe, e cercarlo là, dove ancora non era penetrato nell’organizzazione di Abraham. L’Esseno diceva perciò: se l’uomo vuol risalire a questo Spirito, che effettivamente ispira e inaugura il popolo ebraico, e lo vuol conoscere nella sua purezza, egli deve attraversare, come Esseno o Terapeuta, una determinata evoluzione, per mezzo della quale si purifica di tutto ciò che dal mondo fisico si è; avvicinato all’anima umana dall’evento di Abraham in poi. Perchè l’Esseno diceva a sè stesso: l’essere spirituale che l’uomo porta in sè e tutte le entità spirituali, le quali collaborano al divenire dell’umanità, si possono vedere nella loro purezza soltanto nel mondo spirituale; così come vivono in noi, esse sono contaminate dalle forze del mondo fisico-sensibile.
Orbene, secondo il punto di vista degli Esseni (e questo naturalmente è assolutamente esatto in un determinato campo della conoscenza), qualsiasi uomo allora vivente aveva in sè tutta la corruzione, che nelle epoche precedenti era penetrata nell’anima umana, e che offuscava in questa la libera visione dell’Essere spirituale che aveva posto in Abraham il germe più sopra descritto. Ogni anima essena doveva perciò purificarsi da quello che era penetrato nel suddetto germe, e da quanto, per così dire, offuscava in lui la visione dell’Essere, che dimorava nel sangue di queste generazioni; soltanto dopo questa purificazione quell’Essere poteva essere veduto giustamente. Ogni genere di purificazione animica, tutti gli esercizi degli Esseni, erano diretti a liberare l’anima dalle influenze e dalle caratteristiche ereditate attraverso le generazioni, che potevano intorbidire nell’uomo la visione dell’Essere spirituale che ispirava Abraham; perchè l’uomo non ha soltanto l’intimo suo essere spirituale animico, ma lo ha in sè offuscato e contaminato dalle caratteristiche ereditate.
Orbene, vi è una legge spirituale-scientifica, che gli Esseni potevano specialmente seguire per mezzo delle loro indagini e della loro visione chiaroveggente; e cioè, che l’influenza dell’ereditarietà termina veramente soltanto, quando si risale indietro di 42 gradini nella serie degli antenati: soltanto dopo aver risalito questi 42 gradini, tutto si trova espulso dalla nostra anima. Vale a dire: si eredita qualcosa dal padre e dalla madre, dal nonno e dalla nonna, e così di seguito: e quanto più si risale indietro nella serie degli antenati, tanto meno, nel proprio essere interiore, si trova della corruzione accumulatasi per via di eredità – e non se ne trova più affatto, se si risale indietro di 42 generazioni; a quel punto si perde l’influenza dell’eredità. Perciò le purificazioni degli Esseni erano dirette ad espellere dall’interiorità, per mezzo di esercizi interiori e di un’accurata disciplina, tutte le corruzioni penetrate nell’anima attraverso 42 generazioni. Ogni Esseno doveva perciò percorrere degli esercizi interiori severi, una via mistica severa; questa lo conduceva attraverso 42 gradini alla purificazione della sua anima. Si trattava effettivamente di 42 gradini ben marcati, che egli doveva percorrere in sè; dopo di questi si sapeva libero da tutte le influenze del mondo dei sensi, da tutta la corruzione penetrata per via di eredità nel suo essere interiore. L’Esseno così saliva per 42 gradini tanto in alto, da sentire l’affinità dell’essenza sua più intima, del nocciolo centrale del suo essere con la spiritualità divina. Egli diceva perciò a sè stesso: percorrendo questi 42 gradini salgo fino al Dio che mi sta a cuore.
L’Esseno aveva un giusto concetto di come si sale a un essere divino non ancora immerso nella materia; conosceva la via dell’ascesa. Egli la conosceva per esperienza propria. Di tutti coloro che vivevano allora sulla Terra, i Terapeuti e gli Esseni soltanto sapevano valutare giustamente un evento, come quello di Abraham; lo sapevano valutare nei riguardi dell’eredità attraverso le generazioni. Sapevano, che se si vuol risalire a un essere entrato nella linea ereditaria, se si vuol arrivare al punto in cui ancora egli non si è immerso nella materia, occorre risalire per 42 gradini, corrispondenti alle 42 generazioni; allora lo si trova. Ma gli Esseni sapevano anche di più. Essi sapevano: così come l’uomo deve salire per 42 gradini, corrispondenti alle 42 generazioni, per arrivare a questa Entità divina, così pure questo Essere divino, se vuol penetrare giù, dentro al sangue umano, deve discendere per 42 gradini – deve dunque percorrere la via inversa. Se l’uomo ha bisogno di 42 gradini per salire a quel Dio, questo Dio, a sua volta, ha bisogno di 42 gradini per discendere, per diventare uomo fra gli uomini.
Così insegnavano gli Esseni. E questo appunto veniva sopratutto insegnato fra gli Esseni da Jesciua ben Pandira sotto l’influenza del Bodhisattwa che lo ispirava. Era perciò insegnamento esseno, che quell’Entità, che aveva ispirato Abraham, perchè accogliesse nel proprio organismo quel germe divino, aveva bisogno di 42 generazioni per discendere appieno nell’umanità. Sapendo questo, conosciamo ormai la sorgente, dalla quale è fluito allo scrittore del Vangelo di Matteo la conoscenza, che lo ha spinto appunto a rintracciare queste 42 generazioni. E fu Gesù, figlio del Pandira, il quale richiamò anzitutto l’attenzione degli Esseni sopra un determinato fatto. Egli viveva un secolo prima che fosse possibile che le 42 generazioni si compissero: perchè ciò non era possibile che un secolo più tardi. Egli fece osservare agli Esseni, che essi potevano percorrere la via dei 42 gradini soltanto fino a un determinato grado che si riconnettesse con la storia, ma che da quel punto in là potevano percorrerla soltanto per aiuto della grazia superiore; verrebbe però l’epoca, in cui ciò diventerebbe un evento naturale; un’epoca in cui nascerebbe un uomo, che avrebbe in sè la possibilità di salire col proprio sangue a tale elevatezza, che potrebbe discendere in lui la forza divina occorrente per portare a manifestazione l’intiero spirito del popolo ebraico – lo spirito Jahve – nel sangue del popolo ebraico. Jesciua ben Pandira insegnava perciò, che se Zarathustra, il portatore di Ahura Mazdao, doveva incarnarsi in un corpo umano, ciò sarebbe possibile soltanto, se questo corpo umano venisse preparato in modo, che l’essere divino-spirituale che doveva riempirlo fosse disceso in lui attraverso 42 generazioni.
Con ciò abbiamo indicato, che le comunità essene erano la sorgente di quella dottrina delle generazioni, con cui s’inizia il Vangelo di Matteo. Se vogliamo capire completamente questi fatti, dobbiamo però accennare a qualcosa di ancora maggiore profondità.
Tutto ciò che si riconnette con lo sviluppo umano, con l’evoluzione umana, ci si presenta, per così dire, sotto due aspetti – per la semplice ragione che l’uomo è un essere scisso in due parti: quando l’uomo si presenta a noi con la coscienza diurna, i quattro arti del sud essere sono collegati fra di loro, e non possiamo subito distinguere come egli sia un essere scisso in due parti. Ma di notte, quando abbiamo pure dinanzi a noi l’intiera entità umana, essa si presenta a noi chiaramente scissa in due parti: in ciò che rimane indietro nel mondo fisico, corpo fisico e corpo eterico – e in ciò che si spinge fuori dal corpo fisico e da quello eterico, come corpo astrale e come Io. L’uomo, in certo modo, è costituito dal collegamento di queste due parti. Finchè parliamo di ciò per cui l’uomo appartiene al mondo fisico, possiamo effettivamente parlare soltanto del corpo fisico e di quello eterico. Tutto ciò che concerne funzioni e faccende umane nel mondo fisico riguarda soltanto il corpo fisico e quello eterico, sebbene durante la veglia del giorno gli altri arti vi prendano pure parte. Durante la veglia del giorno l’uomo, dall’Io e dal corpo astrale, agisce negli altri due arti; durante il sonno, invece, egli li abbandona a sè stessi. In verità, però, dal momento in cui l’uomo si addormenta, cominciano ad agire le forze e le entità dello spazio cosmico, dal Cosmo, per penetrare in ciò che l’uomo ha abbandonato, di guisa che si tratta effettivamente di una continuata influenza del Cosmo sul corpo fisico e su quello eterico dell’uomo. Ma ciò che di noi rimane a giacere sul letto e che è l’aspetto esteriore del nostro essere, cioè, il corpo fisico e quello eterico, sta veramente racchiuso nelle 42 generazioni. Per quelle passa per via di eredità. Se cominciamo dunque dalla prima generazione e prendiamo in quella tutto ciò che appartiene all’essere fisico, e procediamo poi attraverso 42 generazioni, non troviamo più, alla fine delle 42 generazioni, niente di ciò che rappresentava le tendenze più essenziali nella prima generazione. Dunque in sei volte sette generazioni sta racchiuso ciò che effettivamente vive e opera nel corpo fisico e in quello eterico di un uomo che giace dinanzi a noi. Tutto ciò, che in fatto di caratteristiche ereditate si trova in questi due corpi, va cercato negli antenati – ma soltanto nel corso di 42 generazioni. Se si risale più in alto, non se ne ritrova più niente. Tutto ciò che appartiene a generazioni precedenti è sparito. Se guardiamo dunque la parte esteriore dell’essere umano troviamo che la forza che la compenetra è collegata a 42 generazioni. L’evoluzione umana nel tempo si basa dunque sopra un rapporto numerico. Esaminiamo attentamente questo rapporto numerico; è importante tenerne conto. Osserviamolo come appunto occorre che venga esaminato, se si vuol comprendere la genealogia del Vangelo di Matteo. Tutto ciò che riguarda il corpo fisico è collegato a 42 generazioni, perchè tutto ciò che è collegato con l’evoluzione del tempo, che si riferisce al tempo, si riconnette col numero sette. Per gli Esseni, dunque, anche l’evoluzione ascendente delle caratteristiche fisiche ereditarie è collegata col numero sette. Un Esseno diceva a sè stesso: Tu devi attraversare sei volte sette – dunque 42 gradini; arrivi allora agli altri sette gradini, che sono perciò il compimento del numero sette, i sette volte sette cioè 49 gradini. Ciò però che risiede al di là dei 42 gradini non è più da assegnarsi alle forze ed entità, che sono attive nel corpo fisico e in quello eterico. Veramente l’intiera evoluzione del corpo fisico e di quello eterico è compiuta soltanto secondo la legge del settenario, dopo sette volte sette generazioni; ma per le ultime sette generazioni si è già raggiunta una completa trasformazione, non vi esiste più niente delle prime generazioni. Ciò di cui dunque dobbiamo tener conto va cercato entro il sei volte sette; quando però il settenario è completo, già abbiamo dinanzi a noi qualcosa di nuovo. Nel campo in cui si penetra dopo le 42 generazioni, non si tratta più di un’esistenza umana, ma di un’esistenza superumana. Possiamo distinguere dunque sei volte sette generazioni che si ottengono completamente sulla Terra – ciò che è al di là, il sette volte sette, già trascende la Terra; è il frutto per il mondo spirituale. Dopo sei volte sette spunta il frutto, che poi si schiude per il mondo spirituale con il sette volte sette. Perciò coloro, da cui proviene il Vangelo di Matteo, dicevano: la corporeità fisica, di cui Zarathustra si servì, dovette essere così matura, che dopo le 42 generazioni stava già al principio della spiritualizzazione, della deificazione – al principio del punto dove doveva passare alla deificazione. Essa si trova dunque già al principio della 43.ma, generazione; non vi penetra però, ma si lascia ora compenetrare da un’altra entità, da quella entità che come spirito di Zarathustra s’incarna sulla Terra come Gesù di Nazareth.
Per mezzo dunque del compimento del mistero numerico si verificò tutto ciò, che all’anima di Zarathustra poteva dare, nel Gesù di Nazareth, il corpo più adatto, il sangue più adatto. Tutto ciò che si riferisce al corpo fisico e al corpo eterico venne preparato con quel mezzo per l’evoluzione dell’umanità. Tuttavia, in un uomo – dunque anche in quello che doveva diventare il portatore dell’Entità-Cristo, – vi sono non soltanto il corpo fisico e quello eterico, ma anche il corpo astrale e l’Io. Occorreva dunque preparare, non soltanto ciò che riguardava il corpo fisico e quello eterico, ma doveva essere fatto anche tutto l’occorrente, per la conforme preparazione del corpo astrale e dell’Io. Per un evento così grandioso, questa preparazione non poteva venire effettuata dapprima in una sola personalità; sibbene doveva verificarsi in due personalità: il corpo fisico e il corpo eterico vennero dapprima preparati nella personalità, di cui ci parla principalmente il Vangelo di Matteo: e il corpo astrale e l’Io vennero preparati nella personalità, di cui ci narra il Vangelo di Luca, nel Gesù Nathanico. Questa, nei suoi primi anni, fu una tutt’altra personalità. Mentre il Gesù del Vangelo di Matteo ottenne il corpo fisico e corpo eterico che gli spettavano, il Gesù del Vangelo di Luca dovette ottenere il corrispondente corpo astrale e il relativo veicolo dell’Io. Come potè ciò succedere?
Abbiamo visto che le forze delle 42 generazioni hanno dovuto essere preparate in modo specialissimo, perchè gli arti necessari per il Gesù del Vangelo di Matteo si potessero formare. Dovevano però essere preparati anche il corpo astrale e l’Io, perchè più tardi potessero ad essi convenientemente riunirsi. Del modo come essi abbiano potuto riunirsi parleremo più tardi. – Anche per il Gesù del Vangelo di Luca vi dovette perciò essere una preparazione adeguata. Per spiegarcelo osserviamo ora lo stato del sonno.
Già ho detto che è una favola, proveniente dalle osservazioni della chiaroveggenza inferiore, l’affermazione, che nella nuvola, che si trova nella vicinanza del corpo fisico e di quello eterico dell’uomo dormiente, siano contenuti l’intiera entità astrale e l’intiero Io dell’uomo. Perchè effettivamente l’uomo, quando nello stato di sonno esce dal corpo fisico e da quello eterico, è veramente effuso, disteso nell’intiero Cosmo, in ciò che appartiene al nostro Cosmo. Questo è appunto il segreto del nostro sonno, cioè, che attingiamo dal mondo stellare (perciò parliamo del corpo astrale effuso nel mondo delle stelle) le forze più pure dell’intiero Cosmo, e le riportiamo con noi al risveglio, quando dobbiamo di nuovo immergerci nel corpo fisico e in quello eterico. Allora usciamo dal sonno rinforzati e rinvigoriti da ciò che possiamo assorbire dall’intiero Cosmo. – Quando l’uomo oggidì – e così era pure all’epoca del Cristo Gesù – diventa chiaroveggente nel senso più elevato, che cosa deve verificarsi in lui? Nello stato normale odierno l’uomo, quando esce dal corpo fisico e da quello eterico con il suo corpo astrale e con l’Io, diventa incosciente. Ma la coscienza chiaroveggente deve acquistare la capacità – senza far uso del corpo fisico e di quello eterico – di guardare soltanto con gli strumenti del corpo astrale e dell’Io: allora la coscienza chiaroveggente prende parte al mondo delle stelle e percepisce ciò che in esso vi è; non solo vi guarda dentro, ma penetra nel mondo delle stelle. Proprio come la coscienza dell’Esseno risale il corso del tempo, attraverso le epoche, alla cui base sta il settenario, così pure l’uomo deve percorrere i gradini che gli dànno la possibilità di percepire lo spazio cosmico chiaroveggentemente.
Orbene, già spesso ho indicato quali sieno i pericoli, che si presentano, tanto in una direzione, quanto nell’altra, dell’evoluzione. Per gli Esseni, in ultima analisi, si trattava di una discesa nel corpo fisico e in quello eterico, per poter trovare Dio attraverso tale passaggio. Era per loro come se un uomo, che si desta, non vedesse attorno a sè il mondo, ma s’immergesse invece nel corpo fisico e nel corpo eterico, per guardarne le forze; per percepire dunque, dall’interiore, il proprio esteriore. L’uomo, destandosi, non discende coscientemente nel corpo fisico e in quello eterico. Ne viene impedito dal fatto, che al momento di destarsi, la sua coscienza è rivolta verso l’ambiente circostante – e non si dirige verso le forze del corpo fisico e di quello eterico. L’essenziale, per gli Esseni, era d’imparare a conoscere tutte le forze, che provenivano dalle 42 generazioni d’imparare a distogliere lo sguardo da ciò che si trova nel mondo esteriore, e d’imparare ad immergersi nel proprio corpo fisico e in quello eterico; così, in questi, vedevano ciò che esiste nel senso del mistero del sei volte sette, delle 42 generazioni. In modo analogo l’uomo deve elevarsi, se vuol salire nel Cosmo, se vuol imparare a conoscere i misteri che giacciono a base dell’intiero Cosmo. Questo processo è più grandioso. Se l’uomo discende nella propria interiorità, è soltanto esposto al pericolo di essere afferrato da tutte le forze della propria interiorità, dai desideri, dalle passioni, da tutto ciò che vi è in fondo all’anima e di cui di solito l’uomo non si cura, di cui non ha sentore; perchè nella vita ordinaria l’educazione lo trattiene dalla conoscenza di queste forze; non ha affatto possibilità di lasciarsene afferrare, perchè al risveglio lo sguardo ne viene subito distolto, per rivolgersi al mondo esteriore. Mentre dunque nel discendere nella propria interiorità si è esposti, per così dire, al pericolo di essere afferrati dagli istinti inferiori e dalle forze egoistiche della propria natura, così un altro pericolo ci minaccia quando si attraversa l’esperienza dell’effondersi sull’intiero Cosmo. E questo pericolo meglio si potrà caratterizzare dicendo: colui che sperimenta il momento, in cui non si addormenta più nell’incoscienza, ma si addormenta invece coscientemente, di guisa che nel proprio corpo astrale e nell’Io possiede uno strumento per percepire il mondo spirituale, è minacciato dal pericolo di rimanere fortemente abbagliato, come quando un uomo si trova di fronte ai raggi del sole. Egli rimane abbagliato dalla possente grandezza e sopratutto rimane grandemente confuso dalle impressioni che riceve.
Come i gradini che l’uomo deve percorrere, secondo gli Esseni, per imparare a conoscere le caratteristiche ereditarie nel corpo fisico e in quello eterico, devono essere indicati per mezzo del mistero numerico del sei volte sette, così vi è anche un mistero numerico che rappresenta come l’uomo arrivi alla conoscenza dei misteri cosmici, ai misteri del grande mondo. Il miglior modo per avvicinarsi a questo mistero, è quello di servirsi di ciò che esiste fuori nel Cosmo nei movimenti e nelle costellazioni, nelle forme di espressione degli astri stessi, di ciò che, in certo modo, sta scritto davanti a noi nelle stelle. – Come attraverso sei volte sette gradini si penetra nei misteri dell’interiorità umana, così per mezzo di 12 volte 7, dunque di 84 gradini, si arriva ai misteri spirituali dello spazio cosmico. Quando si sono percorsi questi dodici volte sette – ossia 84 gradini, si arriva al punto, in cui il labirinto di queste forze spirituali cosmiche non è più abbagliante; in cui l’uomo veramente ha conquistato la quiete per orientarsi in questo possente labirinto; in cui viene a conoscere questo labirinto. Questo pure insegnavano gli Esseni in un determinato senso.
Quando l’uomo diventa chiaroveggente nel modo suddescritto, egli, nell’addormentarsi, si riversa in qualcosa, che si esprime nel segreto numerico del dodici volte sette. Ma al «dodici volte sette» egli già sta dentro alla spiritualità; per avere compiuto l’undici volte sette, già egli è arrivato al limite del mistero. Come il sette volte sette già è, nella spiritualità, così pure il dodici volte sette è già nella spiritualità. Se l’uomo vuol percorrere questa strada, occorre, per arrivare alla spiritualità, che egli attraversi undici volte sette gradini – cioè l’uomo, nel corpo astrale e l’Io, deve percorrere undici volte sette gradini. Questo viene espresso nella scrittura stellare, in quanto il numero sette si attinge dal numero sette dei pianeti, e ciò che si deve percorrere nello spazio cosmico si attinge dal numero dodici delle costellazioni dello Zodiaco. Come i pianeti stanno situati entro le dodici costellazioni e le occultano, così l’uomo, quando vuol giungere a conoscere lo spazio cosmico, deve percorrere sette volte dodici – ossia sette volte undici gradini, finchè arriva alla spiritualità. – Se volete farvi di questo un’idea, dovete raffigurarvi la cerchia della spiritualità nelle dodici costellazioni dello Zodiaco, e l’uomo stesso nel centro di essa. Orbene, la spiritualità è talmente distesa, che se egli vuole arrivare fino ad essa, non può cominciare a spandersi dal punto centrale, bensì deve estendersi a forma di spirale, volgendosi, per così dire, in sette curve spirali, e ogni volta che percorre una curva spirale deve passare per tutte le dodici costellazioni zodiacali, di guisa da dovere passare sette volte per dodici punti. L’uomo si stende a forma di spirale gradatamente nel Cosmo (tutto ciò naturalmente è soltanto un’immagine sensibile di ciò che l’uomo sperimenta); e se in questo suo girare egli attraversasse una settima volta le dodici costellazioni zodiacali, arriverebbe al divino-spirituale. Allora, anzichè guardare fuori nel Cosmo dal proprio centro, l’uomo invece dall’ambiente spirituale, dalle dodici costellazioni, guarda in dentro, e può vedere ciò che vi è nel mondo esteriore. Occorre sperimentare questo, se si vuol vedere ciò che vi è nel mondo. Non basta che ci si ponga da un punto di vista, sibbene bisogna porsi da dodici punti di vista. Chi voleva penetrare in alto nella spiritualità divina doveva percorrere undici volte sette gradini, doveva condurre su il corpo astrale e l’Io per undici volte sette gradini; quando arrivava al dodici volte sette, egli stava dentro alla spiritualità.
In questo modo il corpo astrale e l’Io dovevano percorrere dodici volte sette – ossia undici volte sette gradini, se volevano arrivare al divino. Se il divino vuol discendere a rendere adatto un Io umano, deve pure discendere per undici volte sette gradini. Quando dunque il Vangelo di Luca ha voluto descrivere quelle forte spirituali, che rendevano il corpo astrale e l’Io adatti per il portatore del Cristo, ha dovuto descrivere la discesa della forza divina attraverso undici volte sette gradini. E questo realmente ci descrive il Vangelo di Luca. E poichè il Vangelo di Luca ci descrive quell’altra personalità, per la quale vennero preparati il corpo astrale e l’Io, esso non ci descrive – come il Vangelo di Matteo – sei volte sette generazioni, bensì undici volte sette gradini successivi, attraverso i quali vien condotto giù da Dio stesso (e questo viene espressamente detto nel Vangelo di Luca), ciò che dimorò nell’individualità del Gesù del Vangelo di Luca. Contate i gradini umani citati nel Vangelo dì Luca attraverso i quali viene condotta giù la forza divina e troverete 77 gradini.
Poichè il Vangelo di Matteo ci descrive il mistero dell’attività nella discesa di quella forza divina, che perfeziona il corpo fisico e quello etereo, deve dominare in esso il numero «sei volte sette»; – e nel Vangelo di Luca, che ci descrive la discesa della forza divina che trasforma il corpo astrale e l’Io, deve comparire il numero undici volte sette». Questo ci dimostra da quali profondità queste cose vengano tratte, e come nel Vangelo di Matteo e in quello di Luca ci vengano effettivamente descritti i segreti dell’iniziazione, e della successione dei gradini che la spiritualità divina deve discendere per penetrare in un’individualità umana, e per spingersi fuori nel Cosmo.
Domani spiegheremo, perchè anche nel Vangelo di Luca vien indicata una successione di generazioni; e perchè nell’epoca in cui a pochi uomini soltanto veniva insegnato il mistero del Cristo Gesù, veniva comunicato che da Dio e da Adamo fin giù al Gesù del Vangelo di Luca vi sono 77 generazioni.
Chi prende in mano il Vangelo di Luca ed esamina il capitolo, in cui la discendenza del Gesù di cui parla quel Vangelo viene rintracciata fin su nelle precedenti generazioni, potrà senz’altro comprendere, che l’intenzione dello scrittore del Vangelo di Luca corrisponde a ciò che ieri è stato detto. Ieri si trattava del fatto, che nel medesimo senso, in cui un’entità-forza divina deve compenetrare il corpo fisico e quello eterico del Gesù salomonico, un’entità-forza divina deve pure compenetrare il corpo astrale e l’Io di quella personalità, che conosciamo come Gesù Nathanico, come il Gesù del Vangelo di Luca. E viene chiaramente detto nel Vangelo di Luca, che questa entità-forza divina deve essere quale essa è, per il fatto, che la successione ereditaria scorre in linea diretta attraverso tutte le generazioni a cominciare da quel gradino dell’umanità, in cui l’uomo, entro l’esistenza terrena, non è entrato ancora per la prima volta in un’incarnazione terrena fisico-sensibile. Vediamo di fatti che il Vangelo di Luca rintraccia attraverso – diremo così – le generazioni, la discendenza del suo Gesù fino ad Adamo, fino a Dio. Questo altro non significa però, se non che se noi vogliamo trovare codesto principio nel corpo astrale e nell’Io del Gesù Nathanico, dobbiamo risalire fino a una condizione dell’uomo, in cui egli ancora non è impigliato in un’incarnazione terrena fisico-sensibile, in cui ancora non è disceso dalla sua esistenza divino-spirituale, ma giace ancora nel grembo di quelle sfere spirituali, nell’ambito delle quali l’uomo può chiamarsi appartenente alle sfere divine, un essere divino. Conformemente al senso di tutte le spiegazioni antroposofiche, dobbiamo indicare quest’epoca del tempo lemurico e affermare che era l’epoca, in cui l’uomo ancora non si era incarnato negli elementi dell’esistenza terrena, sibbene si trovava in una sfera divino-spirituale. Effettivamente il Vangelo di Luca rintracciava il suo Gesù fino a quei tempi, in cui l’uomo era ancora di natura divina, e ancora su di lui non aveva agito ciò che chiamiamo l’influsso luciferico.
Quei misteri, che conducevano i loro discepoli fino a quella iniziazione che abbiamo definita ieri come conoscenza dei grandi misteri dello spazio cosmico, volevano effettivamente condurre l’uomo a trascendere tutto ciò che è terreno – o, per meglio dire, volevano condurlo al di là di ciò che l’uomo è diventato per mezzo dell’elemento terreno. Essi volevano insegnare come si vede il mo
ndo, quando non lo si guarda attraverso gli strumenti ottenuti dall’uomo durante l’epoca, in cui l’influenza luciferica già poteva agire su di lui. E come si palesa l’universo alla visione chiaroveggente, quando l’uomo si libera dalla percezione attraverso il corpo fisico e quello eterico, si libera da tutto ciò che gli si può avvicinare dall’elemento terreno? Questo era anzitutto il grande quesito, che si ponevano i discepoli dei misteri. Questa era la condizione, in cui l’uomo si trovava naturalmente prima di essere penetrato in un’incarnazione terrena, e prima di giungere ad essere «l’Adamo terrestre», – per esprimerci nello speciale senso della Bibbia e del Vangelo di Luca. – In due modi soltanto dunque l’uomo arriva a ciò che fa di lui un uomo divino-spirituale; uno di questi modi è l’alta iniziazione dei grandi misteri – l’altro modo non è realizzabile a volontà in qualsiasi epoca della Terra, bensì esisteva a un gradino elementare dell’esistenza umana – prima che l’uomo divino nell’epoca lemurica scendesse a essere ciò che la Bibbia chiama «l’uomo terrestre»; perchè Adamo significa «uomo terrestre», colui che non è più divino-spirituale, ma che si è rivestito di elementi terreni.
Ma quando esprimiamo queste cose può obbiettarsi che soltanto settantasette – diciamo generazioni o gradini dell’esistenza, vengono chiamati gradini di ereditarietà. Nel Vangelo di Matteo già qualcuno potrebbe sorprendersi, che da Abraham fino al Cristo vengano nominate soltanto quarantadue generazioni, e potrebbe obbiettare, che col numero degli anni assegnati generalmente a una generazione, esse non basterebbero per arrivare dal Cristo fino ad Abraham. Chi dice questo dovrebbe però tener conto del fatto, che giustamente, per gli antichi tempi, per i tempi patriarcali prima di Salomone e di David, veniva assegnata a ogni generazione una maggiore durata di tempo di quello che più tardi non si facesse. Se in qualche modo vogliamo venir a capo delle date storiche stesse, non dobbiamo assegnare a tre generazioni – per esempio, di Abraham, Isacco e Giacobbe – ciò che ora ci risulterebbe la media per tre generazioni; sibbene dobbiamo assegnare all’incirca duecento-quindici anni a queste tre generazioni. Questo risulta anche dalla ricerca occulta. Il fatto che per quegli antichi tempi si debba assegnare durata maggiore a una generazione che non oggidì, risulta anche più evidente per le generazioni, che da Adamo discendono fino ad Abraham. Nelle generazioni che si succedono da Abraham in poi, ognuno può persuadersi da sè che la singola generazione dura lungo tempo; perchè viene sempre attribuita un’età già avanzata ai patriarchi Abraham, Isacco e Giacobbe, quando nasce loro un figlio, che è l’erede. E se oggi si calcolano ordinariamente 33 anni per una generazione, coloro che scrissero il Vangelo di Matteo assegnavano e con ragione per gli antichi tempi settantacinque, ottanta e perfino un numero maggiore di anni a una generazione. Ma occorre osservare, che nel Vangelo di Matteo, fino ad Abraham, s’intende parlare di singoli uomini; ma che non si tratta più di singoli uomini quando da Abraham si risale più in su e si considerano quei nomi che vengono citati dal Vangelo di Luca. Dobbiamo a questo proposito ricordare un particolare esatto, sebbene per le idee materialistiche dell’uomo oggidì possa sembrare forse alquanto inverosimile.
Ciò che attualmente possiamo chiamare la nostra memoria, la continuità della nostra coscienza, il ricordo di ciò che perdura della nostra entità interiore, risale oggi per l’uomo normale soltanto fino ai primi anni dell’infanzia. L’uomo moderno può tornare indietro con la memoria nella propria vita e si accorgerà che a un dato punto il ricordo si spezza. Chi si ricorderà di più, e chi di meno, della propria infanzia; ma la nostra memoria attuale è assolutamente limitata dalla singola vita personale – non abbraccia neppure l’intiera vita personale fino al giorno della nascita. Se ci ricordiamo quali erano le capacità animiche, le peculiarità caratteristiche della coscienza degli uomini in generale nelle antiche epoche, e come ritornando indietro nell’evoluzione dell’umanità si arrivi a tempi in cui un determinato stato di chiaroveggenza era la coscienza umana normale, allora non ci sembrerà più strano, che di questi tempi relativamente vicini si possa dire (ciò che la ricerca occulta del resto conferma), che le condizioni di coscienza, in quanto alla memoria, erano negli antichi tempi affatto diverse da quelle che poi sono diventate. Se dunque risaliamo indietro nel tempo indicato dalla Bibbia come l’epoca di Abraham, troviamo che l’intiera disposizione dell’anima era diversa da ciò che poi è diventata, e principalmente la memoria era diversa. E se da Abraham risaliamo ancora più indietro fino all’epoca atlantea e oltre quella, dobbiamo dire, che allora la memoria era affatto diversa. Essa consisteva sopratutto in questo, che non ci si ricordava come oggidì soltanto delle vicende personali della singola vita; bensì ci si ricordava – attraverso alla nascita – di ciò che il padre, il nonno, il bisnonno ecc. avevano sperimentato. La memoria era una cosa, che scorreva attraverso il sangue per una serie di generazioni, e soltanto più tardi venne limitata a singoli tempi e alla singola vita. E quando nei tempi antichi vengono impiegati dei nomi (la nomenclatura degli antichi richiederebbe uno studio speciale), a quei nomi va data un’interpretazione affatto diversa da quella che oggidì si usa connettere con un nome, – e ciò che la filologia esteriore dice oggidì sul proposito, è veramente cosa da dilettanti. L’uso dei nomi era prima completamente diverso. Allora nessuno avrebbe potuto affatto immaginare che dei nomi potessero venire collegati a cose e a esseri in modo esteriore come oggidì si suol fare. Il nome, negli antichi tempi, era una cosa essenziale; era essenzialmente connesso coll’essere e la cosa, e ne doveva esprimere nel suono l’interiore essenza. Il nome era allora come un’eco dell’essere espressa in suono. Nei tempi attuali non si ha nessuna idea di questo: altrimenti non potrebbero esservi libri come la «Critica del linguaggio» di Fritz Mauthner, il quale passa in rassegna tutte le ricerche moderne, tutta la critica scientifica degli ultimi anni sul linguaggio, con grande cura – ma omette ciò che negli antichi tempi era l’essenza del linguaggio. Il nome degli antichi tempi non era affatto applicato al singolo uomo nella sua vita personale, bensì a ciò che veniva abbracciato dalla memoria, di guisa che un nome veniva adoperato finchè durava il ricordo. Così, per esempio, Noè non è un singolo uomo; ma il nome di Noè significa, che dapprima un singolo uomo si è ricordato della propria vita – e poi attraverso la nascita si è ricordato della vita di suo padre, di suo nonno e così di seguito, fin dove la memoria poteva arrivare. Finchè reggeva il filo della memoria il medesimo nome veniva adoperato per una siffatta serie di uomini. Similmente in nomi come Adamo, Seth, Enoch o altri simili, venivano comprese tante persone quante la memoria ne poteva abbracciare nel ricordo retrospettivo. Quando dunque viene detto negli antichi tempi, che qualcuno si chiama «Enoch» ciò significa: che in una personalità, figlia di altra personalità già nominata con altro nome, sorge un muovo filo di memoria: essa non si ricorda dunque delle personalità passate: e questo nuovo filo di memoria non termina con la morte di questa personalità per prima chiamata Enoch, ma si trasmette dal padre al figlio, al nipote, e così di seguito, lindi è viene creato un nuovo filo di memoria. E finchè durava il filo di memoria veniva adoperato il medesimo nome. Dunque nella successione delle generazioni varie personalità sono indicate assieme quando, per esempio, si parla di «Adamo». Il Vangelo di Luca, ben inteso, impiega i nomi in questo senso, perchè vuol dire: Questa Entità-Forza dell’esistenza divino-spirituale che è stata immersa nell’Io e nel corpo astrale del Gesù Nathanico, dobbiamo seguirla fin su al punto, in cui l’uomo per la prima volta è disceso in un’incarnazione terrena.
Nel Vangelo di Luca abbiamo dunque dapprima dei nomi per le singole personalità; ma se risaliamo oltre Abraham arriviamo al tempo, in cui la memoria dura più a lungo, e vien allora compreso in un unico nome ciò che la memoria conserva come un Io attraverso varie personalità. Vi riuscirà così più facile di comprendere come i settantasette nomi, enumerati dal Vangelo di Luca, possano abbracciare lunghissime epoche – veramente fino al tempo in cui l’Entità, che si può indicare come l’entità divino-spirituale dell’uomo, s’incarnò per la prima volta in un corpo umano fisico-sensibile. – In quel Vangelo si vede anche, che ne grandi misteri, colui che arrivava attraverso i settantasette gradini a purificare la propria anima da tutto ciò che l’umanità aveva raccolto nell’esistenza terrena, perveniva a uno stato, che oggidì è soltanto possibile quando l’uomo è libero dal corpo e può vivere nel corpo astrale e nell’Io. Allora l’uomo si può effondere in ciò da cui la Terra stessa è sorta, nel cosmo che l’attornia, nell’intiero nostro sistema cosmico. E così doveva essere. Allora egli ha raggiunto quella Entità-Forza che penetrò nel corpo astrale e nell’Io del Gesù Nathanico.
Nel Gesù Nathanico doveva venir rappresentato ciò che l’uomo possiede per rapporti non terrestri, bensì celesti. Così il Vangelo di Luca ci descrive l’Entità divino-spirituale che ha interpenetrato, impregnato il corpo astrale e l’Io del Gesù di Luca. E il Vangelo di Matteo descrive invece quell’Entità-Forza divino-spirituale che da un canto ha operato su di Abraham, perchè potesse nascere l’organo interno per la coscienza di Jahve – e d’altra parte è la medesima Entità-Forza che attraverso quarantadue generazioni agiva nel corpo fisico e in quello eterico, e che attraverso quarantadue generazioni vi concentra una linea di ereditarietà.
Ieri già ho detto che questi insegnamenti, e principalmente gl’insegnamenti del Vangelo di Matteo che riguardano la provenienza del sangue di Gesù di Nazareth, venivano coltivati, venivano spiegati, in quelle comunità, che possiamo chiamare le comunità dei Terapeuti e degli Esseni, e che in esse operava, come grande maestro dei Terapeuti e degli Esseni, quel Jesciua ben Pandira, il quale doveva preparare l’epoca del Cristo Gesù. Egli doveva preparare almeno alcuni discepoli a che, al termine di un determinato periodo – cioè quarantadue generazioni dopo Abraham – il popolo ebraico fosse, per così dire, talmente progredito, che l’individualità di Zarathustra potesse incarnarsi in un discendente della linea di Abraham, in un rampollo della linea salomonica della casa di Davide. Questo veniva insegnato anticipatamente; a tal fine, naturalmente, a quell’epoca, occorreva sperimentarlo nei Misteri; e non soltanto veniva insegnato nelle scuole degli Esseni, bensì vi erano in quelle scuole anche dei discepoli, i quali attraversavano realmente i quarantadue gradini, di guisa che essi potevano vedere chiaroveggentemente come era quell’Entità, che scese attraverso i quarantadue gradini. Il mondo doveva essere informato sul proposito per mezzo di insegnamenti adatti. Gli Esseni dovevano provvedere perchè almeno alcuni pochi fossero capaci di comprendere ciò che il Cristo sarebbe stato.
Orbene, già abbiamo esposto la via peculiare seguita dapprima da quell’individualità umana, che si è incarnata nel sangue di cui la composizione si trova descritta nel Vangelo di Matteo. Sappiamo che questo maestro, antichissimo e grande, è conosciuto sotto il nome di Zarathustra o di Zoroastro, e insegnava in Oriente ciò che abbiamo esaurientemente esaminato, ciò che lo ha reso appunto adatto per questa incarnazione. Sappiamo che egli ha introdotto la civiltà ermetica egiziana, sacrificando a quello scopo il proprio corpo astrale, il quale venne poi impresso in Ermete; sappiamo inoltre, che egli ha sacrificato il corpo eterico che aveva a quel tempo, e che questo venne conservato per Mosè, e che Mosè, per la creazione della sua civiltà, aveva in sè il corpo eterico di Zarathustra. Zarathustra stesso ha potuto rincarnarsi più tardi in altri corpi astrali ed eterici. Particolarmente è per noi d’interesse l’incarnazione di Zarathustra, nel sesto secolo prima della nostra èra, come Zarathos o Nazarathos, nell’antica Caldea, quando egli aveva come discepoli i saggi e i maghi caldei, e in cui all’epoca della cattività babilonese i discepoli ebraici dell’occultismo vennero specialmente in contatto con lui. E nei secoli seguenti le scuole caldee di occultismo furono riempite di tradizioni, cerimonie e culti provenienti da Zarathustra, nella personalità di Zarathos o Nazarathos, – e tutte le generazioni di discepoli occulti caldei, babilonesi, assiri, ecc. che vivevano in quelle contrade dell’Asia veneravano grandemente il nome di questo loro grande maestro, di Zarathustra, nella variante di Zarathos o Nazarathos. Essi aspettarono con intenso desiderio la prossima incarnazione del loro grande maestro e guida, perchè sapevano, che egli sarebbe ricomparso dopo seicento anni. Il segreto di questa ricomparsa era da loro conosciuto; esso viveva, per così dire, come qualcosa che risplendeva loro dall’avvenire. E quando si avvicinò l’epoca in cui il sangue era pronto per la nuova incarnazione di Zarathustra, i tre messaggeri, i tre Magi sapienti, si partirono dall’Oriente; essi sapevano che il nome venerato di Zarathustra stesso, come stella, li avrebbe guidati alla località, dove la rincarnazione di Zarathustra doveva verificarsi. Fu l’entità del grande maestro stesso, che come «stella» condusse i tre Magi al luogo di nascita del Gesù del Vangelo di Matteo. Anche per via filologica esteriore si può illustrare, che effettivamente la parola stella veniva adoperata negli antichi tempi come nome di individualità umane. E non soltanto la ricerca spirituale ci dice chiaramente che a quel tempo i tre Magi seguirono la stella di Zoroastro, la «stella d’Oro» di Zoroastro, e che questa li condusse dove egli voleva incarnarsi, sibbene anche il fatto, che la parola «stella» veniva impiegata per le individualità umane superiori (come ho detto, questo è un fatto che può essere confermato anche per via filologica) potrebbe indicare, che con la stella che conduceva quei saggi s’intendeva designare Zarathustra stesso. Sei secoli prima dell’èra nostra i Magi dell’Oriente sono dunque venuti in stretto rapporto con l’individualità che s’incarnò come il Gesù del Vangelo di Matteo. E Zarathustra stesso condusse i Magi: essi seguirono le sue orme. Perchè fu, per così dire, l’impulso di Zarathustra, della stella che guidava i Magi e li attirava in Palestina, che dai misteri orientali caldei giudò il loro cammino, in Palestina, dove Zarathustra si accingeva alla sua nuova incarnazione.
Il segreto della prossima incarnazione di Zarathustra, di Zarathos o Nazarathos, era conosciuto anche nel misteri caldei. Il segreto però, che il sangue del popolo ebreo doveva essere destinato, a un determinato momento, alla nuova corporeità di Zarathustra, veniva insegnato da coloro, i quali si erano, per così dire, per mezzo dei quarantadue gradini elevati nei misteri esseni. Vi erano dunque dapprima due categorie di persone, che sapevano qualcosa del mistero del Gesù del Vangelo di Matteo. Dalla parte di Zarathustra, donde veniva designata l’individualità che doveva incarnarsi nel sangue giudaico, lo sapevano gli iniziati caldei; dalla parte del sangue, dalla parte esteriore, dalla parte del corpo, lo sapevano gli Esseni. Era dunque un insegnamento, che veniva impartito nelle scuole essene già da cento e più anni, quello dell’avvento del Gesù del Vangelo di Matteo – di quel Gesù, il quale nel suo insieme doveva sodisfare, non soltanto a tutte le condizioni delle quali ho parlato, ma a un’altra ancora, che caratterizzeremo a un dipresso nel modo seguente.
Un discepolo esseno siffatto dopo molto tempo, dopo molte purificazioni ed esercizi della sua anima veniva condotto su per i quarantadue gradini a vedere, per così dire, i segreti del corpo fisico e di quello eterico. Colui che doveva allora nascere in Palestina, che si doveva incarnare entro questo sangue, scendeva giù dall’alto: egli già aveva le facoltà che il discepolo esseno non poteva conseguire che dopo lunghi e difficili cimenti, attraverso i quarantadue gradini. Di colui che così scendeva si doveva dire: «Egli a priori possiede la capacità di evolvere siffatte tendenze». – «Esse nascevano con lui», si diceva nelle comunità essene. Ma in ultima analisi, ciò che veniva coltivato nelle comunità essene, in fatto di esercizi e di purificazioni dell’anima, era la continuazione di una specie di educazione occulta, che esisteva già da antichissimi tempi nel Giudaismo: in questo vi era sempre stato ciò che veniva indicato come «Nazareato» o «Nazareismo». Consisteva nel fatto, che singoli uomini – anche prima della creazione delle sette terapeute ed essene – applicavano su di sè dei determinati metodi di evoluzione dell’anima e del corpo. I Nazarei applicavano principalmente il metodo – che sotto alcuni riguardi è ancora utile oggidì, se l’uomo vuol progredire più rapidamente nella sua evoluzione animica, di quello che altrimenti non gli sarebbe possibile, – di seguire una dieta speciale: sopratutto si astenevano completamente da ogni cibo carneo e dal vino. Si procuravano così la possibilità di un certo alleggerimento, perchè difatti il cibo carneo è capace di ostacolare l’evoluzione dell’uomo che aspira alla spiritualità. Effettivamente (e qui non si tratta di propaganda vegetariana) l’astensione dal cibo carneo facilita tutto: l’uomo può diventare più resistente nella sua anima e mostrarsi più forte nel trionfare di quelle opposizioni e di quegli ostacoli, che provengono dal corpo fisico e da quello eterico, se rinunzia al cibo carneo. L’uomo diventa più tollerante, più capace di sopportare, ma naturalmente egli non lo diventa per il fatto semplicemente di essersi astenuto dal cibo carneo, ma sopratutto perchè ha fortificato la sua anima. Se si astiene semplicemente dalla carne, egli non modifica che il proprio corpo fisico; ma quando da parte dell’anima non vi è ciò che vi deve essere, ciò che deve interpenetrare il corpo, allora l’astensione dalla carne non ha alcuno speciale scopo. Esisteva dunque questo Nazareismo. Gli Esseni però lo proseguirono con prescrizioni molto più severe; vi aggiunsero anche molte altre cose. Essi vi aggiunsero tutto ciò che vi ho raccontato ieri e avanti ieri; ma coltivarono sopratutto una severa astensione dal cibo carneo. Con questo mezzo si ottenne, in un tempo relativamente più breve, che siffatti uomini imparassero a estendere la loro memoria nel passato fino ad abbracciare quarantadue generazioni, che imparassero cosi a scrutare i segreti della cronaca dell’Akasha. Essi diventarono ciò che sì potrebbe chiamare: un germoglio di un ramo, di un albero, di una pianta, che s’intreccia attraverso molte generazioni. Essi non erano staccati dall’albero dell’umanità; sentivano i fili che li legavano all’albero del resto dell’umanità; essi erano qualcosa di diverso da coloro, i quali si distaccavano dal ceppo e di cui la memoria si limitava alla singola personalità. Uomini siffatti venivano denominati, anche nelle comunità essene, con una parola che doveva esprimere «un ramo vivo e non «un ramo rec
iso». Erano uomini, i quali si sentivano dentro nella successione delle generazioni, ma non si sentivano recisi dall’albero dell’umanità. I discepoli che presso gli Esseni seguivano principalmente questa direzione, e che avevano percorso i quarantadue gradini, venivano chiamati «Nezer».
Colui di cui ieri vi ho parlato come di un maestro delle comunità essene, Gesù, figlio del Pandira, ebbe un discepolo fedele anche in questa classe dei Nezer. Perchè questo Jesciua ben Pandira, il quale è ben conosciuto dagli occultisti, aveva cinque discepoli, ognuno dei quali aveva assunto un ramo speciale del grande insegnamento generale del Jesciua ben Pandira e lo svolgeva separatamente. Questi cinque discepoli di Jesciua ben Pandira, portavano i nomi seguenti: Mattai, Nakkai – il terzo discepolo, perchè particolarmente della classe dei «Nezer» portava appunto il nome di Nezer, poi Buni e Thoda. Ognuno di questi cinque discepoli, o seguaci di Jesciua ben Pandira, – il quale un secolo prima dell’èra nostra fu condannato a morte, nel modo già descritto, per bestemmie ed eresie e subì il martirio, – continuava a coltivare, per così dire, in cinque diversi rami il grande universale insegnamento di Jesciua ben Pandira. La ricerca occulta scientifico-spirituale c’insegna che dopo la morte di Jesciua ben Pandira venne in particolar modo continuata, per mezzo del discepolo Mattai, la dottrina della preparazione del sangue per il prossimo avvento del Gesù del Vangelo di Matteo; e quell’insegnamento dell’atteggiamento interiore dell’anima, che era connesso con l’antico Nazareato, ma anche col nuovo nezerismo, venne proseguito dall’altro grande discepolo di Jesciua ben Pandira, da Nezer. E Nezer era specialmente destinato a fondare una piccola colonia. Vi erano molte di siffatte colonie di Esseni in Palestina, e in ognuna di esse veniva coltivato un ramo speciale di Essenismo. Il Nezerismo doveva specialmente venir coltivato dal discepolo Nezer, sopratutto in quella colonia che conduceva un’esistenza misteriosa, e la quale, in ultima analisi, non rappresentava che un piccolo centro in quell’epoca – questa colonia ebbe poi nella Bibbia il nome di «Nazareth». In Nazareth – Nezereth – venne impiantata una colonia essena da Nezer, il discepolo di Jesciua ben Pandira. Ivi erano persone – e vivevano in grande segretezza – che coltivavano l’antico Nazareismo. Perciò dopo lo svolgimento delle altre vicende di cui ancora dovrò parlare, dopo l’emigrazione in Egitto e il ritorno dal medesimo, nulla vi era di più naturale per il Gesù del Vangelo di Matteo, che di venir condotto nell’atmosfera di questo Nezerismo. A questo accennano pure le parole del Vangelo di Matteo, in cui è detto, che dopo il ritorno dall’Egitto egli venne condotto nella piccola città di Nazareth, «acciocchè si adempisse quello che fu detto dai Profeti: egli dovrà diventare un Nazareo». Questo è poi stato tradotto nei modi più diversi, perchè i traduttori non ne conoscevano esattamente il significato – e nessuno sapeva bene di che si trattasse. Questo significava: che vi era una colonia essena, là dove Gesù doveva crescere. Ora, però, prima d’inoltrarci in altri dettagli e specialmente sul rapporto col Gesù del Vangelo di Luca, vogliamo ancora parlare a grandi linee del Gesù del Vangelo di Matteo.
Tutto ciò che è descritto dapprima nel Vangelo di Matteo risale ai misteri che Jesciua ben Pandira ha insegnati fra gli Esseni, e che il suo discepolo Mattai ha poi trasmessi come insegnamento; i primi segreti del Vangelo di Matteo già c’indicano questo discepolo Mattai. – Per mezzo di tutto ciò che proviene, in certo modo, dalla parte che è ora stata descritta dal Vangelo di Matteo, poterono venir preparati il corpo fisico e quello eterico del Gesù del Vangelo di Matteo, quantunque, ben inteso nelle quarantadue generazioni, si trattasse anche di influenze sul corpo astrale. Ma quando abbiamo detto, che durante le prime quattordici generazioni si tratta del corpo fisico, durante le seconde quattordici generazioni del corpo eterico, e che per le ultime quattordici generazioni, dalla cattività babilonese in poi, si tratta del corpo astrale, dobbiamo tuttavia ammettere, che tutto ciò che è stato giustamente preparato in questo modo per Zarathustra, non poteva essere utilizzato da questa possente individualità che nei riguardi del corpo fisico e del corpo eterico. Ora ricordatevi, come sempre vi ho detto, che l’uomo, nella singola sua evoluzione personale, dalla nascita fino al suo settimo anno, sviluppa principalmente il corpo fisico, che durante i sette anni susseguenti – dal cambio dei denti fino alla maturità sessuale – sviluppa sopratutto il corpo eterico, e che soltanto allora comincia il libero sviluppo del corpo astrale. L’evoluzione del corpo fisico e del corpo eterico doveva arrivare a compimento in quello speciale corpo fisico e in quel corpo eterico, che erano stati preparati per mezzo delle generazioni, che cominciano da Abraham, ed essere vissuta da Zarathustra nella sua nuova incarnazione. Più tardi però, quando egli era arrivato al termine dell’evoluzione del corpo eterico, ciò che gli era stato preparato non bastava più, ed egli dovette ormai avviarsi all’evoluzione del corpo astrale. Allora si è svolto quel grande e misterioso fatto, che è necessario di comprendere, per poter capire l’intiero grande Mistero del Cristo Gesù. L’individualità di Zarathustra si è sviluppata durante l’epoca infantile nel corpo fisico e nel corpo eterico del Gesù del Vangelo di Matteo, fino al dodicesimo anno, perchè allora in questa individualità, anche per virtù del clima, si presentò con anticipazione il momento, che per le nostre contrade corrisponderebbe a quello del quattordicesimo e quindicesimo anno; al dodicesimo anno dunque, già era stato raggiunto tutto ciò che nel relativo corpo fisico e in quello eterico della linea salomonica conformemente preparati, poteva essere raggiunto. E allora l’individualità dello Zarathustra abbandonò effettivamente questo corpo fisico e questo corpo eterico di cui parla anzitutto il Vangelo di Matteo, e passò nel Gesù del Vangelo di Luca. Perchè dalle conferenze sul Vangelo di Luca già sappiamo, che in realtà, con il racconto «del Gesù dodicenne nel Tempio», come viene esposto da Luca, si è inteso dire quanto segue: nel momento, in cui il bambino Gesù del Vangelo di Luca si presenta improvvisamente ai suoi genitori in modo, che essi non lo possono più affatto comprendere, in cui egli addirittura è diventato un altro, si è compiuto il fatto, che nella di lui interiorità è penetrata l’individualità di Zarathustra, la quale fino allora aveva svolto la propria evoluzione nel corpo fisico e nel corpo eterico del Gesù salomonico. Queste cose esistono nella vita, sebbene per la natura profana delle concezioni materialistiche del mondo riesca oggidì difficile credervi. Il passaggio di una individualità da un corpo all’altro può verificarsi. E qualcosa di simile si è appunto verificato, quando l’individualità di Zarathustra abbandonò il corpo originario e penetrò nel Gesù del Vangelo di Luca, nel quale ormai il corpo astrale e il veicolo dell’Io erano specialmente preparati.
Così Zarathustra ha potuto proseguire la propria evoluzione, dal dodicesimo anno in poi, nel corpo astrale e nell’Io all’uopo preparati del Gesù Nathanico. Ciò ci viene esposto nel Vangelo di Luca in modo veramente grandioso, là dove ci descrive lo straordinario portento del Gesù dodicenne, che siede nel Tempio fra i dottori e dice cose meravigliose. Come mai il Gesù della linea nathanica ha potuto fare questo? Lo ha potuto fare, perchè in quel momento l’individualità di Zarathustra era penetrata in lui. Fino al dodicesimo anno Zarathustra non ha parlato attraverso questo fanciullo, che allora era stato condotto a Gerusalemme; perciò la trasformazione del carattere è così grande, che i genitori non lo riconoscono, quando lo ritrovano seduto fra i dottori.
Si tratta dunque di due coppie di genitori, le quali si chiamano ambedue «Giuseppe» e «Maria» – (1) e di due Gesù bambini; di uno di essi, del Gesù della linea salomonica, della casa di Davide, ci dà notizia la successione delle generazioni del Vangelo di Matteo; l’altro fanciullo, il Gesù della linea nathanica, è figlio di tutt’altra coppia di genitori e di lui ci parla il Vangelo di Luca. I due fanciulli crescono insieme e si evolvono insieme fino al loro dodicesimo anno. Questo potete leggerlo nei Vangeli. Il Vangelo parla sempre giusto. E finchè non si voleva che la gente sapesse la verità, o fin che la gente non voleva sentire la verità, i Vangeli sono stati poco conosciuti. Occorre soltanto comprendere i Vangeli, essi parlano giusto.
Il Gesù della linea nathanica cresce dotato di straordinaria interiorità. Egli è poco abile nell’assimilare sapienza esteriore, e cognizioni esteriori; è dotato però di una grande, profonda interiorità, di una infinita capacità di amore, perchè nel suo corpo eterico viveva quella forza, che scorreva giù dall’epoca, in cui l’uomo non era ancora disceso in un’incarnazione terrestre, in cui conduceva ancora un’esistenza divina. L’esistenza divina viveva in lui come capacità infinita di amore. Questo fanciullo era dunque poco adatto a ciò che gli uomini si sono assimilati attraverso le incarnazioni, per mezzo degli strumenti del corpo fisico; ma d’altra parte era grandemente e straordinariamente compenetrato di calore di amore nella sua anima, nella sua interiorità. Si svolgeva qualcosa in lui, che era un indizio, per coloro che sapevano, dell’immensa, profonda interiorità di questo ragazzo. Ciò che nell’uomo si risveglia generalmente soltanto a contatto con l’esteriorità, dal Gesù del Vangelo di Luca già a priori era conosciuto; subito dopo nato, egli disse alcune parole comprensibili per coloro che lo attorniavano. Egli era dunque grande nei riguardi di tutto ciò che è interiore, e poco abile per tutto ciò che andava acquistato sulla Terra stessa, attraverso le generazioni dell’umanità. I genitori dovettero perciò grandemente meravigliarsi, quando in questa corporeità, sviluppatasi in questo modo, si palesò loro a un tratto un ragazzo compenetrato di tutta quella sapienza esteriore, che ci si deve acquistare per mezzo di strumenti esteriori. Questa trasformazione così repentina, così potente, è stata possibile, perchè in quel momento l’individualità di Zarathustra passò dal Gesù bambino salomonico in questo Gesù della linea nathanica. Era Zarathustra, Zarathos che parlava attraverso questo fanciullo nel momento descritto, cioè quando i genitori lo cercano nel Tempio.
Zarathustra si era naturalmente assimilato tutte quelle capacità, che si possono assimilare con l’uso dello strumento del corpo fisico e di quello del corpo eterico. Egli si era dovuto cercare la linea del sangue della direzione salomonica e la corporeità per mezzo di essa preparata, perchè ivi erano quelle potenti forze elaborate al massimo grado. Da questa corporeità egli prese ciò che si potè assimilare e lo unì a ciò che originava da quella interiorità, che proveniva dalla figura del Gesù del Vangelo di Luca, che discendeva da un’epoca, in cui l’uomo ancora non era in un’incarnazione terrena. Queste due cose così si unirono; un’unica Entità ci sta ora dinanzi. E per giunta – si potrebbe dire – la nostra attenzione viene ora specialmente richiamata sopra un altro fatto. Non soltanto i genitori del Gesù di Luca si accorsero di una speciale trasformazione, trovarono qualcosa che essi non potevano supporre; bensì questa trasformazione si palesa anche esteriormente. Perchè quando il Gesù bambino vien trovato dai suoi genitori nel Tempio fra i Dottori, viene descritto in particolar modo che: «Egli discese con loro e venne in Nazareth... E Gesù avanzò in robustezza esteriore fisica, in nobili attitudini e in sapienza». Perchè vengono enumerate queste tre qualità? Perchè erano tre qualità, che egli poteva in special modo appropriarsi ora che in lui vi era l’individualità di Zarathustra. Osservo espressamente, che queste tre parole vengono ordinariamente tradotte nelle Bibbie comuni: «E Gesù avanzava in sapienza, in età e in grazia appo Dio e appo gli uomini».
Vorrei sapere se occorre veramente un Vangelo per dire che un ragazzo dodicenne avanza in età! Perfino nella traduzione del Weizsäcker sta detto: «E Gesù avanzava in sapienza, in statura e in grazia appo Dio e appo gli uomini». Ma questo non è il significato giusto; invece s’intende dire, che vi era ora nel Gesù bambino nathanico un’Individualità, la quale non era – come prima – soltanto interiore, e che non si mostrava esteriormente, ma che ora, perchè si era sviluppata in un corpo fisico perfetto, si manifestava anche nella bellezza esteriore fisica. Ma anche ciò che viene specialmente coltivato nel corpo eterico, e che in questo si assimila e si elabora durante la vita come abitudini, non esisteva dapprincipio nel Gesù nathanico; in esso si presentò una potente capacità di amore, e su questa si poteva edificare più oltre; ma questa tendenza fu là di colpo, essa non poteva comprimersi nelle abitudini. Ora però vi era l’altra individualità, che aveva in sè le forze della crescenza del corpo fisico e del corpo eterico, ed era ormai possibile che delle abitudini si palesassero anche esteriormente e si riversassero nel corpo eterico. Questa è la seconda qualità, in cui il Gesù bambino avanzò. La terza, «la sapienza», è già più ovvia. Il Gesù del Vangelo di Luca non era sapiente; era un essere dotato d’infinita capacità di amore. Ma l’avanzarsi in sapienza potè verificarsi, perchè l’individualità di Zarathustra penetrò in lui.
Nell’esporre il Vangelo di Luca già ho detto, che facilmente una personalità che sia abbandonata dall’individualità e alla quale rimangano ancora soltanto i tre corpi, – il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale – (perchè in, quel caso rimangono indietro) può ancora vivere per qualche tempo. Ciò però che era rimasto indietro del Gesù salomonico rimase malaticcio, e morì effettivamente poco dopo. Questo significa, che effettivamente, il Gesù bambino del primo capitolo del Vangelo di Matteo morì relativamente presto dopo il dodicesimo anno. Abbiamo così dapprima non un solo Gesù bambino, ma due; dopo però questi due diventano uno. Spesso le tradizioni degli antichi tempi esprimono cose meravigliose che indubbiamente però occorre comprendere, e che si possono soltanto comprendere, quando si conoscono i fatti che vi si riferiscono. Parleremo in seguito più precisamente del modo come questi due ragazzi si sono uniti; ora desidero aggiungere soltanto un particolare.
Nel cosiddetto «Vangelo degli Egiziani» si trova un punto strano già considerato molto eretico nei primi secoli; perchè nei circoli cristiani non si voleva udire la verità su questo riguardo – o non si voleva che venisse conosciuta. Ma qualcosa è stato conservato in un Vangelo apocrifo, in cui viene detto: «che la Salvezza comparirà nel mondo quando i due diventeranno uno e l’esteriore diventerà come l’interiore». Queste parole sono un’espressione esatta dello stato di fatto occulto appunto descrittovi. Da ciò dipende la salvezza: i due devono diventare UNO. E diventeranno UNO, quando al dodicesimo anno l’individualità di Zarathustra passò nel Gesù nathanico e l’interiore diventò esteriore. La forza animica del Gesù del Vangelo di Luca era una cosa potentemente interiore; ma questa interiorità diventò un’esteriorità, quando l’individualità di Zarathustra, che si era sviluppata nell’esteriorità, nel corpo fisico, e nel corpo eterico del Gesù salomonico, compenetrò questa interiorità, e la pervase, in certo modo, con le forze che si erano sviluppate nel corpo fisico e in quello eterico. Allora questo corpo fisico e questo corpo eterico del Gesù nathanico vennero compenetrati dall’interiore verso l’esteriore da una possente forza, di guisa che l’esteriore potè ormai divenire un’espressione dell’interiore; di quell’interiorità, che prima era rimasta interiore, quando il Gesù bambino di Luca ancora non era stato compenetrato dall’individualità di Zarathustra. Così i due erano diventati UNO.
Abbiamo ora seguito Zarathustra, dalla sua nascita come Gesù bambino del Vangelo di Matteo, fino al suo dodicesimo anno, in cui ha abbandonato il suo corpo originario e ha assunto la corporeità del Gesù nathanico, che egli ormai sviluppa più oltre e conduce a tale perfezione, che a una determinata altezza ha potuto veramente sacrificarla, sacrificando i suoi tre corpi, per accogliere quella Entità che viene indicata allora come il CRISTO.
Se vogliamo comprendere l’intiero significato dell’Avvento del Cristo per l’evoluzione dell’umanità, dobbiamo nuovamente parlare di un fatto, già noto a coloro che hanno udito l’anno scorso a Basilea le Conferenze sul Vangelo di Luca. E tanto più occorre ricordare questo fatto, in quanto ora sarà bene richiamare dinanzi all’anima nostra i punti principali dell’Avvento del Cristo, per poter poi nelle prossime conferenze aggiungere i particolari al quadro, che oggi tracceremo soltanto a grandi linee. Per ottenere però queste grandi linee occorre ricordarci di una legge fondamentale dell’evoluzione dell’umanità: cioè, della legge, che nel corso dell’evoluzione gli uomini accolgono sempre nuove facoltà, si elevano a gradi sempre più elevati di perfezione – se così li vogliamo chiamare. Questo fatto si palesa a noi anche superficialmente dall’esteriore, purchè si esamini storicamente quel breve periodo di tempo, che dalla storia esteriore appunto può essere abbracciato, in cui delle determinate facoltà non erano ancora sviluppate nell’uomo; e poi si rintracci nel corso del tempo, come delle nuove facoltà si sieno andate riversando nell’uomo e abbiano finalmente prodotto la nostra civiltà attuale. Ma perchè una facoltà ben determinata possa risvegliarsi nella natura umana – e possa a poco a poco diventare più tardi una facoltà generale degli uomini – una facoltà, per così dire, che ognuno può acquistarsi al tempo opportuno – occorre, che questa facoltà si affacci dapprima da qualche parte, in modo specialmente importante. Quando ho parlato del Vangelo di Luca l’anno scorso ho richiamato la vostra attenzione sull’«ottuplice sentiero» che l’umanità può seguire, se si attiene a ciò, che è fluito nell’evoluzione dell’umanità per mezzo del Gotamo Buddha. L’ordinario corso di questo ottuplice sentiero si può indicare come: retta cognizione, retto giudizio, retta parola, retta azione, retta vita, rette abitudini, retto sapere e retto raccoglimento. Queste sono delle determinate facoltà dell’anima umana. Possiamo dire: dai tempi in cui è vissuto Gotamo Buddha la natura umana si è inalzata a un gradino tale, che è diventato possibile che l’uomo in sè stesso, come una facoltà interiore della natura umana, possa gradatamente sviluppare le facoltà di questo ottuplice sentiero. Prima, però, prima che Gotamo Buddha fosse vissuto sulla Terra nell’incarnazione di Buddha, la natura umana ancora non era capace di acquistarsi queste qualità. Dunque possiamo affermare: perchè queste qualità si potessero gradatamente sviluppare nella natura umana, occorreva il fatto, che una volta, per mezzo della presenza di un’entità tanto elevata come il Gotamo Buddha, venisse dato alla natura umana l’impulso, perchè attraverso i secoli, attraverso i millenni, queste facoltà si potessero ormai sviluppare come indipendenti nell’uomo. Ho già detto che ormai queste facoltà si svilupperanno come indipendenti presso un numero sempre maggiore di uomini; e quando un numero sufficientemente grande di uomini avrà acquistato queste facoltà, la Terra sarà matura per accogliere il prossimo Buddha, il Maitreya Buddha, il quale ora è un Bodhisattwa. È fra questi due eventi, dunque, che si svolge quell’evoluzione, nella quale gli uomini, in numero abbastanza ragguardevole, si assimilano le facoltà intellettuali, morali e affettive superiori, indicate come l’ottuplice sentiero. Ma perchè un progresso siffatto si possa effettuare, occorre che una volta – la prima volta – per mezzo di un’individualità elevatissima venga dato spiccatamente, chiaramente, in un speciale evento, l’impulso al progresso dell’evoluzione. Una volta dunque è successo, che riunite tutte in un singolo uomo – cioè nella personalità del Gotamo Buddha – queste facoltà dell’ottuplice sentiero si sieno trovate al completo. E questa personalità diede l’impulso, perchè tutti gli uomini ormai potessero assimilare queste facoltà.
Questa è la legge dell’evoluzione dell’umanità: una prima volta, occorre che l’impulso in senso generale si presenti in una personalità; poi a poco a poco – sia pure attraverso i millenni – scorre nell’umanità, di guisa che tutti gli uomini possano accogliere questo impulso, e sviluppare quelle facoltà.
Ciò che deve fluire nell’umanità, per mezzo dell’Avvento del Cristo, è cosa, a cui non bastano cinque millenni, come bastarono a ciò che doveva venire all’umanità per mezzo del Gotamo Buddha. Ciò che è scorso nell’umanità per mezzo dell’Entità-Cristo si esplicherà e continuerà ad agire nell’umanità, come facoltà speciale, durante tutto il rimanente dell’evoluzione terrestre. Ma che cosa è effettivamente venuto, per mezzo dell’Avvento del Cristo – sebbene come impulso infinitamente più grandioso – in modo analogo a quello del Buddha? – Se vogliamo esaminare ciò che è venuto nell’umanità, per mezzo dell’Avvento del Cristo, potremo caratterizzarlo a un dipresso nel modo seguente: ciò che in tutte le antiche epoche precristiane ha potuto avvicinarsi agli uomini unicamente entro la cerchia dei misteri, è diventato, in un determinato modo, possibile dall’Avvento del Cristo in poi – e andrà diventando sempre più possibile – come qualità generale della natura umana. E come? Dobbiamo ora renderci anzitutto chiaramente conto degli antichi misteri e della natura dell’iniziazione nei tempi precristiani.
Questa iniziazione era invero diversa presso i varii popoli della sfera terrestre – e così pure era diversa nei tempi postatlantei. L’iniziazione nel suo insieme era distribuita in modo, che alcuni popoli sperimentavano una determinata parte di essa, mentre altri popoli ne sperimentavano un’altra. Chi si pone sul terreno della rincarnazione potrà rispondere da sè al quesito che potrebbe affacciarsi: perchè negli antichi tempi non era concesso a ogni popolo di ricevere l’intiero insieme dell’iniziazione? Ciò non era necessario, perchè un’anima che nasceva in un popolo e in quello sperimentava una parte dell’iniziazione, non era limitata a quella singola incarnazione in quel popolo, ma si rincarnava alternativamente in altri popoli, e poteva in questi sperimentare le corrispondenti altre parti dell’iniziazione.
Se vogliamo renderci chiaramente conto della natura dell’iniziazione, dobbiamo dire: l’iniziazione, per uomo, è la visione nel mondo spirituale, visione che non può essere concessa al suo sguardo sensibile, al suo intelletto esteriore, che sono collegati agli strumenti del corpo fisico. – L’uomo, nella vita normale, per così dire, ha due volte l’occasione entro le ventiquattro ore di trovarsi là, dove sta anche l’iniziato; ma l’iniziato vi sta in un modo differente, da come vi sta l’uomo dalla vita terrena normale. Veramente l’uomo vi si trova sempre – ma ne è inconsapevole, l’iniziato invece ne è consapevole. È noto che l’uomo nella vita attraversa durante le ventiquattro ore una condizione di veglia e una di sonno. Abbiamo esaurientemente descritto, e tutti ormai sanno, che l’uomo nell’addormentarsi esce con il suo Io e con il corpo astrale dal corpo fisico e da quello eterico; egli allora si riversa con il suo Io e con il corpo astrale sull’intiero cosmo circostante, e dal cosmo trae a sè le correnti di cui abbisogna di giorno per la sua vita di veglia. L’uomo dunque, effettivamente, dal momento in cui si addormenta fino a quello in cui si desta, sta riversato sull’intiero mondo circostante. Ma egli non ne sa niente. La sua coscienza si spegne al momento dell’addormentarsi, quando il corpo astrale e l’Io escono dal corpo fisico è da quello eterico, di guisa che l’uomo vive veramente nell’universo, nel macrocosmo, durante lo stato di sonno, ma nell’esistenza normale terrena egli non ne è consapevole. E l’iniziazione consiste nel far sì che l’uomo impari a non vivere incoscientemente, quando egli è riversato sull’intiero cosmo, sibbene che egli impari a sperimentare tutto coscientemente, a penetrare coscientemente nell’esistenza degli altri corpi cosmici collegati con la nostra Terra. Questa è l’essenza dell’iniziazione nel grande universo.
Se l’uomo, senza essere preparato, si addormentasse e potesse percepire ciò che vi è in quel mondo, in cui egli vive durante lo stato di sonno, la possente e grandiosa impressione, che egli allora sperimenterebbe, è paragonabile soltanto all’abbagliamento che colpisce un occhio non preparato, quando si trova esposto ai raggi solari, e ai raggi della luce. L’uomo sperimenterebbe un abbagliamento cosmico e la sua anima rimarrebbe uccisa da questo abbagliamento. E ogni iniziazione è diretta a far sì che l’uomo non entri impreparato nell’universo, nel macrocosmo, ma bensì preparato e con organi rinforzati capaci di sostenere l’urto. Questo è uno degli aspetti che dobbiamo descrivere della natura dell’iniziazione: il familiarizzarsi, l’illuminarsi, il diventar percepibile di quel mondo, in cui l’uomo sta di notte, e di cui nello stato di sonno egli è inconsapevole.
Questo trattenersi nel macrocosmo abbaglia e confonde sopratutto, perchè l’uomo è abituato, nel mondo dei sensi, a condizioni affatto diverse da quelle che incontra nel macrocosmo. Nel mondo dei sensi l’uomo è abituato a considerare, per così dire, tutte le cose da un solo punto di vista; e se una cosa gli si avvicina, che non armonizza completamente con le opinioni che egli si è formate da quell’unico punto di vista, egli la giudica falsa, non la giudica esatta. Se con l’opinione che tutte le cose devono conformarsi a quel punto di vista (opinione del resto utile e comoda per la vita sul piano fisico) si volesse uscire, per mezzo dell’iniziazione, nel macrocosmo, non ci si orienterebbe mai. Perchè nel modo come l’uomo vive nel mondo dei sensi, egli si concentra sopra una specie di punto, – e da questo punto, dal suo guscio di chiocciola, insomma, egli giudica tutte le circostanze; ciò che si accorda con l’opinione che egli si è formata, è vero; ciò che con quella non armonizza, è falso. Quando però l’uomo è passato per l’iniziazione egli deve uscire nel macrocosmo. Vogliamo supporre che l’uomo, uscendo in una determinata direzione, sperimenti soltanto ciò che vi è appunto in quella direzione, e trascuri tutto il resto; tutto ciò rimarrebbe per lui sconosciuto. Ma l’uomo non può affatto dirigersi verso una sola direzione nel macrocosmo, sibbene egli deve andare in tutte le possibili direzioni. L’uscita è un distendersi, un effondersi nel macrocosmo. Allora termina completamente ogni possibilità di avere un unico punto di vista. Allora si deve certamente poter contemplare il mondo da quell’unico punto – perchè in certo modo si guarda anche indietro su sè stessi, ma bisogna arrivare anche a poter considerare il mondo da un secondo e da un terzo punto di vista. Cioè, bisogna sviluppare prima di tutto una certa elasticità di opinione; bisogna acquistare una possibilità di plurilateralità. – Naturalmente anche in questo caso non si tratta di trovarsi di fronte a una infinità di condizioni, sibbene a una media di condizioni. Ed effettivamente non vi è da temere che si debba acquistare un numero infinito di punti di vista, come è possibile in teoria; sibbene per tutte le condizioni, che possono in genere presentarsi all’uomo, bastano dodici punti di vista, simbolizzati alla loro volta nel linguaggio stellare delle scuole dei misteri, per mezzo dei dodici segni dello Zodiaco. – L’uomo, per esempio, non deve uscire nel cosmo soltanto nella direzione del «Cancro», ma deve uscire in modo da poter contemplare veramente il mondo da dodici punti di vista diversi. Non serve affatto cercare l’armonia per mezzo di un linguaggio astratto intellettuale; l’armonia si può cercare in seguito nei diversi punti di vista che risultano; dapprima è necessario contemplare il mondo da aspetti diversi.
Vorrei far notare a questo proposito, come in parentesi, che nel mondo, in tutti quei movimenti che sono basati sopra verità occulte, vi è, per così dire, un punto crociale, una difficoltà, cioè, che l’uomo tende facilmente a portare nel movimento stesso quelle abitudini della sua vita che di solito si fanno valere: Quando ci si trova nella necessità di comunicare le verità conseguite per la via della ricerca supersensibile, occorre – anche quando si espone soltanto exotericamente – di imporsi la norma di esporle da punti di vista diversi. E coloro che già da anni seguono attentamente il nostro movimento avranno certo osservato che sempre abbiamo cercato di non descrivere unilateralmente, ma di descrivere dai punti di vista più diversi. Questa è naturalmente anche la ragione, per cui quegli uomini che vogliono giudicare di ogni cosa, alla stregua degli usi che prevalgono sul piano fisico, trovano equa e là delle contraddizioni; perchè una cosa appare indubbiamente diversa, a seconda che la si considera da uno o da altro aspetto. Così è facile trovare contraddizioni! In un movimento spirituale scientifico occorre che questa massima fondamentale venga un poco spiegata, e cioè, che si deve tener conto, quando vien detto qualcosa che suona apparentemente diverso da ciò che in altra occasione è stato detto, che allora in quella occasione la descrizione è stata esposta soltanto da un determinato punto di vista. E per evitare appunto l’esistenza fra di noi di un siffatto spirito ingiustificato di contraddizione, ci siamo attenuti alla norma di descrivere da diversi aspetti. Così, per esempio, coloro che hanno assistito l’anno scorso al ciclo di Monaco (I figli di Lucifero e i fratelli di Cristo) avranno trovato che dei grandi segreti dell’universo sono stati descritti dal punto di vista della filosofia orientale. Ma colui che vuol uscire nel cosmo per la via sopra caratterizzata, è necessario che si acquisti mobilità, elasticità di giudizio; se egli non vuole acquistarla, si perderà in un labirinto. Perchè occorre riflettere, chè è bensì vero che l’uomo può uniformarsi al mondo – ma che è pure vero che il mondo non si uniforma all’uomo. Se l’uomo con dei preconcetti esce soltanto verso una direzione, e vuole arrestarsi a quel punto di vista, succederà che il mondo, nel frattempo, continuerà a progredire – egli però rimarrà addietro nell’evoluzione. Se, per esempio, parlando con le immagini della scrittura stellare, l’uomo volesse, per così dire, uscire soltanto nella direzione dell’Ariete, e credesse trovarsi nella costellazione dell’Ariete, mentre invece il mondo, che si è mosso più oltre, fa passare davanti ai suoi occhi ciò che vi è nella costellazione dei Pesci, allora egli considera quello che proviene dai Pesci – parlo simbolicamente nel linguaggio stellare – come un’esperienza dell’Ariete. Ne risulta confusione e l’uomo si trova allora effettivamente in un labirinto. Il fatto si è, che occorre tener conto, che l’uomo ha effettivamente bisogno di dodici punti fermi, di dodici punti di vista, per orientarsi nel labirinto del macrocosmo.
Questo lo possiamo considerare come la prima delle caratteristiche del dispiegamento della propria vita nel Macrocosmo. Ma v’ha anche un altro modo in cui l’uomo sta nel mondo divino-spirituale, senza esserne consapevole; egli vi sta, cioè, durante l’altra parte delle ventiquattro ore nel mattino. Al risveglio l’uomo s’immerge veramente nel corpo fisico e in quello eterico, ma non ne percepisce niente; perchè al momento di destarsi, quando vi s’immerge, la percezione dell’uomo viene subito distolta verso il mondo esteriore. Egli percepirebbe qualcosa di affatto diverso, se s’immergesse coscientemente nel proprio corpo fisico e nel proprio corpo eterico. L’uomo si trova dunque protetto contro la vita cosciente nel Macrocosmo, per la quale non è preparato, dallo stato del sonno; e viene protetto contro la discesa cosciente nella vita del corpo fisico e del corpo eterico, dal fatto, che la sua facoltà percettiva viene distolta verso il mondo esteriore. Orbene, il pericolo a cui l’uomo si troverebbe esposto, se discendesse impreparato nel suo corpo fisico e in quello eterico, è alquanto diverso dall’abbagliamento e dalla confusione cosmica già descritta, come un pericolo che si affaccia quando, senza preparazione, egli si spinge fuori nel Macrocosmo.
Se l’uomo penetra senza preparazione nella natura del proprio corpo fisico e corpo eterico, e s’identifica con essa, si sviluppa allora con speciale intensità ciò, per cui egli effettivamente ha ottenuto il corpo fisico e il corpo eterico. Perchè ha egli avuto questi due corpi? Per poter vivere nella natura dell’Io, per poter evolvere una coscienza dell’Io. – Ma l’Io arriva impreparato, impuro, non raffinato, nel mondo del corpo fisico e del corpo eterico. Se l’uomo discende impreparato nel corpo fisico e nel corpo eterico, egli ne riceve impressione tale, che la percezione mistica che allora si affaccia, esclude la verità interiore, e si presentano invece all’uomo delle immagini illusorie. In quanto l’uomo ha aperto lo sguardo nella propria natura interiore, egli viene ad unirsi con tutto ciò che in lui vi è di desideri e di malvagità egoistiche, di impulsi egoistici ecc. Egli di solito non si unisce con questi; perchè durante il giorno il suo sguardo viene rivolto verso le vicende del mondo esteriore, e queste son ben poco di fronte a ciò che può svilupparsi dalla propria natura dell’uomo. Già altre volte ho raccontato quello che i martiri e i santi cristiani ci descrivono delle loro prime esperienze, quando si sono uniti con la propria natura e si sono immersi in ciò che viveva nella loro interiorità. Vi faccio osservare che quelle esperienze sono le medesime di quelle di cui ora ho parlato, e che questi santi cristiani, per il fatto dell’esclusione della percezione esteriore e della discesa verso l’interiore, ci descrivono da quali tentazioni e illusioni sono stati assaliti. Le descrizioni che essi ne dànno corrispondono assolutamente a verità. Perciò veramente da questo punto di vista le biografie dei santi sono, in fondo, straordinariamente istruttive, per vedere il lavoro delle passioni, emozioni, istinti e di tutto ciò che risiede nell’uomo, lavoro da cui la vista dell’uomo viene distolta, quando volge lo sguardo nella vita normale sul mondo esteriore. Possiamo dunque dire: per mezzo della discesa nella propria interiorità l’uomo viene, in certo modo, concentrato sul proprio Io, viene completamente impigliato nel suo Io – viene intensivamente concentrato in quel punto, in cui egli altro non vuol essere che un Io – in cui egli altro non vuole che la soddisfazione dei proprii desideri e dei proprii istinti, in cui appunto il male che vi è nell’uomo vuol afferrare il suo Io; questa è la disposizione d’animo, che in lui allora prevale.
Vediamo così, che da una parte il pericolo per l’uomo di rimanere abbagliato si presenta quando egli vuol estendersi nel Cosmo senza preparazione, e che dall’altra, egli si trova condensato, compresso, contratto in sè stesso, quando s’immerge impreparato nel proprio corpo fisico e in quello eterico. Ma vi è anche un altro aspetto dell’iniziazione, che a sua volta è stato coltivato presso alcuni altri popoli. Mentre uno di questi aspetti, cioè l’uscita nel macrocosmo, è stato sopratutto coltivato pressoi i popoli ariani e nordici, l’altro aspetto invece è stato sommamente coltivato presso gli egiziani. Vi è anche l’iniziazione, in cui l’uomo volge lo sguardo verso l’interiorità e si avvicina così al divino; in cui con la concentrazione in sè medesimo, con la discesa nella propria natura, impara a conoscere l’attività del divino nella propria natura.
Negli antichi misteri l’evoluzione generale dell’umanità non era progredita al punto che, in certo modo, l’iniziazione – sia fuori nel macrocosmo, sia dentro nell’uomo stesso, nel microcosmo – potesse venire effettuata, di guisa da lasciare l’uomo completamente abbandonato a sè stesso. Quando, per esempio, veniva effettuata un’iniziazione egizia e l’uomo veniva condotto a penetrare nelle forze del proprio corpo fisico e corpo eterico, di guisa che con piena coscienza poteva sperimentare le vicende del suo corpo fisico e del suo corpo eterico, allora dalla sua natura astrale scaturivano, in certo modo, da ogni parte terribili passioni ed emozioni; – dei mondi demoniaci, diabolici uscivano da lui. Sicchè colui che lavorava come jerofante nei misteri egiziani aveva bisogno di aiuti, i quali accogliessero ciò che usciva a quel modo, e lo deviassero attraverso la loro propria natura; perciò i dodici assistenti dell’iniziatore erano incaricati di accogliere i demoni che uscivano. In questo modo l’uomo veramente non era mai completamente libero nell’antica iniziazione; perchè ciò che necessariamente doveva svilupparsi, quando egli s’immergeva nel corpo fisico e nel corpo eterico, sì poteva sviluppare soltanto, quando e perchè l’uomo aveva attorno a sè i dodici assistenti, i quali accoglievano i demoni e li domavano. – Similmente succedeva nei misteri nordici; in quelli, con l’uscita nel macrocosmo, l’iniziazione poteva effettuarsi per il fatto, che vi erano pure dodici aiutanti dell’iniziatore, i quali davano le loro forze all’iniziando, perchè egli avesse la capacità di sviluppare quel modo di pensare e di sentire, necessario per attraversare il labirinto del macrocosmo.
Siffatta iniziazione, in cui l’uomo assolutamente non è libero, e che poggia completamente sull’allontanamento dei demoni per mezzo degli assistenti dell’iniziatore, ha dovuto gradatamente cedere il campo a un’altra iniziazione, in cui l’uomo può fare da sè; in cui colui, il quale effettua; l’iniziazione e fornisce all’uomo i mezzi, dice soltanto: «Va fatto questo e quello», e l’uomo a poco a poco può orientarsi più oltre da sè. Oggidì l’uomo non è molto progredito su questa via. Ma a poco a poco, come facoltà indipendente dell’umanità, si andrà formando nell’uomo la capacità di poter senza aiuto salire nel macrocosmo, o discendere nel microcosmo – egli potrà allora percorrere come essere libero le due parti dell’iniziazione. E perchè ciò potesse succedere, vi è stato l’avvento del Cristo. L’avvento del Cristo significa per l’uomo il punto di partenza che lo abilita a discendere liberamente nel corpo fisico e nel corpo eterico, come pure a uscir fuori nel macrocosmo, nell’universo. Occorreva che una volta si verificasse in grande, per mezzo di un Essere di genere superiore come lo è il Cristo Gesù, tanto la discesa nel corpo fisico e nel corpo eterico, quanto l’uscita fuori nel macrocosmo. In ultima analisi l’avvento del Cristo rappresenta appunto questo; l’Essere universale del Cristo ha mostrato, in certo modo, all’umanità, ciò che ormai, nel corso della maturità dell’evoluzione terrestre, può venir conseguito da un numero abbastanza grande di uomini. Occorreva che questo evento si verificasse una volta. – Che cosa è successo dunque per mezzo dell’Avvento del Cristo?
Da un canto doveva succedere che l’Entità-Cristo stessa discendesse una volta nel corpo fisico e nel corpo eterico. E in quanto è successo che il corpo fisico e il corpo eterico di un essere umano ha potuto essere talmente santificato, che l’Entità-Cristo è discesa in esso – (e ciò è successo una sola volta), è stato, con tal mezzo, dato pure l’impulso all’evoluzione dell’umanità, perchè ogni uomo, che vi aspira, possa liberamente sperimentare la discesa nel corpo fisico e nel corpo eterico. Per questo l’Entità-Cristo ha dovuto discendere sulla Terra e compiere ciò che mai ancora era stato compiuto, mai era successo. Perchè negli antichi misteri, per mezzo dell’azione degli assistenti, si effettuava qualcosa di affatto diverso. Negli antichi misteri l’uomo poteva discendere negli arcani del corpo fisico e di quello eterico – e salire nei misteri del macrocosmo, ma soltanto in modo che non viveva veramente nel suo corpo fisico. Egli poteva bensì penetrare nei segreti del corpo fisico, ma non mentre stava dentro al corpo fisico; egli doveva per così dire liberarsi dal corpo. E quando vi ritornava, egli poteva veramente ricordarsi delle esperienze delle sfere spirituali, ma non poteva trasportare queste esperienze nel corpo fisico. Era un ricordarsi – ma non un portar seco nel corpo fisico. – Ciò doveva essere radicalmente trasformato dall’Avvento del Cristo e lo fu difatti. Dunque prima dell’avvento del Cristo non erano mai esistiti un corpo fisico e un corpo eterico, che avessero sperimentato la penetrazione dell’Io nell’intiera completa interiorità umana, fin dentro nel corpo fisico e nel corpo eterico. Prima dunque nessuno poteva veramente penetrare con il suo Io fin dentro al corpo fisico e al corpo eterico. Ciò è successo per la prima volta con l’Avvento del Cristo. E da questo evento provenne anche l’altro influsso, e cioè, che un’Entità, la quale, quantunque infinitamente superiore agli uomini, pur nondimeno era tanto unita alla natura umana, si è riversata fuori nel macrocosmo senza aiuto estraneo, per mezzo del proprio Io. Ma questo diventò possibile soltanto per mezzo del Cristo. Soltanto per mezzo del Cristo è stato possibile all’uomo di acquistarsi la capacità di spingersi fuori a poco a poco liberamente e di penetrare nel macrocosmo. – Queste sono le due colonne fondamentali che si presentano ugualmente a noi nei due Vangeli – in quello di Luca e anche in quello di Matteo. E come?
Abbiamo visto che Zarathustra, con quella individualità che negli antichissimi tempi postatlantei era stata il grande maestro dell’Asia, s’incarnò più tardi come Zarathos o Nazarathos, e che con la medesima individualità egli s’incarnò in quel Bambino Gesù, che abbiamo descritto come il Gesù Bambino del Vangelo di Matteo, il quale discende dalla linea salomonica della casa di Davide. Abbiamo visto che l’individualità di Zarathustra sviluppò durante dodici anni in questo Gesù Bambino – vale a dire in sè stesso – tutte le facoltà, che era dato trarre e sviluppare da un rampollo della casa di Salomone, nello strumento del corpo fisico e in quello del corpo eterico. Egli possedeva queste facoltà soltanto per il fatto di essere vissuto per dodici anni in questo corpo fisico e in questo corpo eterico. (Per acquistarsi delle facoltà umane occorre elaborarle con degli strumenti). L’individualità dello Zarathustra abbandonò poi questo Gesù Bambino e passò in quel fanciullo Gesù, che è descritto nel Vangelo di Luca, il quale discende dalla linea nathanica della casa di Davide, e che nacque come secondo Gesù bambino e venne educato in Nazareth in vicinanza dell’altro. Zarathustra si trasferì in questo Gesù, proprio nel momento che il Vangelo di Luca descrive, e cioè, quando egli viene ritrovato nel tempio di Gerusalemme, dopo essere stato smarrito durante la festa. Mentre dunque il bambino Gesù salomonico morì presto, Zarathustra continuò a vivere nel Gesù del Vangelo di Luca fino al suo trentesimo anno. Egli si acquistò durante quel tempo tutte le facoltà, che è dato acquistarsi con degli strumenti che si hanno, quando da un canto si porta seco ciò che si poteva acquistare in un corpo fisico e in un corpo eterico preparati nel modo già descritto, e inoltre vi si può aggiungere ciò che è dato acquistare in un corpo astrale e in un portatore dell’Io, come quelli posseduti dal Gesù del Vangelo di Luca.
Zarathustra dunque è cresciuto in questo corpo del Gesù di Luca fino al trentesimo anno, e con tutte le qualità che egli poteva sviluppare era giunto a tanto nel corpo già descritto, che poteva ormai offrire il suo terzo grande sacrificio, cioè, il sacrificio del corpo fisico, il quale per tre anni diventò ormai il corpo fisico dell’Entità-Cristo. Così l’individualità dello Zarathustra, dopo aver sacrificato nei secoli e nei millenni precedenti il corpo astrale e il corpo eterico per Ermete e per Mosè, sacrifica ora il corpo fisico, – abbandona, cioè, questo involucro, che rimane con tutto ciò che in esso ancora vi è di corpo eterico e di corpo astrale. E ciò che fino allora era stato riempito dall’individualità di Zarathustra, viene ora occupato da un Essere di natura assolutamente impareggiabile, e sorgente di ogni saggezza per tutti i grandi maestri della saggezza: dal Cristo. Questo è l’evento che ci viene indicato (lo descriveremo ancora più esattamente) con il battesimo di Giovanni nel Giordano – quell’Evento di cui il valore universale e l’infinita grandezza ci vengono indicati in uno dei Vangeli con le parole: «Questi è il mio figlio, il diletto, in cui vedo me stesso, in cui mi si presenta il mio proprio Sè» e che non vanno tradotte con le parole superficiali «nel quale Io mi sono compiaciuto». In altri Vangeli è perfino detto: «Tu sei il mio figlio, oggi ti ho generato». Qui ci viene chiaramente indicato che si tratta di una nascita, cioè della nascita del Cristo in quell’involucro, che Zarathustra ha dapprima preparato e poi sacrificato. Al momento del battesimo di Giovanni l’Entità-Cristo penetra nell’involucro umano preparato da Zarathustra: abbiamo qui a che fare con una rinascita di questi tre involucri, in quanto vengono compenetrati dalla sostanzialità del Cristo. Il battesimo di Giovanni è una rinascita degli involucri preparati da Zarathustra ed è la nascita del Cristo sulla Terra. Ora il Cristo è in un corpo umano – veramente è in corpi umani specialmente preparati, ma tuttavia in corpi umani come li hanno gli altri uomini – sebbene meno perfetti.
Il Cristo, l’Individualità più elevata che possa essere unita con la Terra, è ora in corpi umani. Se con la sua vita egli deve rappresentarci l’Evento più grande, la completa Iniziazione, occorre che egli ne viva davanti a noi ambo gli aspetti: la discesa nel corpo fisico e nel corpo eterico – e l’ascesa nel macrocosmo. Il Cristo rappresenta con la sua vita i due eventi davanti all’uomo; ma questi due eventi, come si addice completamente alla natura degli eventi del Cristo, devono presentarsi a noi in modo, che nel discendere nel corpo fisico e nel corpo eterico il Cristo sia invulnerabile a tutte le tentazioni, le quali veramente gli si fanno incontro, ma che vengono da lui respinte. Similmente deve riuscir chiaro, che su di lui non possono aver presa quei pericoli, che si presentano all’uomo quando questi esce fuori nel macrocosmo.
Orbene, nel Vangelo di Matteo vien descritto, come dopo il battesimo di Giovanni l’Entità-Cristo discenda veramente nel corpo fisico e nel corpo eterico. E la storia della Tentazione è appunto una descrizione di questo evento. Vedremo come i dettagli di questa scena della Tentazione riproducano in tutti i singoli particolari le esperienze che l’uomo ha generalmente, quando discende nel corpo fisico e nel corpo eterico. In quella scena la penetrazione del Cristo in un corpo umano fisico e in un corpo eterico, la concentrazione nell’Io umano, viene previssuta nell’uomo, di guisa che è possibile dire: «Così può essere: tutto ciò ci può succedere! Se vi ricordate del Cristo, se diventate simili a Lui, avrete la forza di far fronte a tutto ciò, di vincere anche voi tutto ciò che affluisce dal corpo fisico e dal corpo eterico! Nel Vangelo di Matteo la prima scena notevole è quella della Tentazione. Essa riproduce uno degli aspetti dell’iniziazione, la discesa nel corpo fisico e nel corpo eterico. L’altra parte dell’iniziazione – il distendersi nel macrocosmo – vien pure descritta e precisamente in modo, che viene dapprima mostrato, come il Cristo effettui questo distendersi nel macrocosmo con la natura umana – completamente nel senso della natura sensibile umana.
Qui appunto vorrei esporre una obbiezione, che facilmente potrebbe venir sollevata – la ribatteremo completamente nei prossimi giorni, oggi però ne esamineremo i punti principali – e cioè: se il Cristo era veramente un’Entità tanto elevata, perchè ha dovuto sperimentare tutto questo? Perchè ha dovuto discendere nel corpo fisico e nel corpo eterico? Perchè ha dovuto, come l’uomo, uscir fuori nel Macrocosmo e stendersi in esso? Non per sè egli ha fatto questo! Ha dovuto farlo per gli uomini; nelle sfere superiori, con le sostanzialità delle sfere superiori, potevano farlo quelle entità affini al Cristo; ma in un corpo fisico e in un corpo eterico umano un tale fatto non era ancora successo; un corpo umano ancora non era stato interpenetrato dall’Entità-Cristo. Della sostanzialità divina è uscita fuori nello spazio; ma ciò che vive nell’uomo non è stato ancora portato fuori nello spazio. Cristo soltanto poteva prenderlo seco e versarlo fuori nello spazio. Ciò doveva venir fatto per la prima volta nella natura umana da un Dio.
E questo secondo evento vien descritto quando, per così dire, la seconda colonna viene collocata nel Vangelo di Matteo; cioè, quando esso mostra, che la seconda parte dell’iniziazione, l’uscita nel macrocosmo, l’ascesa nel sole e nelle stelle, si è veramente verificata per parte del Cristo con la natura umana. Egli allora viene dapprima unto – unto come un altro uomo, per diventare puro, per diventare invulnerabile a ciò che poteva dapprima avvicinarsi a lui dal mondo fisico. Vediamo così come l’unzione, che rappresenta una parte negli antichi misteri, ci si presenta nuovamente sopra un gradino superiore, sul piano storico, mentre di solito era una unzione nel tempio. E vediamo come il Cristo, alla cena della Pasqua, esprima ora questo «spandersi nel mondo intiero», – non soltanto «l’essere in sè stesso», bensì l’essere riversato nell’intiero mondo, – quando Egli spiega a coloro, che lo attorniano, che egli si sente in tutto ciò che è espresso nella Terra come solido – a questo accennano le parole: «Io sono il pane» – e così pure in tutto il liquido. Nella cena della Pasqua viene indicato questo cosciente uscire nel macrocosmo, così come l’uomo esce in esso incosciente nel sonno. E il senso di tutto ciò che l’uomo deve sentire come un abbagliamento che gli si avvicina, lo troviamo espresso nelle parole scultorie: «L’anima mia è afflitta fino alla morte!»
Il Cristo Gesù sperimenta effettivamente ciò che gli uomini sperimentano di solito come un annientamento, una paralisi, un abbagliamento. Egli sperimenta nella scena di Gethsemane ciò che si può definire: il corpo fisico, abbandonato dall’anima, palesa il proprio stato di paura. Ciò che viene sperimentato in questa scena deve rappresentare come l’anima si allarghi nel mondo e come il corpo venga abbandonato. E tutto ciò che segue deve effettivamente descrivere l’uscita nel macrocosmo. La «Crocifissione» e ciò che è rappresentato con il «seppellimento» e tutto il resto compiutosi nei misteri, costituisce l’altra colonna del Vangelo di Matteo, il viver fuori nel macrocosmo. – E il Vangelo di Matteo esprime questo chiaramente, indicandoci che il Cristo Gesù fino allora era vissuto nel corpo fisico che pende sulla croce: – Egli stava concentrato in questo punto dello spazio; ma ora Egli si stende nell’intiero Cosmo. E chi avesse dovuto cercarlo ora, non lo avrebbe veduto in questo corpo fisico, ma avrebbe dovuto cercarlo chiaroveggentemente nello Spirito che pervade gli spazii. Dopo che il Cristo ebbe compiuto effettivamente ciò che prima, ma con aiuto estraneo, veniva compiuto nei tre giorni e mezzo nei misteri, e che ebbe compiuto ciò che appunto gli veniva rimproverato, – perchè egli aveva detto che si poteva abbattere questo tempio e che in tre giorni lo avrebbe riedificato (con ciò venne chiaramente indicata l’iniziazione nel macrocosmo, che di solito veniva compiuta nei tre giorni e mezzo) – Egli accenna anche al fatto, che dopo questa scena Egli non deve più essere cercato là dove l’Entità del Cristo Gesù era stata racchiusa entro al fisico, bensì fuori nello Spirito, che pervade gli spazii mondiali. E questo viene generalmente tradotto, anche in queste mediocri traduzioni dei tempi moderni, con grande maestà, con le parole: «Fra poco dovrete cercare quell’Essere che nascerà dall’evoluzione dell’umanità alla destra della Potenza e vi si paleserà dalle nubi». – È là che dovete cercare il Cristo, riversato nel mondo, come prototipo della grande Iniziazione che l’uomo sperimenta, quando abbandona il corpo, e con la propria vita si stende fuori nel macrocosmo.
Questo ci dà il principio e la fine della vera vita del Cristo, che comincia con la nascita del Cristo al battesimo di Giovanni nel corpo, del quale abitiamo parlato: comincia allora con una parte dell’iniziazione, con la discesa nel corpo fisico e nel corpo eterico nella storia della Tentazione. E si chiude poi con l’altra parte dell’iniziazione: con il distendersi nel macrocosmo, che comincia con la scena della cena e viene più oltre rappresentata nel processo della Flagellazione, della Coronazione con le spille, della Crocifissione e della Resurrezione. Gli eventi del Vangelo di Matteo stanno racchiusi fra questi due estremi; ora collocheremo questi eventi al loro posto, nel quadro che abbiamo finora tracciato soltanto a grandi linee.
In ciò che ieri si è esposto sul fatto, che nell’Avvento del Cristo le due parti dell’iniziazione sono state inalzate al grado di processi storici mondiali, ci si palesa pure – se ben si considera – l’aspetto per noi essenziale di questo Avvento del Cristo.
Quella iniziazione in cui l’uomo attraversava, per così dire, la quotidiana esperienza del risveglio, in modo, che nel discendere nel corpo fisico e nel corpo eterico la sua facoltà percettiva non veniva distolta verso l’ambiente fisico esteriore, ma veniva stimolata a percepire i processi del corpo eterico e del corpo fisico, quella particolare iniziazione veniva impartita specialmente in tutti i misteri e santuari d’iniziazione, che erano basati sulla sacra cultura egizia. Coloro che cercavano tale iniziazione nel senso antico, cioè nel senso, che in questa venivano diretti e guidati attraverso ai pericoli che si affacciavano in quella iniziazione, divenivano per tal fatto, sotto un certo riguardo, uomini diversi, uomini i quali durante l’atto dell’iniziazione potevano guardare nel mondo spirituale e vedervi sopratutto quelle forze ed entità spirituali, che prendono parte al nostro corpo fisico e al nostro corpo eterico. Se ora vogliamo caratterizzare l’iniziazione essena anche da questo punto di vista, possiamo dire: Quando un Esseno percorreva i quarantadue gradini più sopra descritti e conseguiva per mezzo di ciò una conoscenza più esatta della sua vera interiorità, della vera sua natura di Io, e di tutto ciò che rende l’uomo capace di, vedere attraverso gli organi esteriori destinati a ciò per via di eredità, veniva condotto oltre i quarantadue gradini fino a quell’Entità spirituale divina, la quale come Jahve o Jehova ha determinato l’organo, che già vi ho descritto in Abraham; e vedeva allora nello Spirito, che questo era l’organo essenziale per quell’epoca. L’Esseno guardava indietro dunque nel passato, all’interiore struttura essenziale dell’essere umano interiore, che era un risultato di quella Entità divina spirituale. In un’iniziazione siffatta, si prescindeva dunque dalla conoscenza della interiorità dell’uomo.
Vi ho dato ieri una descrizione generale di ciò che si presenta specialmente all’uomo, quando egli penetra, impreparato, nella propria interiorità. Ho detto: che si destano allora nell’uomo precipuamente tutti gli egoismi, tutto ciò che porta l’uomo a dire a sè stesso: tutte le forze che sono in me, tutte le passioni ed emozioni collegate al mio Io, e che nulla vogliono sapere del mondo spirituale, voglio averle in me in modo, da potermi unire con esse – da poter agire, sentire e percepire unicamente per spinta della mia propria interiorità egoistica! – Questo appunto è il pericolo, che per mezzo di siffatta discesa nella propria interiorità cresca nell’uomo uno smisurato egoismo. È, questa, una determinata specie di illusione, che colpisce anche oggidì sempre coloro che tendono, per mezzo di un’evoluzione esoterica, a questa discesa nella propria interiorità. Molti e varii sono gli egoismi che si fanno allora valere nell’uomo; e quando essi si affacciano, l’uomo regolarmente non li riconosce affatto come egoismi; tutto egli li crederà, fuorchè egoismi! La via ai mondi superiori – anche quando viene cercata ai nostri tempi – sempre è stata descritta come una via che richiede abnegazione. E parecchi degli uomini, i quali anche all’epoca nostra desiderano molto salire nei mondi superiori, ma non vogliono esercitare quell’abnegazione, che guarderebbero volentieri nei mondi superiori, ma non vogliono sperimentare ciò che veramente vi può condurre, trovano molto incomodo, che debba affiorare in loro tutta questa zavorra, che giace nel fondo della natura umana. Essi vorrebbero arrivare ai mondi superiori senza l’affiorare di tutti gli egoismi e delle passioni. Essi non si accorgono che spesso l’egoismo più forte, più significativo, si palesa appunto in quel loro malcontento verso ciò che si affaccia veramente come fenomeno del tutto regolare, e di cui essi dovrebbero chiedersi: «Poichè sono un uomo, non debbo io provocare anche tutte queste forze?» Essi trovano strana la presenza di tali cose, sebbene già cento e cento volte sia stato loro spiegato, che a un determinato momento qualcosa di questo genere deve presentarsi. Intendo qui accennare soltanto alle illusioni e agli errori, a cui si abbandonano certi uomini. All’epoca nostra bisogna anche tener conto che l’umanità, in certo qual modo, si è abituata alla comodità, e preferirebbe salire nei mondi superiori con tutto quell’agio a cui si è abituata nella vita ordinaria. Ma le comodità, che si hanno nei campi ordinari dell’esistenza, non si possono procurare sulla via che deve condurre ai mondi spirituali.
Orbene, chi, nei tempi antichi, aveva trovato questa via ai mondi spirituali, attraverso quella parte dell’iniziazione, che conduce nell’interiorità umana, per il fatto appunto, che l’interiorità umana è creata da potenze divino-spirituali, veniva perciò condotto dentro le forze divino-spirituali e le vedeva lavorare al corpo fisico e a quello eterico. Un uomo siffatto diventava adatto a testimoniare, ad annunziare i segreti del mondo spirituale. Egli poteva raccontare agli altri ciò che aveva sperimentato nei misteri mentre veniva condotto nella propria interiorità, e per tal mezzo, nel mondo spirituale. A che cosa però era collegata questa iniziazione? Quando un iniziato siffatto usciva dai mondi spirituali, poteva dire: «Ho potuto gettare uno sguardo nell’esistenza spirituale, ma vi sono stato aiutato! Gli assistenti dell’iniziatore hanno reso possibile, che io sopravvivessi al momento in cui altrimenti i demoni della mia propria natura mi avrebbero sopraffatto». Per il fatto però, che l’iniziato conseguiva la visione del mondo spirituale con l’aiuto di quegli assistenti esteriori, egli rimaneva durante la vita dipendente da questo collegio d’iniziazione, da coloro che lo avevano aiutato. Le forze che lo avevano aiutato uscivano fuori con lui nel mondo.
Tutto ciò doveva venir modificato, venir superato. Coloro che dovevano essere iniziati dovevano rimanere in condizione di sempre minore dipendenza da coloro che erano i loro maestri e iniziatori. Perchè questo aiuto era anche essenzialmente accompagnato da un altro fatto. Nella nostra coscienza quotidiana abbiamo un sentimento ben chiaro dell’Io, che si desta a una determinata ora della nostra esistenza. Di questo si è già spesso parlato, e anche nella mia «Teosofia» troverete caratterizzato il momento, in cui l’uomo arriva a parlare di sè come di un «Io». Questa è cosa che l’animale non può fare. Se l’animale guardasse, come l’uomo, nella propria interiorità, non troverebbe un Io individuale, bensì un Io della specie, un Io di gruppo; sentirebbe di appartenere a un intiero gruppo. Questo sentimento dell’Io si spegneva in un determinato modo nelle antiche iniziazioni. Mentre dunque l’uomo penetrava nei mondi spirituali il suo sentimento dell’Io si oscurava, e se recapitolate tutto quello che vi ho detto, vi persuaderete che questo oscuramento era un bene. Perchè è al sentimento dell’Io appunto che si ricollegano tutti gli egoismi, le passioni ecc. Si ricollegano ad esso tutti gli egoismi, le emozioni che vogliono isolare l’uomo dal mondo esteriore. Per non rafforzare oltremodo le passioni, le emozioni, occorreva che il sentimento dell’Io fosse attutito. Nelle iniziazioni, negli antichi misteri si trattava dunque, non di una coscienza di sogno, ma di uno stato di attutimento del sentimento dell’Io. Sempre più e più si doveva tendere però a che l’uomo divenisse capace di attraversare l’iniziazione, pur mantenendo completamente l’integrità del proprio Io – di quell’Io, che l’uomo porta seco nella coscienza di veglia, dal momento in cui si desta fino a quello in cui si addormenta: quell’oscuramento dell’Io, che negli antichi misteri sempre andava connesso con l’iniziazione, non doveva più verificarsi. Ma questo oscuramento poteva venir eliminato nel corso del tempo soltanto gradatamente e lentamente; tale risultato oggi si può dire già conseguito in altissima misura in tutte le iniziazioni basate sopra una giusta direzione; in esse è stato ottenuto, che quando l’uomo penetra nei mondi superiori, il sentimento dell’Io si mantenga integro fino a un alto grado.
Esaminiamo ora più minutamente una siffatta antica iniziazione; per esempio, un’iniziazione essena dell’epoca precristiana. Anche questa iniziazione essena era collegata, in un determinato modo, col fatto, che il sentimento dell’Io veniva affievolito. Così era. Ciò dunque che nella nostra esistenza terrena dà all’uomo il suo sentimento dell’Io, ciò che riceve le percezioni esteriori, doveva, nell’iniziazione essena, essere pure attutito. Basta gittare superficialmente uno sguardo sulla vita giornaliera, e si può dire: nello stato speciale in cui l’uomo si trova nel mondo spirituale durante la coscienza di sonno, egli non ha il suo sentimento dell’Io; lo ha soltanto nella sua coscienza diurna, quando viene distolto dal mondo spirituale, e il suo sguardo si dirige verso il mondo fisico-sensibile. – Così succede nell’uomo terrestre attuale, e così pure succedeva nell’uomo terrestre, per il quale il Cristo ha operato sulla Terra. Nell’uomo in condizioni normali, dell’attuale epoca terrestre, l’Io generalmente non rimane sveglio nel mondo spirituale. Orbene, un’iniziazione del Cristo consiste appunto in questo, che l’Io rimane desto nei mondi superiori, così come è desto nel mondo esteriore.
Per meglio chiarire le mie parole vi prego di osservare attentamente il momento del risveglio. Questo momento si presenta a noi in modo, che l’uomo esce dal suo mondo superiore e s’immerge nel proprio corpo fisico e nel corpo eterico; nel momento però in cui s’immerge, egli non vede i processi interiori del corpo fisico e del corpo eterico, ma le sue facoltà percettive vengono, in cero qual modo, dirette verso l’ambiente circostante. Ora tutto ciò su cui lo sguardo dell’uomo si posa al momento del risveglio, ciò che l’uomo abbraccia con lo sguardo, – sia con la percezione fisica degli occhi, o con la percezione fisica delle orecchie, sia col pensiero, coll’intelletto che è collegato all’organo fisico del cervello, – tutto ciò che egli percepisce nell’ambiente fisico circostante, veniva indicato nel linguaggio usato nella dottrina occulta ebraica antica, come il «Regno», Malchut. Si potrebbe domandare: che cosa dunque si riconnetteva nel linguaggio ebraico antico con l’espressione «Il Regno»? Questa espressione comprendeva tutto ciò in cui l’Io poteva reggersi cosciente. Questa è veramente la definizione più esatta del significato, che nell’antichità ebraica veniva connesso con l’espressione «Il Regno»: è Regno, dove l’Io umano può essere presente. Se consideriamo questa espressione, potremo dire: Nel linguaggio ebraico antico l’espressione il «Regno» indica anzitutto il mondo sensibile, il mondo in cui l’uomo sta nello stato di veglia conservando completa la coscienza del suo Io. Esaminiamo ora i gradini dell’iniziazione, per cui l’uomo discende nella propria interiorità. Il primo guadino, prima che l’uomo possa penetrare nel suo corpo eterico e ne possa percepire i segreti, è facile immaginare quale sia. L’involucro esteriore dell’uomo consiste, come già sappiamo, del corpo astrale, del corpo eterico e del corpo fisico. Questa è un’altra esperienza ancora che l’uomo deve attraversare: deve, cioè, dall’interiore guardare, per così dire, coscientemente attraverso il proprio corpo astrale, se vuole sperimentare questo genere di iniziazione. Egli deve sperimentare anzitutto l’interiorità del suo corpo astrale, se vuole penetrare nell’interiorità del suo corpo fisico e del suo corpo eterico. Questa è la porta per la quale egli deve passare; si tratta però sempre di nuove esperienze, che deve attraversare. L’uomo vi sperimenta pure qualcosa che è obbiettivo, come gli oggetti del mondo esteriore sono obbiettivi. Se gli oggetti del mondo sensibile circostante, che siamo capaci di sperimentare per mezzo dell’attuale organismo umano, vengono da noi indicati come il «Regno», potremo anche, conformemente al linguaggio che adoperiamo – l’antico linguaggio ebraico ancora non distingueva con tanta sottigliezza – distinguere di bel nuovo in esso tre Regni: il Regno Minerale, il Regno Vegetale e il Regno Animale. Tutto ciò nel linguaggio antico ebraico è un Regno; e il complesso dei tre Regni si trova in genere riassunto nell’unico concetto del «Regno». E proprio come noi contempliamo gli animali, le piante e i minerali, quando volgiamo lo sguardo fuori sul mondo sensibile, dove il nostro Io può essere presente, così per colui che s’immerge nella propria interiorità, lo sguardo si posa su tutto ciò che egli può percepire nel corpo astrale. L’uomo non vede ora tutto ciò per mezzo del suo Io, sibbene l’Io si serve, per vedere, degli strumenti del corpo astrale. E ciò che l’uomo vede, quando egli possiede un altro patrimonio percettivo, e che è presente col proprio Io in quel mondo con il quale egli si è unito per mezzo degli organi astrali, viene appunto indicato dal linguaggio ebraico antico con tre espressioni. Così come noi abbiamo un regno animale, uno vegetale e uno minerale, il linguaggio ebraico antico indica il ternario, che si contempla quando si è presenti nel proprio corpo astrale, come Nezach, Jesod e Hod.
Per tradurre nel nostro linguaggio questi tre termini con esattezza, occorrerebbe immergerci nuovamente nel sentimento del linguaggio ebraico antico; perchè le usuali traduzioni lessicografiche dei dizionari non ci aiutano affatto. Se si vuol comprendere di che si tratta bisogna far appello al sentimento del linguaggio dell’epoca precristiana. Bisognerebbe, per esempio, tener conto anzitutto, che ciò che possiamo indicare con il suono «Hod» esprimerebbe «spiritualità che si palesa verso l’esteriore». Osservate dunque: questa parola indicherebbe una spiritualità che si manifesta verso l’esteriore, una spiritualità che tende verso l’esteriore, ma una spiritualità che va intesa come astralità. All’incontro la parola «Nezach» esprimerebbe una sfumatura più rude di questa «tendenza a manifestarsi verso l’esteriore». Ciò che si manifesta in questo modo è qualcosa a cui possiamo forse applicare le parole: «che si dimostra impenetrabile». (Se oggi prendete un qualche libro di fisica, vi troverete un giudizio, che veramente dovrebbe essere una definizione – ma la logica qui non c’entra, – e cioè, la definizione, che i corpi fisici vengono indicati come «impenetrabili». Veramente dovrebbe essere detto come definizione: «si chiama corpo fisico quel corpo, di cui si può dire, che il posto che esso occupa non può contemporaneamente essere occupato da altro corpo». Dunque dovrebbe trattarsi di una definizione – invece viene affermato un dogma, dicendo: i corpi del mondo fisico hanno la peculiarità di essere impenetrabili, – mentre invece si dovrebbe dire, che il medesimo posto non può contemporaneamente essere occupato da due corpi. Questo però rientra veramente nel campo della filosofia). Il manifestarsi nello spazio in modo che si verifichi l’esclusione di altra manifestazione – e questo rappresenta una sfumatura più densa di quella di Hod – tutto ciò vien espresso con la parola Nezach. E ciò che sta frammezzo è espresso con la parola Jesod. – Avete dunque tre sfumature diverse: prima avete la manifestazione di un fatto astrale qualsiasi, che si manifesta verso l’esteriore, in Hod; quando questa manifestazione è già talmente più densa, che le cose si presentano a noi con l’impenetrabilità fisica, allora, secondo il linguaggio ebraico antico, vi sarebbe Nezach ; e per le sfumature intermedie si avrebbe Jesod. Possiamo dunque dire: che le tre peculiarità diverse, di cui effettivamente le entità del mondo astrale sono dotate, possono essere indicate con quelle tre parole.
Ormai possiamo, per così dire, penetrare con l’iniziando più oltre nell’interiorità umana. Quando ha superato ciò che vi è anzitutto da superare nel suo corpo astrale, egli penetra nel proprio corpo eterico. In questo l’uomo percepisce già qualcosa di più elevato di quanto possa essere indicato con quelle tre parole. Mi si potrebbe domandare: Perchè in questo corpo eterico l’uomo percepisce qualcosa di più elevato? Ciò si riconnette con un fatto speciale, di cui dovete tener conto, se volete comprendere la vera struttura interiore del mondo. Dovete tener presente, che nel mondo esteriore che si presenta a noi, quelle manifestazioni appunto che ci sembrano più basse, sono proprie quelle a cui hanno lavorato le forze spirituali più elevate. Già spesso ho richiamato la vostra attenzione su questo fatto – e specialmente quando si trattava della natura umana stessa. – L’uomo è costituito, se lo si vuol descrivere, di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e dell’Io. Certamente l’Io, sotto un certo riguardo, è l’arto suo più elevato; ma così come esso è oggidì, l’Io rappresenta il bambino fra i quattro arti della natura umana. L’Io contiene nell’uomo il germe della massima elevatezza a cui questi possa arrivare; ma per ora si trova nel suo sviluppo a un gradino inferiore. All’incontro il corpo fisico, a suo modo, è l’arto più perfetto – certamente non per merito dell’uomo stesso, ma perchè attraverso le epoche di Saturno, Sole, Luna delle entità divine spirituali hanno lavorato nell’uomo. E anche il corpo astrale è diventato già più perfetto dell’Io dell’uomo. Se dunque guardiamo anzitutto l’Io umano, esso è ciò che ci sta più vicino, ciò con cui ci identifichiamo. E si può dire: chi non è troppo superficiale, e non vuol chiudere a sè stesso la vista, basta che guardi nella propria interiorità e vi trova il suo Io. Invece riflette: quanto mai l’uomo è lontano dai segreti del corpo fisico umano! Al corpo fisico umano non soltanto per milioni di anni, ma per milioni di milioni di anni hanno lavorato delle entità divino-spirituali, per portarlo alla sua attuale struttura. Fra l’Io e il corpo fisico vi sono dunque il corpo astrale e il corpo eterico. Il corpo astrale, di fronte al corpo fisico, è pure un arto imperfetto della natura umana. In esso vi sono emozioni; passioni, cupidigie ecc. E attraverso le emozioni del corpo astrale, sebbene il corpo eterico vi si frapponga come un ostacolo, l’uomo gode di molte cose, le quali lavorano in diretta opposizione alla meravigliosa organizzazione del corpo fisico umano. Ho fatto notare di quanti veleni per il cuore, per esempio, l’uomo si ciba, e come, se dipendesse dal suo corpo astrale, egli distruggerebbe ben presto la sua salute. L’uomo deve la propria salute soltanto al fatto, che come organizzazione, il cuore umano è combinalo in modo così mirabile e perfetto, che per molti decenni resiste agli attacchi del corpo astrale. Così è. Quanto più profondamente si discende, tanto più si trovano forze spirituali più elevate che hanno collaborato ai singoli arti. Si potrebbe dire: Gli Dei più giovani, le forze divino-spirituali più giovani sono quelle che ci hanno dato l’Io; e sono gli Dei molto più vecchi, i quali hanno operato quella perfezione dei nostri arti inferiori, che l’uomo oggidì appena comincia a comprendere – ben lungi però dall’essere capace di imitare con i suoi strumenti ciò che le forze e le entità divino-spirituali hanno eseguito per l’uomo in quella mirabile costruzione.
Questa perfezione specialmente era veduta da coloro, i quali s’immergevano, per esempio, per mezzo di un’iniziazione essena nell’interiorità umana. Un Esseno siffatto diceva a sè stesso: «quando percorro i primi quattordici gradini penetro anzitutto nel mio corpo astrale. Allora mi si presentano tutte le passioni ed emozioni che sono collegate al mio corpo astrale, tutto ciò che nella mia incarnazione io stesso ho guastato nel mio corpo astrale. Ma ancora non sono stato in condizione di guastare il mio corpo eterico come ho guastato il corpo astrale. Il mio corpo eterico, in fondo, è molto più divino, molto più puro; esso mi si palesa, quando percorro gli altri quattordici gradini». E quell’Esseno aveva il senso, che se egli resisteva alle tentazioni del corpo astrale, dopo i primi quattordici gradini il peggio era superato, e che entrerebbe ormai nelle sfere luminose del suo corpo eterico, le cui forze egli ancora molto non aveva potuto guastare. Ciò che l’uomo vedeva allora in questo corpo veniva a sua volta indicato dall’insegnamento occulto ebraico antico con tre espressioni, di cui è straordinariamente difficile rendere il significato nel nostro linguaggio attuale: le espressioni erano Gedulah, Tipheret e Geburah. Cerchiamo di formarci un’idea dei tre campi indicati da queste tre espressioni.
Quando l’uomo percepiva ciò con cui egli si unisce nel corpo eterico, possiamo dire a un dipresso, che la prima parola, Gedulah, operava in modo da fargli acquistare una rappresentazione di tutto ciò che nel regno spirituale, nel mondo spirituale, appare maestoso, grandioso, ciò che dà l’impressione del meraviglioso. Di contro ciò che viene indicato con Geburah, sebbene abbia affinità con la prima parola, rappresenta nondimeno una sfumatura completamente diversa di grandezza; rappresenta una sfumatura di una grandezza già diminuita dall’azione. Geburah è quella sfumatura che indica una grandezza, una forza, che già si manifesta verso l’esteriore, per difendersi, per manifestarsi come entità indipendente verso l’esteriore. Mentre dunque al termine «Gedulah» è connessa l’azione per mezzo della saldezza interiore, dell’entità interiore, il termine «Geburah» invece rappresenta un’azione, che si può dire aggressiva, e che si manifesta verso l’esteriore con un procedere aggressivo. Orbene, il «riposare in sè stessa della grandezza», dell’interiorità, la quale si manifesta bensì verso l’esteriore – ma non con un procedimento aggressivo, ma soltanto perchè essa in sè stessa esprime la grandezza spirituale – questo veniva indicato con «Tipheret», di cui potremo riprodurre il significato soltanto, se combiniamo i nostri due concetti di «Bontà» e di «Bellezza». Un essere che esprime la propria individualità in modo, che la sua interiorità s’imprima nella forma esteriore, ci appare bello; e un essere che esprime esteriormente la sua propria saldezza interiore, ci appare buono. Ma questi due concetti, nell’insegnamento occulto ebraico antico, si riuniscono in «Tipheret». Le entità, dunque, che si manifestano per mezzo di queste tre qualità, sono quelle con le quali si acquistava un rapporto, quando si discendeva nel corpo eterico.
Veniva poi la discesa nel corpo fisico. Nel corpo fisico l’uomo arrivava, per così dire, a conoscere le entità divino-spirituali più antiche, che avevano lavorato su di lui. Ricordatevi che nelle relazioni «Dalla cronaca dell’Akasha» e nella «Scienza Occulta» viene descritto, come il primo germe del corpo fisico sia venuto a formarsi sull’antico Saturno. Delle entità spirituali elevate, sublimi, i Troni, hanno sacrificato la propria sostanza di volontà, perchè il primo germe del corpo fisico umano potesse formarsi. Delle entità spirituali elevate hanno collaborato a questo primo germe durante l’ulteriore evoluzione attraverso Saturno, Sole e Luna. E nelle conferenze a Monaco (sulla Genesi) ho raccontato che queste elevatissime entità spirituali rimasero unite con l’uomo attraverso le epoche di Saturno, Sole e Luna, organizzando sempre più oltre questo primo germe del corpo fisico umano, così da determinare questa attuale mirabile costruzione del corpo fisico, in cui l’uomo può dimorare oggi insieme agli altri tre suoi arti – il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io.
Quando l’uomo poteva così veramente penetrare nella propria interiorità, percepiva ciò che nella dottrina occulta ebraica antica s’indicava, come dotato di qualità, che soltanto nell’uomo possono venir rappresentate, quando egli pensa, per esempio, al massimo di saggezza, che nella propria anima possa conseguire. L’uomo alza lo sguardo, per così dire, alla saggezza come a un ideale: sente elevarsi il proprio essere, quando può in parte riempirlo di saggezza. Coloro che s’immergevano nel corpo fisico sapevano, allora, che avrebbero avvicinati esseri, i quali in tutta la loro sostanzialità erano ciò di cui l’uomo può acquistarsi soltanto una piccola, una minima parte, quando aspira alla saggezza, alla saggezza che non si consegue con la conoscenza esteriore abituale, bensì con la conoscenza raggiunta attraverso gravi esperienze dell’anima, e che non si acquista in una sola incarnazione, ma attraverso molte incarnazioni – e anche allora soltanto in parte; perchè soltanto l’esperienza di tutte le possibilità della saggezza potrebbe darci il completo possesso di essa. Delle entità che si manifestano come Entità della Saggezza, nelle quali si manifesta predominante la qualità di possente spiccante saggezza, queste erano le entità che l’uomo percepiva. E la qualità di tali entità, le quali erano Entità della Saggezza, veniva indicata nella dottrina occulta ebraica antica con la parola Chokmah, che oggi non impropriamente si indica come saggezza. Una determinata sfumatura meno raffinata delle qualità di questa saggezza, sarebbe quella meno raffinata che vi è anche nell’uomo – anche questa però viene conseguita dall’uomo, nella sua individualità, soltanto in grado minimo. Nel discendere nel corpo fisico l’uomo prova però a questo punto di nuovo delle entità, le quali posseggono spiccatamente questa qualità, che di fronte alla saggezza è una qualità meno raffinata, e che veniva indicata nella dottrina occulta ebraica antica come Binah, di guisa che esse si palesano come entità, le quali risplendono per virtù di questa qualità. Questo è ciò che si può provocare nell’uomo quando gli si ricorda il suo intelletto. L’uomo non consegue l’intelletto che in minimo grado. Ma quando si tratta del significato di Binah, dobbiamo pensare ad entità completamente pervase da ciò che l’intelletto consegue; si tratta tuttavia di una sfumatura meno raffinata di Chokmah. Perciò la dottrina segreta ebraica antica, quando parla della vera saggezza creatrice produttiva, che in sè produce i segreti del mondo, quando dunque vuol indicare Chokmah, dice: che essa si può paragonare a un zampillo di acqua – mentre Binah si può paragonare al mare. Così esprimevano la densificazione. – E la massima elevatezza a cui ci si poteva inalzare, quando si discendeva nel corpo fisico, veniva indicata come Keter. È difficile trovare un termine che ci renda il significato di questa parola. Si può soltanto indicare simbolicamente quella qualità, che, manifestandosi, fa come presentire le qualità di entità spirituali divine superiori elevatissime. Questa qualità viene perciò pure simbolicamente indicata con un simbolo, per mezzo del quale l’uomo viene inalzato al di sopra di sè stesso, e che significa più di quello che veramente esso possa significare. Per esprimere l’elevatezza di questa qualità, essa viene indicata con il termine «Corona». Traduciamo perciò in questo modo:
Binah
Chokmah
Keter
Geburah
Tipheret
Gedulah
Nezach
Iesod
Hod
Malchut
Il Regno
Io
Abbiamo così riprodotto i gradini delle qualità di quelle entità, nella regione delle quali l’uomo si eleva quando discende nella propria interiorità. È un «crescendo». E potete rappresentarvi che in un’iniziazione essena l’uomo attraversava vicende affatto nuove, aveva esperienze del tutto nuove, e arrivava a conoscere ciò che realmente viene indicato con tali qualità. Che cosa però si deve dire in special modo di un iniziato esseno, e del genere di iniziazione essena in confronto dell’iniziazione delle popolazioni circostanti? Di che cosa teneva speciale conto l’iniziazione essena?
Tutte le antiche iniziazioni si basavano sulla necessità, che venisse attutito appunto quel sentimento dell’Io, che l’uomo ha, quando contempla Malchut, il Regno. Questo sentimento dell’Io doveva venire spento. Si può perciò dire: che nell’iniziazione non si poteva essere uomini così, come lo si è fuori nel mondo fisico; si veniva veramente condotti su nel mondo spirituale, ma in questo non si poteva essere uomini come lo si era fuori nel Regno. Per le antiche iniziazioni appunto va tenuto conto della differenza fra ciò che l’iniziando sperimentava, e il modo come egli si sentiva nel suo Io.
E se si volesse esprimere in parole, ciò che nell’antica iniziazione veniva operato nelle antiche scuole occulte, e il valore che poteva avere per il pubblico, si dovrebbe dire: «nessuno deve credere di poter conservare il medesimo sentimento dell’Io, che egli ha nel Regno, in Malchut, quando vuol diventare un iniziato; nell’elevarsi, egli sperimenta con straordinaria imponenza le tre volte tre qualità nelle loro verità, ma deve spogliarsi del suo sentimento dell’Io, di ciò che sperimenta nel mondo esteriore. Ciò che viene sperimentato come Nezach, Jesod, e Hod, ecc. non può venir portato giù nel Regno, e ton può rimaner collegato con il sentimento dell’Io ordinario dell’uomo!» Questo era il modo di pensare generale. E negli antichi tempi, chiunque si fosse opposto a questa opinione, sarebbe stato considerato sciocco, folle o mentitore. Gli Esseni furono però i primi che insegnarono: «verrà un tempo, in cui tutto ciò che vi è in alto potrà essere trasportato quaggiù, di guisa che l’uomo possa sperimentarlo, pur conservando il suo sentimento dell’Io». Questo è ciò che i Greci hanno poi chiamato: βασιλεία. Furono gli Esseni i primi ad insegnare che verrebbe Uno, il quale porterebbe giù per l’Io, che vive in Malchut, nel Regno, ciò che sta lassù nei «Regni dei Cieli». E questo era pure ciò che Jesciua ben Pandira ha insegnato con possenti parole ai suoi Esseni e ad alcuni del suo ambiente. Se si volesse riassumere il suo insegnamento con poche e chiare parole, così come esso è stato proseguito e trasmesso all’epoca successiva per mezzo del suo discepolo Mattai, si potrebbe forse dire come segue.
Jesciua ben Pandira disse anzitutto, per ispirazione che gli proveniva dal seguace di Gotamo Buddha, dal Bodhisattwa, il quale diventerà un giorno il Maitreya Buddha: «Fino a ora i Regni dei Cieli non potevano venir portati giù nel Regno, in Malchut, a cui l’Io appartiene, ma quando sarà compiuto il tempo, in cui le tre volte quattordici generazioni saranno trascorse, allora dalla stirpe di Abraham, dalla stirpe di Davide, che noi vogliamo sperimentare come stirpe di Jesse (Jessei o Esseni), nascerà uno, il quale porterà le nove qualità dei Regni dei Cieli quaggiù nel Regno, in cui vi è l’Io». E per aver impartito questo insegnamento Jesciua ben Pandira è stato lapidato come bestemmiatore, perchè un insegnamento siffatto rappresentava la peggiore diffamazione dell’iniziazione per coloro, i quali non volevano lasciare affermare, e non volevano vedere, che ciò che è giusto per un dato periodo, non lo è necessariamente per un altro, perchè l’umanità continua a progredire. Poi venne il tempo in cui ciò che era stato predetto si compì, in cui veramente le tre volte quattordici generazioni erano completamente trascorse, in cui dal sangue del popolo poteva veramente sorgere quella corporeità, nella quale Zarathustra poteva incarnarsi, perchè, dopo averla elaborata con gli strumenti che erano in esso corpo, egli la potesse sacrificare al Cristo. Ormai era venuto il tempo del quale il Precursore del Cristo potè dire: ora viene il tempo in cui «I Regni dei Cieli» si avvicineranno all’Io, il quale vive nel Regno esteriore, in Malchut. Ora comprenderemo ciò che, dopo aver superato la Tentazione, il Cristo doveva assegnare anzitutto come compito a sè stesso.
Egli aveva, cioè, attraversato la tentazione, per mezzo della forza del proprio essere interiore, per mezzo di ciò, che oggi nell’uomo si chiama l’Io. Egli era arrivato a superare tutti gli attacchi e le tentazioni che si affacciano all’uomo, quando discende nel corpo astrale, nel corpo eterico e nel corpo fisico. Questo pure è esposto chiaramente. Tutti gli egoismi sono descritti e in modo tale, che la nostra attenzione viene ovunque richiamata su di essi a un sommo grado. Ma un serio ostacolo che si presenta all’uomo che aspira all’evoluzione esoterica – ed è naturale che ciò si verifichi, quando ci si immerge nella propria interiorità – è il difetto, che in lui si desta, di occuparsi sempre e di preferenza della propria personalità. Effettivamente s’incontra molto spesso in coloro, che vogliono penetrare nel mondo spirituale, questo difetto di parlare di preferenza della propria cara personalità, che essi amano sopra ogni cosa e della quale ogni ora e ogni minuto si occupano, osservandola minuziosamente. Mentre di solito gli uomini vivono risolutamente senza occuparsi tanto di sè stessi, invece, appena tendono, non dico ad aspirare a una evoluzione, ma soltanto a diventare teosofi, cominciano a occuparsi moltissimo del proprio Io; allora da tutte le parti sorgono delle illusioni, dalle quali prima la fattività della loro vita facilmente li distoglieva. Perchè avviene questo? Perchè l’uomo non sa veramente per qual verso prendersi, quando tutto ciò che sorge dalla sua interiorità si unisce al suo essere. Egli non sa che farne, è molto inesperto sul proprio conto. Prima osservava e si lasciava facilmente attirare dall’esteriore: ora egli ne è più distolto, è più rivolto verso la propria interiorità – e sorgono allora sentimenti di ogni sorta che giacevano in lui stesso. Perchè sorge tutto ciò? Egli desidererebbe ora essere proprio un Io, ben indipendente dal mondo esteriore. Ma indubbiamente egli cade dapprima spesso nell’errore di voler essere da principio trattato come un bambino, al quale viene chiaramente detto ciò che deve fare; egli tutto vorrebbe essere, tranne che un uomo che si traccia da sè la propria direzione e la propria mèta in conformità di ciò che riceve dalla vita esoterica. Egli non è ancora abituato a pensare a questo; ma ha il senso, che la dipendenza dal mondo esteriore lo disturba. E invece i maggiori disturbi sorgono, quando si vuole essere tanto indipendenti, quando si dedica troppi cura al proprio Ego. Ma quando si dà tanta importanza all’Ego, diventa molto volgare il fatto, che vi è una cosa nella quale il nostro corpo non può liberarsi dal mondo circostante, la circostanza, cioè, che l’uomo deve mangiare! Questo è molto volgare, nondimeno per molta gente rappresenta una circostanza fatale. Questo c’insegna quanto poco noi siamo, senza il mondo che ci circonda. Ed è giusto il paragone, che noi siamo dipendenti dal mondo circostante, senza di cui non possiamo vivere, e che con esso stiamo attaccati come il dito sta attaccato alla mano: se lo si taglia via, si dissecca. Una piccola osservazione superficiale basta dunque a dimostrarci, quanto noi siamo dipendenti dal mondo che ci circonda.
Se questo sentimento dell’Ego è molto spinto, può trasformarsi nel desiderio: oh, potessi io diventare indipendente dal mondo che mi attornia e divenire capace di procurarmi magicamente ciò che mi fa sentire tanto la mia dipendenza dal mondo circostante e di cui normalmente come uomo abbisogno nella vita fisica! – Questo effettivamente è un desiderio che può sorgere in coloro che cercano l’iniziazione. Può sorgere l’odio appunto della dipendenza che ci lega al mondo circostante, l’odio perchè non possiamo procurarci magicamente gli alimenti, perchè non possiamo semplicemente crearli. Questo desiderio sembra molto strano quando lo si esprime; sembrano appunto paradossi quei desideri dell’uomo che in piccolo sorgono realmente presto quando egli cerca l’iniziazione, ma che sono talmente assurdi, quando si rappresentano nelle loro conseguenze estreme. L’uomo non è affatto consapevole di averli, in piccolo. Nessun uomo li ha veramente così accentuati, perchè egli è troppo attaccato alle abitudini esteriori per potersi abbandonare all’illusione di dire, che si potrebbe procurare gli alimenti per magia, che potrebbe vivere di cosa che non sia tratta dal regno esteriore, da Malchut. Ma portati alle estreme conseguenze, indurrebbero l’uomo a poter credere: oh, fossi io arrivato a tanto da poter vivere nel mio corpo astrale e nell’Io in modo da poggiare sui miei proprii desiderii, da non aver più bisogno dell’intiero mondo circostante!
Sorge effettivamente questa tentazione, e a colui che la deve subire al massimo grado si presenta in modo, che il Tentatore dice al Cristo Gesù di trasformare le pietre in pane. Questo rappresenta il massimo grado della Tentazione. Effettivamente – nella storia della Tentazione – la discesa nella propria interiorità è descritta mirabilmente nel Vangelo di Matteo. Il secondo gradino si presenta dopo che ci si è già immersi nel proprio corpo astrale, e che ci si trova effettivamente di fronte a tutte queste emozioni e a queste passioni, che potrebbero spingerci veramente a un egoismo paradossale. Quando ci si sente di fronte a tale situazione si vorrebbe veramente – senza superarla, senza renderci invulnerabili – precipitarsi giù nel corpo eterico e in quello fisico. Questa effettivamente è una situazione che può venir descritta come un precipitare nell’abisso. E così difatti viene descritta nel Vangelo di Matteo: come un precipitare in ciò che ancora molto non si è potuto guastare, cioè, nel corpo eterico e nel corpo fisico. Ma questo non dovrebbe accadere, prima di aver domato le passioni e le emozioni. L’Entità-Cristo sa questo, e risponde al Tentatore, mentre per mezzo della propria forza vince ciò che le si contrappone: «Tu stesso non devi tentare l’Entità alla quale tu devi arrenderti». Viene poi il terzo gradino quando si discende nel corpo fisico. Quando questa discesa si presenta come Tentazione, allora ha carattere del tutto speciale; è un’esperienza che l’uomo può avere effettivamente nell’iniziazione, un’esperienza che ognuno deve avere, quando raggiunge il gradino della discesa nel corpo fisico e nel corpo eterico: l’uomo, per così dire, vede sè stesso dall’interiore. Egli vi vede allora tutto ciò che vi è nelle tre qualità superiori. Ciò è per lui come un mondo: ma dapprima è un mondo che non esiste che nella sua propria illusione, un mondo che egli non può vedere come verità interiore, se non penetra attraverso l’involucro del corpo fisico e sale alle entità spirituali stesse, che non stanno più nel corpo fisico, ma che soltanto lavorano in esso. Se non ci liberiamo dall’attaccamento all’Ego, sarà pur sempre il Tentatore del mondo fisico, Lucifero o il diavolo, che vorrà ingannarci sul conto nostro. Egli ci promette allora tutto ciò che si presenta a noi come illusione – ciò che però altro non è che la creazione della nostra propria Maya, della nostra propria illusione. Se questo spirito dell’Ego non ci abbandona, vediamo un intero mondo, ma un mondo di errori e di menzogne, ed egli ci promette questo mondo. Ma non dobbiamo credere che sia un mondo della verità. Arriviamo dapprima in questo mondo; ma restiamo nella Maya, se non ci liberiamo da esso.
Questi tre gradini della Tentazione vengono dall’Entità-Cristo vissuti davanti all’umanità come modello, come esempio. E per il fatto che questi tre gradini vengono sperimentati al di fuori degli antichi santuari dei misteri, sperimentati dalla forza di un’Entità, che vive essa stessa nei tre corpi umani, è stato dato l’impulso a che l’umanità stessa, nell’avvenire, nel corso dell’evoluzione, potesse arrivare a tanto, che l’uomo possa salire anche nel mondo spirituale con l’Io, col quale può stare in Malchut, nel Regno. A questo si doveva arrivare: ciò che separava i due mondi non doveva più esistere e l’uomo, con l’Io che vive in Malchut, doveva poter salire nei mondi spirituali. E ciò è stato ottenuto per l’umanità per mezzo della vittoria sulla Tentazione, quale viene descritta nel Vangelo di Matteo. Ormai, in un’Entità che viveva sulla Terra, avevamo l’esempio di come l’Io, dal Regno, venisse portato su nei Regni superiori, nei mondi superiori. – Quale conquista doveva risultare dunque dal fatto che l’Entità-Cristo ha, per così dire, rappresentato e vissuto in forma esteriore storica, ciò che si svolgeva di solito soltanto dietro al velo dei misteri? Doveva essere la predica del Regno. E il Vangelo di Matteo, per descrivere giustamente, parlerà dapprima della Tentazione, e dopo di questa descriverà la fase dell’ascesa dell’Io, il quale può ormai sperimentare in sè stesso il mondo spirituale – senza essere costretto a uscire fuori di sè stesso. Il mistero di questo Io, che così come vive nel Regno esteriore può ascendere nel mondo spirituale, questo mistero doveva ormai venire svelato al mondo esteriore per mezzo della Entità-Cristo, in quell’epoca caratterizzata dopo la storia della Tentazione nel Vangelo di Matteo. In quel punto cominciano i capitoli, che s’iniziano con la predica del Monte, e dànno la descrizione di quello che il Cristo dice del Regno, di Malchut.
Tanta profondità dovete cercare nel Vangelo di Matteo! Dovete effettivamente cercare le fonti e gli elementi di questo Vangelo di Matteo nella dottrina segreta, non soltanto degli Esseni, ma in genere dell’intiero mondo ebraico antico e greco. Allora acquisteremo anche per questo documento quel sentimento di profonda venerazione, di santo rispetto di cui già a Monaco ho detto: che lo si acquista appunto, quando, provvisti dei risultati delle ricerche della scienza dello Spirito, ci si avvicina a questi documenti che ci sono stati dati dai veggenti. Quando vediamo che tali cose ci vengono dette dagli antichi veggenti, sentiamo proprio risuonare le loro parole dagli antichi tempi. È proprio come un penetrare fino a noi di un conversare spirituale, che le grandi Individualità svolgono fra di loro attraverso i secoli, di guisa che gli uomini, che vogliono, possono ascoltare, e certamente soltanto quegli uomini, i quali comprendono pure la massima evangelica: «Chi ha orecchio da intendere, intenda!» Ma se molto ci è voluto perchè le orecchie fisiche potessero crescere in noi, molto ancora occorrerà per la nascita delle orecchie spirituali, che ci permetteranno di comprendere ciò che vien detto in quei grandi e possenti documenti spirituali.
A questo appunto deve servire la nostra nuova scienza dello Spirito, a farci nuovamente imparare a leggere i documenti antichi. E soltanto quando saremo provvisti di comprensione per l’Io, per la natura dell’Io nel Regno, allora soltanto potremo comprendere ciò che nel Vangelo di Matteo comincia colle parole: «Beati i poveri in ispirito perchè – per mezzo di sè stessi – per mezzo del loro proprio Io – troveranno i Regni dei Cieli».
Un antico iniziato avrebbe detto: «cercate inutilmente nel proprio Io i Regni dei Cieli». Il Cristo Gesù però dice: «Il tempo è venuto, in cui gli uomini che cercano i Regni dei Cieli troveranno lo Spirito nel proprio Io».
Lo storico Avvento del Cristo è la rivelazione nel mondo esteriore di profondi segreti dei Misteri; da questo punto di vista esamineremo più dettagliatamente l’Avvento storico del Cristo. Vedremo allora quale significato va dato alle parole, che nel Sermone del Monte cominciano con «Beati».
Da quanto risulta dalle conferenze di questo ciclo è evidente che l’essenza dell’Avvento del Cristo consiste in quanto segue. Quell’evoluzione umana, che abbiamo descritta come un’elevazione dell’anima ai Regni dello Spirito, la quale poteva venir conseguita nei tempi precristiani soltanto nei misteri, e solamente se l’Io, per quel tanto che si trova sviluppato nella coscienza normale umana, veniva in un determinato modo attutito, quella evoluzione umana, dico, doveva ricevere un impulso tale, che permettesse agli uomini, – ciò si riferisce in gran parte, certamente, all’avvenire dell’umanità – di conseguirla in modo, che essi, penetrando in questo mondo spirituale, potessero conservare appieno quella coscienza dell’Io, la quale ai nostri tempi spetta normalmente all’uomo soltanto per il piano esteriore fisico-sensibile.
Questo progresso nell’evoluzione dell’umanità, dato in questo modo dall’Avvento del Cristo, è al contempo il progresso più grande che nell’evoluzione della Terra e nell’evoluzione dell’umanità sia stato mai fatto, e che potrà mai venir fatto. Cioè, tutto ciò che in rapporto a cotale fatto ancora deve venire nell’evoluzione della Terra, è una realizzazione, uno sviluppo, del grande impulso dato con l’Avvento del Cristo. Ora chiediamo: che cosa doveva allora veramente verificarsi? Doveva, in un determinato modo, riprodursi in un singolo uomo, ciò che apparteneva ai segreti degli antichi misteri. Apparteneva ai segreti degli antichi misteri, per esempio, come ad essi oggidì, in certo qual modo, ancora appartiene, il fatto, che l’uomo, nel discendere nel proprio corpo fisico e corpo eterico, sperimenta nel corpo astrale quelle tentazioni, di cui ieri abbiamo parlato. E nei misteri greci l’uomo doveva nuovamente sperimentare tutte le difficoltà e i pericoli, che si presentano a noi, quando ci riversiamo, quando ci stendiamo nel macrocosmo. Anche questo è stato da noi più esattamente descritto. Queste vicende, che l’uomo sperimenta nell’una o nell’altra direzione dell’iniziazione, vennero sperimentate come esempio, quale unicissimo impulso di una grande superiore Individualità, dal Cristo Gesù, per dare la spinta a che gli uomini, nell’evoluzione futura, potessero attraversare a grado a grado una evoluzione siffatta derivante dall’iniziazione. Esaminiamo ora anzitutto ciò che si era compiuto nei misteri.
Per descriverlo si può dire: Veramente, nei misteri, tutto ciò che veniva compiuto dall’anima umana, veniva compiuto in modo che l’Io rimanesse attutito, posto in una specie di parziale stato di sogno; ma l’interiorità, l’elemento anima dell’uomo sperimentava alcuni fatti, che si possono descrivere nel modo seguente. L’uomo sperimentava il risveglio dell’egoismo; egli voleva diventare indipendente dal mondo esteriore. Ma – come ieri abbiamo dimostrato – poichè ogni uomo è dipendente dal mondo esteriore, e non può procurarsi gli alimenti per magìa, e poichè egli dipende da ciò che gli risulta dalla sua corporeità fisica, così egli è esposto all’illusione di credere, che quello appunto che a lui risulta soltanto dalla corporeità fisica sia il mondo e lo splendore interiore di esso. Ogni discepolo, ogni iniziando attraversava questa esperienza nei misteri – ma l’attraversava in uno stato diverso da quello in cui il Cristo Gesù l’attraversava sopra un gradino superiore. Se qualcuno descrive dunque, unicamente in conformità dei fatti, ciò che può venir sperimentato dai discepoli degli antichi misteri, e descrive poi la vita del Cristo Gesù, la descrizione dei fatti sarà nei due casi, in certo qual modo, simile. Perchè questo appunto è successo: ciò che si è svolto nelle tenebre dei misteri si è palesato sul piano storico del mondo ed è diventato un Evento storico, unicissimo.
Prendiamo ora l’esempio seguente, che del resto si è sempre verificato nell’antichità, specialmente negli ultimi secoli prima della comparsa del Cristo; supponiamo che un pittore o uno scrittore qualsiasi fosse venuto a sapere quali speciali pratiche venissero svolte por i nuovi iniziandi... e le avesse dipinte o descritte. Allora tale pittura, o descrizione, avrebbe potuto essere simile a ciò che i Vangeli ci descrivono dell’Avvento del Cristo. Possiamo così rappresentarci come, in molti antichi misteri, all’iniziando, dopo che aveva attraversato delle determinate preparazioni – perchè la sua anima potesse diventare libera – veniva legato il corpo, con le mani distese, a una specie di croce. Egli rimaneva qualche tempo in quella situazione, perchè l’elemento animico potesse inalzarsi e attraversare ciò che abbiamo descritto. Supponiamo che questo processo dunque sia stato rappresentato in pittura o per iscritto; oggi qualcuno potrebbe trovare tutto ciò, e dire: questo scrittore l’ha tratto da un’antica tradizione – oppure, un pittore ha dipinto ciò che si svolgeva nei misteri. – E potrebbe dire pure: nei Vangeli si trova di bel nuovo ritratto e comunicato ciò che già prima esisteva! – E questo si può verificare in una infinità di casi. La vastità dell’applicazione di questa affermazione l’ho dimostrata esaurientemente nel mio libro «Il Cristianesimo come fatto Mistico», descrivendo come tutti i segreti degli antichi Misteri rivivano nei Vangeli, e come i Vangeli non sieno, in ultima analisi, che ripetizioni delle antiche descrizioni dell’iniziazione nei Misteri. E perchè veniva semplicemente descritto l’antico processo dei misteri, quando si comunicava ciò che si svolgeva col Cristo Gesù? Perchè appunto tutto ciò che si svolgeva negli antichi misteri, come un processo interiore dell’anima, veniva a svolgersi come un fatto storico; perchè l’Avvento del Cristo Gesù, elevato a Entità-Io, riproduceva le funzioni simboliche o anche reali-simboliche dell’antica iniziazione.
Dobbiamo tener presente il fatto, che proprio colui che si attiene fermamente alla convinzione che l’Avvento del Cristo è storico – che si è svolto in esso come fatto storico, ciò che prima era rappresentato dai processi dei misteri per altre condizioni umane – chi si attiene a questa convinzione, potrà registrare la similarità della biografia del Cristo nei Vangeli con i processi dei misteri. Si potrebbe – per descrivere più esattamente – dire anche così: allora coloro che a ciò erano chiamati, videro l’Avvento del Cristo in Palestina, – videro il compimento della profezia essena, il battesimo di Giovanni nel Giordano, la Tentazione, poi ciò che segue, la crocifissione ecc. Allora potevano dire a sè stessi: Ora abbiamo una vita dinanzi a noi, la vita di un’Entità in un corpo umano. Se vogliamo considerare i punti più importanti ed essenziali di questa vita, quelli che contino, quali sono essi? Strano a dirsi! in essa troviamo, dei determinati punti, che si compiono nella vita esteriore storica, e sono proprio i medesimi che avvengono nei misteri a colui che cerca l’iniziazione. Basterebbe dunque prendere il canone di un mistero e questo canone servirebbe di prototipo per un processo, che possiamo descrivere qui come fatto storico.
Questo appunto è il gran segreto: ciò che prima stava sepolto nelle tenebre del Tempio e in questo si svolgeva per essere poi portato fuori nel mondo soltanto nei suoi risultati, – ora invece, per coloro che partecipavano alla visione spirituale, si svolgeva sul grande piano della storia mondiale, con l’Avvento del Cristo. Bisogna certamente rendersi conto, a questo proposito, che all’epoca in cui scrivevano gli Evangelisti non si redigevano biografie come si usa fare oggidì, che per scrivere una biografia di Goethe, di Schiller, o di Lessing si fruga in ogni angoletto, si riuniscono tutti i più piccoli biglietti, per poi raccogliere come parte più importante della biografia ciò che veramente ne sarebbe la parte meno essenziale. Mentre con questa raccolta di bigliettini non si arriva ad afferrare i punti essenziali, gli Evangelisti si contentavano di descrivere ciò che era essenziale della vita del Cristo Gesù. Ed essenziale è appunto il fatto, che la vita del Cristo, nel grande piano della storia mondiale, è la riproduzione dell’iniziazione. Possiamo dunque meravigliarci che questo fatto, presentatosi nella nostra epoca, abbia veramente stupefatto moltissimi uomini? E ciò che sorprende questi uomini ci risulterà anche maggiormente evidente, se osserviamo quanto segue.
Abbiamo miti e leggende dagli antichi tempi. Che cosa sono? Chi conosce miti e leggende e sa ciò che sono, troverà in essi, o il racconto dei processi che l’antica coscienza chiaroveggente ha veduto nel mondo spirituale, rivestiti di processi sensibili, o imparerà a conoscere altri miti e leggende, che altro non sono essenzialmente se non la riproduzione dei processi dei misteri. Il mito di Prometeo, per esempio, è in parte la riproduzione di pratiche dei misteri, e così pure molti altri miti. Troviamo difatti, per esempio, spesso ripetuta la descrizione, in cui ci appare Zeus e accanto a lui una divinità inferiore, la quale – come si poteva esprimere completamente nel senso greco – è destinata a indurre Zeus in tentazione. «Pan che tenta Zeus» – sopra un’altura Zeus, accanto a lui il Dio Pan, che lo tenta; potrete trovare questa immagine rappresentata nei modi più diversi. Perchè venivano date queste descrizioni? Perchè esse dovevano rappresentare la discesa dell’uomo nell’interiorità: quando egli incontra la propria sua natura inferiore, la natura egoistica di Pan, quando egli discende nel corpo fisico e nel corpo eterico. – L’intiero mondo è pieno di descrizioni di processi siffatti, che si svolgevano quando gl’iniziandi percorrevano la via verso il mondo spirituale, processi artisticamente riprodotti nei miti e nei simboli.
Oggidì – e questo è ciò che sorprende molte persone che non possono o non vogliono imparare a conoscere i fatti – oggidì forse molti uomini frivoli credono fare una grande scoperta, quando si trovano davanti a un quadro che rappresenta Pan sopra un monte, allato di Zeus, e che tenta Zeus. – Essi dicono allora «Da questo risulta chiaramente che la scena della Tentazione del Cristo già era stata; gli Evangelisti dunque hanno descritto soltanto ciò che hanno raccolto da un’antica descrizione figurata – e i Vangeli sono combinati da queste antiche descrizioni!» – E tali persone deducono, che se da queste i Vangeli sono stati combinati, essi non raccontano niente di speciale, ma sono soltanto tratti dai miti, per parlare di un Cristo Gesù immaginario. E vi è stato un gran movimento in Germania, in cui con molta frivolità si è discusso, se il Cristo sia mai esistito. E sempre, con grottesca mancanza di conoscenza della quistione – ma con profonda erudizione – vengono di bel nuovo enumerate le diverse saghe e i diversi miti per dimostrare, che qua e là, già esistevano le scene che si ritrovano nei Vangeli. Ai nostri tempi non serve dimostrare agli uomini il vero contenuto della quistione, sebbene lo stato di fatto caratterizzato sia ben noto a coloro che conoscono queste cose. È così però che si sviluppano dei movimenti spirituali ai nostri tempi! Si sviluppano veramente in modo grottesco!
Non avrei veramente parlato di tutto questo, se non ci si trovasse continuamente esposti a far fronte ad obbiezioni, che vengono sollevate da questa o da quella parte e che sono apparentemente ispirate da profonda erudizione, in contrasto ai principii e ai fatti enunciati dalla scienza dello Spirito.
Ciò che qui ho descritto è la verità. E le descrizioni che provengono dai Misteri devono tornare ad affacciarsi a noi nei Vangeli, poichè questi applicano il segreto dell’iniziazione a una Individualità affatto diversa, e vogliono appunto dimostrare: vedete, ciò che prima si compiva nei Misteri con l’attutimento della coscienza, qui invece si è compiuto come qualcosa di speciale, perchè un Essere-Io, senza attutimento della coscienza dell’Io, doveva attraversare questi processi, che prima venivano compiuti nei Misteri! – Non ci si deve dunque meravigliare, quando si dice, che non vi è quasi niente nei Vangeli che già prima non fosse! Ma esisteva in modo, che riguardo a tutto ciò che precede si sarebbe potuto dire: Sì, l’uomo deve salire nei Regni dei Cieli. Non era ancora disceso fino all’Io, ciò che si chiama i Regni dei Cieli. Questa è appunto la novità essenziale, cioè, che quello che poteva prima venire sperimentato in altre regioni, soltanto per mezzo dell’attutimento dell’Io, poteva invece ora essere sperimentato in Malchut, nel Regno, con completa conservazione dell’Io! – Il Cristo Gesù, perciò, dopo aver sperimentato quello che nel Vangelo di Matteo ci vien descritto come Tentazione, diventa il predicatore del Regno. Che cosa aveva Egli veramente da dire? Aveva da dire: «Ciò che prima l’uomo conseguiva attutendo il suo Io, e riempiendosi di altre entità, potrà venire ora conseguito con la conservazione di questo Io!» Questo dunque è l’essenziale, che egli dice: ciò che prima veniva conseguito in modo diverso, potrà ora venir conseguito conservando integro l’Io. Perciò non bastava che gli eventi dell’iniziazione venissero riprodotti nella vita del Cristo, ma era essenziale che anche nella «Predica del Regno» venisse detto: Tutto ciò che è stato promesso a coloro, che venivano prima nei Misteri o accoglievano gl’insegnamenti dei Misteri, spetta ora a coloro che in sè sperimentano l’entità dell’Io – e la sperimentano nel modo che il Cristo ci ha prospettato con la propria vita.
Tutto, dunque, anche ciò che riguarda l’insegnamento, deve essere ripetuto. Non dobbiamo però meravigliarci, che in confronto degli antichi insegnamenti sorga appunto questa differenza che, cioè, vien detto: «quanto prima non poteva venir conseguito con l’Io, può ora essere conseguito dentro all’Io». Supponiamo che il Cristo volesse far notare a coloro a cui desiderava rivelare, questa grande verità, che prima gli uomini, secondo; gl’insegnamenti penetrati fino a loro dai Misteri, alzavano sempre lo sguardo al Regno dei Cieli e dicevano: «da lì può scendere – senza però penetrare nel nostro Io – ciò che ci rende beati!» Sarebbe stato allora necessario, che il Cristo avesse conservato ciò che prima era state detto del divino Fonte-Padre dell’esistenza – perchè a quello ci si poteva elevare con l’Io attutito – e avesse modificato soltanto le sfumature di cui appunto è quistione. Egli avrebbe, per esempio, dovuto parlare così: «mentre prima si è detto: dovete alzare lo sguardo ai Regni, al divino Fonte-Padre dell’esistenza, e aspettare che Egli risplenda giù dai Regni dei Cieli, ora si potrà dire: non soltanto Egli risplende giù su di noi, ma ciò che lassù si vuole, deve penetrare nella più profonda natura-Io dell’uomo, ed essere, in questa, pure voluto».
Vogliamo supporre che tutte le singole frasi del Padre Nostro già prima esistessero e che occorresse questa sola modificazione: «Prima si alzava lo sguardo all’antico Spirito-Padre divino in modo che tutto ciò che è là, restasse conservato e guardasse giù nel nostro regno terrestre. Ora però» – il Cristo avrebbe dovuto dire – «questo Regno deve discendere sulla Terra stessa dove è l’Io; e la Volontà che si compie in alto deve compiersi anche sulla Terra!» Quale sarà la conseguenza di un tale fatto? La conseguenza sarà, che chi guarda profondamente e sente le sfumature sottili di cui si tratta, non si meraviglierà affatto che le frasi del Padre Nostro già esistessero negli antichi tempi. L’uomo superficiale però non osserverà queste sfumature delicate, perchè per lui non hanno importanza. Del significato del cristianesimo non s’interessa – perchè non lo capisce! E quando ritrova quelle parole negli antichi tempi, egli dirà: «Ecco appunto, gli Evangelisti scrivono del Padre Nostro. Ma questo già esisteva!», e non essendo capace di osservare le sfumature che qui hanno importanza, dirà: «Il Padre Nostro esisteva già da prima!» Ma ora osservate la grande differenza fra la comprensione vera delle scritture e l’osservazione superficiale. Ciò che importa si è, che quando si osservano le nuove sfumature si applichino all’antico. L’uomo superficiale però, il quale non osserva queste sfumature, constaterà che il Padre Nostro vi era già da prima.
Questi fatti vanno sperimentati come episodi, ma occorre qui esporli, perchè gli antroposofi devono trovarsi in condizione di far fronte oggidì all’erudizione da dilettanti, che ci viene opposta e che s’incanala e circola per centinaia di giornali e viene accolta dal pubblico come «scienza». – A proposito del Padre Nostro vorrei dire: «vi è stato effettivamente un uomo, il quale si è divertito a raccogliere da tutti i possibili documenti delle antiche epoche, da tutti i possibili passi del Talmud delle frasi, da cui risulta qualcosa di simile al «Padre Nostro»; notate bene, però, che ciò che questo erudito ha messo insieme, non si trovava così combinato in nessun scritto al di fuori dei Vangeli; erano singole frasi sparse per varii scritti. – Se si volesse volgere questo sistema nel grottesco, si potrebbe dire, che le prime frasi del «Faust» di Goethe sono state pure da lui combinate a quel modo! E questo si potrebbe anche forse dimostrare,: dicendo che vi fu nel 17° secolo uno studente riprovato negli esami che disse a suo padre: «ahi! quanto ho studiato diritto e con quanta fatica». E un altro, riprovato in medicina, avrebbe detto ugualmente: «ahi! quanto ho studiato medicina e con quanta fatica!» E da questo Goethe avrebbe combinato le prime frasi del «Faust». Questo è un paradosso. Ma come principio e come metodo è proprio il medesimo di quello che ci vien presentato nella critica dei Vangeli.
Così racimolate si trovano le seguenti frasi, (2) dalle quali, come ho detto prima dovrebbe risultare il Padre Nostro.
Il «Padre Nostro, che sei ne Cielo; oh Signore, nostro Dio, sia benedetto il tuo nome, e sia glorificata in alto la memoria tua nel Cielo e così anche qui giù sulla Terra. Lascia che il tuo Regno domini su di noi ora e in eterno. Gli uomini santi degli antichi tempi dicevano: rimetti e perdona a tutti gli uomini ciò che essi mi hanno fatto. E non indurci in Tentazioni. Ma liberaci dal male. Perchè il Regno dei Cieli è tuo e tu devi dominare nello splendore sempre ed eternamente».
Queste sono frasi, combinate nel modo appunto descritto – cioè il «Padre Nostro», è messo insieme, vi manca soltanto la sfumatura importante, che occorreva vi entrasse, se doveva venir indicato il grande significato dell’Avvento del Cristo. E questa sfumatura consiste nel fatto, che in nessuna frase sta detto, che il Regno debba discendere; sta detto: «Lascia che il tuo Regno domini su di noi ora e in eterno». Ma non sta detto: «Venga il tuo Regno». Questo è l’essenziale. Ma l’uomo superficiale non l’osserva. E sebbene queste frasi siano state raccolte non da una sola, ma da molte biblioteche, non si trova in esse affatto ciò di cui si tratta nel «Padre Nostro»: La tua Volontà sia fatta siccome in Cielo, così in Terra. Questo significa che essa penetra nell’Io. Vedete qui, se l’esaminate anche soltanto scientificamente dall’esteriore, la differenza fra una ricerca superficiale e una ricerca veramente coscienziosa; che tien conto di tutti i particolari. E questa ricerca veramente coscienziosa vi è – purchè si voglia un poco approfondire. – Vi ho letto queste frasi da un libro – le ho lette a bella posta da un libro stampato; perchè questo libro (Robertson «I miti evangelici») è stato ora tradotto anche in tedesco, come una specie di Vangelo moderno, per metterlo alla portata di tutti; colui che ha tenuto tante conferenze sulla quistione se Gesù sia o no vissuto, (3) ha dovuto però ancora leggerlo in inglese. Ma è diventato presto celebre e ormai è anche tradotto in tedesco, perchè la gente non sia costretta a leggerlo in inglese. – È stato possibile che un professore, di una scuola superiore tedesca, andasse facendo conferenze sulla quistione, se Gesù sia vissuto, e sulla base dei fatti appunto caratterizzati desse la risposta: Nessun documento ci fa ritenere che sia vero quello che dicono le tradizioni e che tale Personalità – ossia Gesù – sia vissuta. – Fra i libri eccellenti allegati in appoggio, è citato anche questo libro del Robertson. Ma perchè serva di difesa agli antroposofi sia detto: da questo libro, da questa ricerca storica dei documenti del nuovo Testamento, potrete imparare anche molte altre cose. Vorrei comunicarvi in proposito anche un particolare specialmente caratteristico.
Quel libro vuol dimostrare, che non soltanto nei passi del Talmud si possono, per così dire, indicare dei precedenti del Padre Nostro, ma che tornando indietro nei millenni alle tradizioni dei tempi primordiali, si potrebbero ritrovare sempre e ovunque dei precedenti del Padre Nostro. E nella pagina immediatamente dopo vien detto (poichè si tratta di dimostrare che il Padre Nostro è una combinazione di qualcosa che già prima esisteva, e che non occorreva vi fosse un Cristo per recitare quella preghiera alla gente) che vi è una preghiera in lingua caldea, scoperta su delle tavolette, in cui si fa appello all’antico Dio babilonese Merodach, e della quale vengono citate le seguenti frasi, che vi prego di ascoltare attentamente.
Nota: Nel Giornale della Società Artistica Reale Ott. 1891 il Sig. T. G. Pinches pubblicava, per la prima volta, la traduzione di una tavoletta scoperta in Sippara nell’anno 1882 in cui in un’invocazione a Merodach si trova il seguente passo: «Che l’abbondanza del mondo possa scendere nel tuo centro (la tua città); che la tua legge possa essere adempiuta in tutto l’avvenire... Che lo Spirito malvagio possa dimorare al di fuori di te».
E lo scienziato, al quale questo passo ha fatto tanta impressione, vi aggiunse: «Abbiamo dunque qui delle norme di preghiera, che stanno a pari del Padre Nostro e che risalgono forse a 4000 anni prima del Cristo!»
Ditemi ora se ragionevolmente si possa trovare un’analogia fra il Padre Nostro e quelle frasi! Nondimeno queste frasi valgono per quello scienziato come norme di preghiere, dalle quali il Padre Nostro è stato semplicemente copiato. E queste cose contano oggidì come vere ricerche in questo campo.
Vi è anche un’altra ragione per cui si può parlare di questo fra gli antroposofi, perchè gli antroposofi devono anche poter tranquillizzare la propria coscienza; e questa potrebbe sentirsi tormentata, quando sente ripetere: che la ricerca esteriore ha verificato questo o quel fatto! – o se legge nei giornali o nelle riviste: «è stata scoperta ora in Asia una tavoletta, e dalla lettura di questa è risultato, che il Padre Nostro esisteva già quattromila anni prima del Cristo». Quando si afferma questo, sarebbe necessario chiedere su quale base questa affermazione sia fondata? E ho voluto dimostrare appunto, quali sono le basi sulle quali si fondano oggi queste affermazioni, quando si dice, che esse sono state «verificate scientificamente». Esempi siffatti s’incontrano a ogni piè sospinto ed è bene che gli antroposofi conoscano il tarlo nascosto dietro alle obbiezioni così spesso opposte all’antroposofia. Ma andiamo avanti.
Ciò che importa si è, che il Cristo Gesù ha inaugurato un’evoluzione dell’umanità basata sull’Io, sulla completa conservazione dell’Io. Egli ha fondato «L’iniziazione dell’Io», l’ha inaugurata. Allora potremo dire che questo Io è l’essenziale, il centro del complesso dell’entità umana; che nell’Io converge, in certo modo, tutto ciò che oggidì è natura umana, e che tutto quello che è venuto nel mondo per questo Io, per mezzo dell’Avvento del Cristo, può anche aver presa su tutte le altre parti, gli altri arti della natura umana. Questo però, naturalmente, dovrà verificarsi in un modo del tutto speciale – e in conformità dell’evoluzione dell’umanità. – Ciò che possiamo evolvere risulta evi-dente da queste conferenze. La conoscenza umana del mondo fisico-sensibile circostante, non soltanto per mezzo dei sensi, bensì anche per mezzo dell’intelletto che è collegato al cervello, in verità esiste completamente soltanto dall’epoca, che di poco precede l’Avvento del Cristo. Per quello che l’uomo riconosce con l’intelletto, che è collegato al cervello, vi era prima sempre una specie di chiaroveggenza; cioè, gli uomini partecipavano alla chiaroveggenza. Che così fosse, già lo sapete dalle mie conferenze sui primi tempi dell’evoluzione atlantea. Ma quel determinato grado di chiaroveggenza, che nei primi tempi dell’evoluzione postatlantea ancora era molto diffuso, andò lentamente e gradatamente diminuendo. Ancora all’epoca dell’Avvento del Cristo vi erano molti uomini, i quali, negli stati intermedii fra sonno e veglia, potevano guardare nel mondo spirituale; in quei speciali stati intermedii essi potevano partecipare al mondo spirituale. Una siffatta partecipazione al mondo spirituale non andava soltanto unita per l’umanità in generale con il fatto, che un uomo dotato di un grado inferiore di chiaroveggenza potesse dire a sè stesso io so bene che dietro a ogni manifestazione fisico-sensibile vi è una spiritualità, perchè la vedo. No. Questa partecipazione al mondo spirituale andava unita anche con qualcosa d’altro. La natura dell’uomo delle antiche epoche era tale, che lo si poteva facilmente rendere partecipe del mondo spirituale. Oggidì è relativamente molto difficile percorrere un’evoluzione esoterica in senso giusto, in modo che l’uomo possa arrivare alla chiaroveggenza. Come un ultimo residuo, come retaggio degli antichi tempi, la chiaroveggenza si affaccia oggi come sonnambulismo ecc. Questi stati non possono però oggidì essere considerati come regolari. Negli antichi tempi però erano stati normali e potevano venire intensificati per mezzo di determinati processi esercitati sulla natura umana. Quando la natura umana veniva elevata alla vita nel mondo spirituale, questo fatto era accompagnato anche da altre conseguenze. Oggidì, in cui non ci si regola secondo ciò che è storico, succede invece, che si giudica di ciò che deve essere storico a seconda di ciò che si crede; ma per quanto oggi possa essere messo in dubbio, nondimeno – ancora ai tempi del Cristo – potevano effettuarsi, per es., delle guarigioni, facendo diventare l’uomo chiaroveggente. All’epoca attuale, in cui l’uomo è disceso più profondamente sul piano fisico, questo non è più possibile. A quei tempi però era più facile aver presa sull’anima, in modo che per mezzo di speciali processi, essa potesse essere resa chiaroveggente e vivere nel mondo spirituale; e poichè il mondo spirituale è un mondo risanatore e manda forza risanatrice fin dentro nel mondo fisico, vi era così una possibilità d’iniziare delle guarigioni. Supponiamo per esempio, che qualcuno fosse malato; s’iniziavano le pratiche, perchè egli potesse guardare nel mondo spirituale. E quando le correnti del mondo spirituale affluivano su di lui, le correnti che scorrevano nel suo essere erano correnti risanatrici. Le guarigioni, generalmente, erano pratiche di questo genere. Ciò che oggi vien descritto come «guarigione del Tempio» non è che un relativo dilettantismo. Tutto è in evoluzione e le anime, da quegli antichi tempi, sono progredite dalla chiaroveggenza alla non chiaroveggenza. Anticamente però lo stato chiaroveggente dell’uomo poteva venire così intensificato, che delle forze risanatrici scorressero dalla sfera spirituale dentro al mondo fisico, di guisa che per determinate malattie l’uomo poteva venir guarito dallo Spirito. Perciò non dobbiamo tanto meravigliarci quando i Vangeli raccontano, che ormai, per virtù dell’Avvento del Cristo, sono giunti i tempi, in cui possono elevarsi al mondo spirituale non soltanto coloro che hanno l’antica chiaroveggenza, bensì anche coloro, che per conseguenza dell’evoluzione dell’umanità, l’hanno perduta.
Si potrebbe dire: Guardiamo indietro negli antichi tempi; allora gli uomini partecipavano alla visione del mondo spirituale, la pienezza del mondo spirituale si manifestava loro nell’antica chiaroveggenza. Ora però sono diventati poveri di spirito, mendicanti di Spirito, coloro, i quali col progresso dell’evoluzione non possono più guardare nel mondo spirituale. Ma per il fatto che il Cristo ha portato nel mondo il segreto, che le forze dei Regni dei Cieli possono affluire nell’Io – anche nell’Io per il piano fisico-sensibile – per questo fatto possono sperimentare ormai lo Spirito in sè stessi e diventare beati e felici anche coloro; i quali hanno perduto l’antica chiaroveggenza e con essa la pienezza del mondo spirituale! Perciò potè venir pronunciata la grande massima: Beati d’ora in poi saranno non soltanto coloro che sono ricchi di spirito per l’antica chiaroveggenza, bensì anche coloro che sono poveri e mendicanti di Spirito; perchè nel loro Io, quando è stata loro aperta la via del Cristo, affluisce ciò che possiamo chiamare i Regni dei Cieli.
Negli antichi tempi, dunque, l’organismo fisico degli uomini permetteva che perfino nello stato normale potesse parzialmente effettuarsi l’uscita dell’anima, di guisa che l’uomo, potendo così uscire dal suo corpo fisico, diventava chiaroveggente e diventava un ricco di Spirito. Per effetto della condensazione del corpo fisico, la quale indubbiamente non è anatomicamente dimostrabile, l’uomo non ha più potuto diventare ricco nel Regno dei Cieli. Se si volesse ora descrivere questo stato, si dovrebbe dire: l’uomo è diventato un povero, un mendicante di Spirito; ma in sè stesso, per mezzo di ciò che il Cristo ha apportato, egli può sperimentare i Regni dei Cieli. Questo è ciò che si potrebbe descrivere riguardo ai processi del corpo fisico.
Se si volesse ora descrivere ciò che si svolse adeguatamente nei riguardi dell’Io-uomo, si dovrebbe dimostrare come ogni singolo arto della natura umana potrebbe venire in sè beatificato in nuova guisa. Nelle parole: «Beati i mendicanti di Spirito, perchè in sè stessi troveranno il Regno dei Cieli!» la nuova verità è espressa per il corpo fisico. Per il corpo eterico si potrebbe esprimere nel seguente modo: nel corpo eterico vi è il principio del dolore. Un essere vivente, pure avendo un corpo astrale, può soffrire soltanto per guasti al suo corpo eterico. La sede del dolore va cercata nel corpo eterico. Questo voi potrete dedurre dalle varie conferenze. Se si volesse esprimere nei riguardi della nuova verità ciò che in fatto di elemento curativo scaturiva anticamente dal mondo spirituale, ciò che concerne il corpo eterico, si potrebbe dire: non è più possibile di consolare coloro che soffrono nel corpo eterico facendoli semplicemente uscire fuori di loro stessi ed entrare in rapporto col mondo spirituale; se invece essi entrano ora in un nuovo rapporto con il mondo, è proprio dentro sè stessi che possono trovare consolazione, perchè una forza nuova è stata portata dal Cristo nel corpo eterico. La nuova verità dunque per il corpo eterico dovrebbe essere espressa così: i sofferenti non possono ormai più diventare beati con il solo penetrare nel mondo spirituale e col lasciare convergere su di loro, in stato di chiaroveggenza, le correnti del mondo spirituale; sibbene, col dirigere la loro vita verso il Cristo, essi si riempiono della nuova verità, e sperimentano in sè stessi la consolazione per ogni dolore!
Che cosa doveva dirsi nei riguardi del corpo astrale? – Quando l’uomo anticamente voleva reprimere le emozioni, le passioni e gli egoismi del suo corpo astrale, alzava lo sguardo alle regioni superiori e invocava forza dai Regni dei Cieli; allora veniva sottoposto a delle pratiche, che reprimevano gl’istinti nocivi del suo corpo astrale. Ora però era venuto il tempo, in cui l’uomo, per opera del Cristo, doveva ricevere nel suo Io stesso la forza di frenare e di domare le passioni e le emozioni del suo corpo astrale. La nuova verità, nei riguardi del corpo astrale, doveva perciò essere espressa nel seguente modo: «Beati coloro che sono mansueti per mezzo di sè stessi, per mezzo della forza dell’Io; perchè saranno coloro che erediteranno il Regno della Terra!» – È profondo il significato di questo terzo versetto delle Beatitudini. Verificatelo con le cognizioni acquistate per mezzo della scienza dello Spirito. – Il corpo astrale dell’uomo è stato inserito nell’entità umana durante l’antica esistenza lunare. Le entità che hanno acquistato influenza sugli uomini, cioè le entità luciferiche, si sono anche insediate particolarmente nel corpo astrale. Per causa di ciò l’uomo non può raggiungere fin dall’inizio la mèta terrestre sua più elevata. Le entità luciferiche – come sappiamo – sono rimaste indietro al grado lunare, e impedirono all’uomo di evolversi e di progredire in modo giusto sulla Terra, Ormai, però, che il Cristo era disceso sulla Terra, che l’Io poteva essere impregnato dalla forza-Cristo, l’uomo poteva veramente condurre a effetto il Principio della Terra, in quanto trovava in sè stesso la forza di frenare il corpo astrale e di scacciarne le influenze luciferiche. Perciò si potè dire ora: Colui che frena il suo corpo astrale, che diventa forte, di guisa che non può andare in collera, senza che il suo Io sia presente, che è «equanime» e forte nella propria interiorità per frenare il corpo astrale, conseguirà certamente il Principio dell’evoluzione terrestre! Il terzo versetto delle Beatitudini è così formulato in modo, che può venire compreso per mezzo della scienza dello Spirito.
Come arriverà l’uomo ad elevare e a rendere beati gli altri arti del suo essere per mezzo dell’essenza-Cristo che dimora in lui? Vi arriverà, quando l’elemento anima verrà seriamente e degnamente pervaso dalla forza dell’Io, quanto lo è l’elemento fisico. Per l’anima senziente potremo dire: L’uomo, se vuole gradatamente sperimentare in sè il Cristo, deve arrivare a sentire nella sua anima senziente uno stimolo, come quello sentito incoscientemente dal suo corpo, e a cui si dà di solito il nome di fame e sete. Egli deve essere assetato di anima, come il suo corpo è affamato e assetato di cibo e di bevanda. Ciò a cui l’uomo, per virtù della forza-Cristo che dimora in lui, può giungere in questo modo, veniva indicato nel vecchio stile nel suo più ampio significato, come sete di giustizia; e quando l’uomo si riempie l’anima senziente della forza-Cristo, egli può arrivare a trovare in sè stesso la possibilità di soddisfare alla sua sete di giustizia.
È particolarmente mirabile il quinto versetto delle Beatitudini; ed è naturale che lo sia, poichè esso deve offrirci qualcosa di affatto speciale; deve riferirsi all’anima razionale o affettiva umana. Orbene, chi ha studiato, sa ciò che sta detto nel mio libro «Scienza Occulta» o nell’altro «Teosofia»; e ciò che del resto da anni è stato ripetuto nelle varie conferenze, ossia, che i tre arti dell’anima umana: anima senziente, anima razionale o affettiva e anima cosciente vengono tenuti insieme dall’Io. Ognuno sa che nell’anima senziente l’Io esiste in uno stato ottuso, ma che esso scaturisce fuori nell’anima razionale o affettiva e che soltanto per virtù di questo fatto l’uomo diventa completamente uomo. Mentre per gli arti inferiori – perfino per l’anima senziente – l’uomo è dominato da forze spirituali divine, egli diventa un essere individuale nell’anima razionale; in questa risplende l’Io. Nei riguardi dell’anima razionale o affettiva, quando essa ha acquistato la forza-Cristo, conviene dunque parlare in certo modo diversamente da come si parla degli arti inferiori. Negli arti inferiori l’uomo si mette in rapporto con determinate entità divine, le quali agiscono negli arti inferiori, nel corpo fisico, nel corpo eterico, nel corpo astrale e anche nell’anima senziente; e ciò che l’uomo sviluppa in essi in fatto di qualità ecc. viene a sua volta ricondotta sù a queste entità divine. Ciò che l’uomo sviluppa però nell’anima razionale o affettiva, quando essa evolve la qualità del Cristo, dovrà essere sopratutto una qualità umana. Quando l’uomo comincia da sè a scoprire l’anima razionale, egli diventa per mezzo di questa sempre meno dipendente dalle forze divino-spirituali dell’ambiente circostante. Questa è dunque qualcosa che si riferisce all’uomo stesso. L’uomo perciò, quando accoglie la forza-Cristo, può evolvere nell’anima razionale quelle qualità, che passano da pari a pari, che non vengono implorate come ricompensa dal Cielo, ma che ormai ritornano sempre a una medesima entità, che è l’uomo. Dobbiamo dunque intuire, per così dire, che ciò che affluisce dalle qualità dell’anima razionale è tale, che qualcosa di simile rifluisce a sua volta verso di noi. Il quinto versetto delle Beatitudini ci indica mirabilmente appunto questa qualità. Esso è differente da tutti gli altri – e sebbene le traduzioni non siano specialmente buone, non potevano però nascondere questo fatto. Quel versetto dice: «Beati i misericordiosi perchè questi troveranno misericordia». Ciò che affluisce, rifluisce di ritorno – e difatti così deve essere, se è compreso nel senso della scienza dello Spirito.
Il versetto successivo invece si riferisce all’anima cosciente, a qualcosa nell’uomo in cui l’Io già è completamente espresso e in cui l’uomo torna a salire in modo nuovo. Sappiamo, che proprio all’epoca in cui il Cristo è comparso, l’anima razionale o affettiva era appunto arrivata a manifestarsi. Ora stiamo nell’epoca in cui l’anima cosciente deve manifestarsi, e in cui l’uomo risale di nuovo nel mondo spirituale. Mentre l’uomo diventa anzitutto cosciente di sè stesso e il suo Sè risplende cosciente nell’Anima razionale o affettiva, egli sviluppa nell’anima cosciente appieno il suo Io, il quale risale ormai di nuovo nel mondo spirituale. L’uomo che accoglie in sè la Forza-Cristo, se riversa il suo Io nell’anima cosciente e in quella soltanto veramente sperimenta, arriverà per questa via al suo Dio. Quando egli sperimenta il Cristo nel suo Io e lo porta su seco nell’anima cosciente, arriverà così al suo Dio. – Orbene, è stato detto che l’espressione dell’Io nel corpo fisico è il sangue, che ha il proprio centro nel cuore. Conformemente a ciò il sesto versetto doveva esprimere, che l’Io, per mezzo della qualità che conferisce al sangue e al cuore, può diventare partecipe della Divinità. Come dice il versetto? «Beati coloro che hanno il cuore puro; perchè questi vedranno Dio!» Questa non è veramente una traduzione specialmente buona, ma serve al nostro scopo. – La scienza dello Spirito risplende dunque nell’intiero insieme di queste mirabili sentenze, che il Cristo Gesù comunica ai suoi discepoli più intimi, dopo che Egli ha resistito alla Tentazione.
Le frasi che seguono si riferiscono allo sviluppo dell’uomo negli arti superiori della sua entità allo sviluppo della Personalità Spirituale, dello Spirito Vitale e dell’Uomo-Spirito. Esse accennano perciò soltanto a quello che l’uomo sperimenterà nell’avvenire, e che ora alcuni eletti soltanto possono sperimentare. Il versetto successivo si riferisce perciò alla Personalità spirituale: «Beati coloro i quali si attirano la Personalità spirituale come primo arto spirituale; perchè saranno chiamati figli di Dio». Il primo arto della Trinità superiore è già penetrato in loro. Essi hanno accolto il Dio, sono diventati espressioni esteriori della Divinità. – Ora però è specialmente espresso, che soltanto gli eletti potranno arrivare a questo, coloro i quali comprendono appieno ciò che l’avvenire deve apportare alla totalità. Ciò che gli uomini dell’avvenire possono chiamare «il completo accoglimento del Cristo nella loro interiorità» esiste per i singoli eletti. Ma poichè si tratta di singoli eletti, gli altri non li possono comprendere, e ne risulta che come eletti, essi sono anche perseguitati. Perciò nei riguardi di coloro che si perseguitano attualmente come singoli rappresentanti di un avvenire, vien detto il versetto: «Beati quei che soffrono persecuzioni per amore della giustizia, perchè in sè trovano i Regni dei Cieli». – E l’ultimo versetto viene diretto particolarmente soltanto ai discepoli più intimi: è ciò che si riferisce al nono arto dell’uomo, all’Uomo-Spirito: «Beati siete voi quando gli uomini vi malediranno e vi perseguiteranno per causa mia».
Così in questi mirabili versetti, che si riferiscono ai nove arti della natura umana, vien mostrato come l’Io, quando diventa un Io-Cristo, si plasmi nei diversi arti della natura umana e li beatifichi. Grandiosamente e maestosamente i versetti, dopo la scena della Tentazione nel Vangelo di Matteo, esprimono l’azione della Forza-Cristo sui nove arti dell’uomo anzitutto nell’epoca attuale, e poi nel prossimo avvenire, in cui verranno chiamati ancora Figli di Dio coloro, – ve ne sono soltanto dei singoli esemplari privilegiati – nei quali la Personalità Spirituale risplende già oggi, anticipatamente. E questo è per l’appunto l’ammirevole: l’espressione precisa usata per i primi arti, che già esistono, e lo sfumarsi verso l’indeterminato degli ultimi versetti, che valgano per il lontano avvenire.
Chi volesse ricercare negli antichi scritti dei versetti somiglianti e da quelli deducesse, che gli Evangelisti hanno forse combinato e messo insieme questi versetti, agirebbe di nuovo in modo molto superficiale; tanto più se queste ricerche venissero fatte senza sapere veramente di che si tratta; perchè questo è appunto ciò che occorre dire: che essi vanno applicati alla natura-Io pervasa dal Cristo! Allora chi non si accorge della meravigliosa intensificazione della parte essenziale di quei versetti, ed è questo appunto che importa, potrebbe dire come segue: basta sfogliare il libro già citato e, alcune pagine più innanzi, si trova, in un capitolo intitolato «Le Beatitudini», un accenno a un «Enoch», il quale non è quello generalmente conosciuto, e in quel capitolo vengono anche citate nove «Beatitudini». L’autore si vanta specialmente del fatto, che questo documento data dall’inizio dell’èra cristiana, ed egli ritiene, che il documento così importante da noi appunto descritto, possa essere stato copiato dalle seguenti nove Beatitudini dell’«Enoch slavo».
1. – Beato è colui che ha timore del Nome del Signore e continuamente serve al suo cospetto ecc.
2. – Beato è colui il quale giudica imparzialmente, non per desiderio di ricompensa, ma per amore della giustizia e non aspettandosi niente; a lui spetterà in avvenire di essere rettamente giudicato.
3. – Beato è colui il quale riveste l’indigente e dà il suo pane agli affamati.
4. – Beato è colui che giudica imparzialmente per l’orfano e la vedova e che assiste coloro a cui vien fatto torto.
5. – Beato è colui il quale si allontana dall’instabile sentiero di questo vano mondo e segue la retta via che conduce alla vita eterna.
6. – Beato è colui che semina giustizia; egli raccoglierà sette volte la messe.
7. – Beato è colui in cui vi è verità, perchè dice al suo vicino la verità.
8. – Beato è colui il quale ha amore sulle labbra e dolcezza nel cuore.
9. – Beato è colui il quale comprende ogni parola del Signore e glorifica il Signore Iddio ecc.
Queste sentenze sono belle, certamente. Ma se le considerate nel loro insieme e nei riguardi di ciò che trattano, – cioè, l’enumerazione di alcune massime fondamentali che si possono dire per ogni epoca, ma non proprio per un’epoca di repentino rivolgimento caratterizzato dall’introduzione della Forza-Io, – allora, se nondimeno le volete paragonare alle «Beatitudini» del Vangelo di Matteo, vi troverete nel punto di vista esteriore di coloro, i quali vogliono paragonare le religioni dell’umanità in modo esteriore. Quando essi trovano qualcosa che somiglia, affermano subito che è identico – e non tengono conto di ciò che veramente importa. Ma quando si sa di che si tratta, si può osservare che nell’evoluzione dell’umanità vi è un progresso, perchè l’umanità si eleva di gradino in gradino, e l’uomo non rinasce un millennio più tardi in un corpo fisico per sperimentare le medesime vicende, che egli già ha sperimentate, sibbene per sperimentare quel progresso che l’umanità ha conseguito nel frattempo. Questo è il significato della Storia. E questo è il significato dell’evoluzione dell’umanità. Di questo significato della Storia e dell’evoluzione dell’umanità il Vangelo di Matteo parla in tutte le sue pagine!
Nelle ultime conferenze è stato dimostrato, che il Cristo Gesù doveva significare per l’evoluzione dell’umanità il graduale equipaggiamento delle forze dell’Io umano, per cui queste potessero venir dotate di quelle capacità, che l’uomo poteva acquistare negli antichi Misteri soltanto per mezzo di una specie di attutimento del suo Io. E se vogliamo di nuovo ricordare quello che sul proposito è stato esposto, possiamo dire: in tutte le antiche iniziazioni vi era la possibilità di elevarsi al mondo spirituale, in ciò che abbiamo caratterizzato come i Regni dei Cieli. Ma per causa delle singolarità, delle peculiarità dell’evoluzione antica precristiana dell’umanità non era possibile di salire nei Regni dei Cieli in modo che l’Io, l’effettiva entità-Io umana, potesse rimanere nella medesima condizione, in cui essa si trova di fronte al piano fisico-sensibile. Distinguiamo dunque queste due disposizioni dell’anima umana. Una è quella disposizione, che l’uomo normale attuale conosce dal momento che si desta fino a quello che si addormenta, e in cui con il suo Io percepisce gli oggetti del piano fisico-sensibile; vi è poi l’altra, la seconda disposizione dell’anima, in cui questo Io è attutito, in cui non esiste la chiara coscienza di un siffatto Io; ed è appunto mentre egli si trovava in questa ultima disposizione dell’anima, che l’uomo veniva elevato negli antichi misteri ai Regni dei Cieli. I Regni dei Cieli, tanto nel senso della predica del Precursore, di Giovanni il Battista, quanto nel senso della predica del Cristo Gesù stesso, dovevano venir portati giù, perchè l’umanità potesse ricevere l’impulso verso una ulteriore evoluzione, per mezzo della quale, pur conservando la forza-Io abituale, gli uomini potessero sperimentare le vicende dei mondi superiori. Perciò era naturale che, per così dire, da tutti i relatori delle vicende del Cristo venissero esposte tutte le pratiche, tutti i diversi procedimenti che si verificavano negli antichi misteri per gli iniziandi, ma che al contempo venisse accennato: in tutto ciò vi è una nuova sfumatura, questa cioè, che non si tratta ormai più della seconda delle due disposizioni dell’anima già caratterizzate, sibbene di quella in cui l’Io si conserva integro. Abbiamo anche caratterizzato ieri, da questo punto di vista, le nove Beatitudini quale principio del cosidetto Sermone del Monte. Potremo ancora approfondire il contenuto attuale del Vangelo di Matteo, così come esso, sebbene poco chiaramente, è stato tradotto dall’aramaico in greco. Ma perfino nella versione poco chiara del testo greco del Vangelo di Matteo, – anche nella continuazione della Predica del Monte –, trasparisce ovunque chiaramente l’indicazione di ciò che l’uomo poteva sperimentare anticamente, mercè l’attutimento dell’Io. Di guisa che come l’uomo prima poteva dire: «quando io attutisco il mio Io e mento dell’Io. Di guisa che come l’uomo prima prenderò questo o quello di fondamentale», egli potrà invece nell’avvenire comprendere, pur rimanendo presente il suo Io. Certamente, queste cose si comprendono realmente soltanto quando si approfondisce maggiormente ciò che già ho indicato, cioè, il modo come venivano adoperati gli antichi nomi, le antiche denominazioni. Le antiche denominazioni appunto non venivano scelte così come oggidì si usa sceglierle; bensì venivano scelte sempre con piena conoscenza dell’essenzialità della cosa a cui si dava il nome. E dalle denominazioni del Sermone del Monte trasparisce appunto chiaramente che il Cristo Gesù si sentiva come il portatore della coscienza-Io a un grado più alto di quello antico, si sentiva portatore della coscienza-Io che in sè medesima può sperimentare i Regni dei Cieli. Perciò egli espone la differenza ai suoi discepoli: «Negli antichi tempi vi veniva detto: Dai Regni dei Cieli tali o tali altri fatti vi vengono rivelati. Da ora innanzi però, purchè lasciate parlare il vostro Io, potrete sperimentarli in ciò che il vostro Io vi dice!» Questa è la ragione della continua ripetizione «Io ve lo dico!» Perchè Gesù Cristo si sentiva il rappresentante di quell’anima umana, che si esplica nell’espressione: «Io lo dico!» «Io sono qui con la mia completa coscienza dell’Io!» Non vanno considerate leggermente le parole che si trovano ripetute nella continuazione del Sermone del Monte; cioè: «Ma io vi dico!» Esse sono la ripetizione dell’accenno a quel nuovo impulso, che il Cristo Gesù ha posto nell’evoluzione dell’umanità. Se leggete in questo modo la continuazione del Sermone del Monte, sentirete che egli intendeva dire: «Fino ad ora non potevate ricorrere al vostro Io; ora però, per mezzo di ciò che vi ho dato, potete gradatamente penetrare nei Regni dei Cieli per mezzo della forza dell’interiorità, per mezzo della forza propria dell’Io! L’intiero spirito della predica del Monte è compenetrato dal nuovo impulso di egoità dell’uomo. E così pure il seguito, in cui si passa alle cosidette guarigioni.
Queste guarigioni, come è noto, rappresentano un soggetto di grandi discussioni. E ciò che viene sopratutto discusso – come tutti sapete – è la quistione dei miracoli. Vien detto appunto, per lo più, che si tratta del racconto di miracoli. Ma esaminiamo più da vicino la quistione dei miracoli. Ieri già vi ho fatto osservare, che di fatto l’uomo attualmente non apprezza le modificazioni, le metamorfosi verificatesi nell’entità umana nel corso dell’evoluzione, al loro giusto valore. Se non grossolanamente, ma in senso più raffinato, paragonate un corpo fisico dell’epoca in cui il Cristo Gesù è vissuto, o anche di un’epoca anteriore, a un corpo fisico attuale, vi si paleserà (ciò potrebbe palesarsi indubbiamente soltanto alla ricerca occulta) una differenza notevole – una differenza, che non si può stabilire con mezzi anatomici, bensì per mezzo della ricerca occulta. E trovereste che il corpo fisico è diventato più denso, si è maggiormente condensato; esso era più molle all’epoca del Cristo-Gesù. Alla vista, sopratutto, il corpo si presentava in modo, che quello che oggidì non si vede più nell’uomo, la presenza cioè nel corpo di alcune determinate azioni delle forze che modellano ogni corpo, si palesava a quell’epoca molto più accentuatamente (ciò era visibile certo soltanto per uno sguardo molto penetrante), di guisa che i muscoli anticamente emergevano chiaramente, e con maggior risalto. Questa particolarità è andata lentamente e gradatamente perduta. – È puerile la storia dell’arte quando critica gli antichi disegni, in cui, per esempio, le linee dei muscoli risaltano con speciale rilievo, e attribuisce questo fatto all’esagerazione e all’incapacità del disegnatore antico; essa non sa che ciò è basato sopra un’osservazione effettiva, che era giusta per gli antichi tempi, ma sarebbe errata per quelli attuali. Di questo fatto però non vogliamo occuparci, ci limiteremo ora a dar maggior rilievo a ciò che si riconnetteva con questi corpi umani formati così diversamente.
La forza dell’anima, la forza dello Spirito esercitava a quei tempi sul corpo fisico un’influenza molto maggiore, per così dire più rilevante, di quel che non abbia esercitato più tardi, quando il corpo era diventato più denso e l’anima aveva perciò perduto parte del suo potere sul corpo. A quegli antichi tempi vi era dunque maggiore possibilità di guarire per influenza dell’anima. L’anima aveva molto più potere, di guisa che quando l’ordine del corpo veniva disturbato, essa poteva compenetrare questo corpo con le forze attive risanatrici, tratte dal mondo spirituale, per ricondurlo per forza propria all’armonia, all’ordine. Questo potere dell’anima sul corpo è andato gradatamente diminuendo. Ciò dipende dal progressivo corso dell’evoluzione. Le guarigioni negli antichi tempi erano perciò effettuate per la maggior parte per mezzo di processi risanatori spirituali. E coloro che passavano per medici, non erano medici fisici nel senso attuale, ma erano per la maggior parte risanatori, in quanto essi agivano sul corpo, esercitando la loro azione per il tramite dell’anima. Essi purificavano l’anima e la compenetravano di sentimenti, impulsi e forze sane di volontà, per mezzo delle influenze divino-spirituali che essi potevano esplicare, sia nello stato abituale della percezione fisica, sia nel cosidetto sonno del Tempio, o altro simile, che a quell’epoca pure altro non era che un modo di trasferire l’uomo in uno stato di chiaroveggenza. Quando si considerano dunque le condizioni di cultura di quell’epoca si può assolutamente dire: che coloro che erano forti nell’anima e potevano fare appello a ciò che essi stessi avevano accolto, potevano allora esercitare una forte azione sull’anima e con questa, a quell’epoca, anche sui corpi. Questa è la ragione per cui quegli uomini, i quali allora erano in qualche modo compenetrati di spirito, e di cui si sapeva che emanavano forze risanatrici nell’ambiente circostante, venivano pure chiamati «risanatori». E in ultima analisi dovrebbero essere chiamati risanatori non soltanto i «Terapeuti», ma anche gli «Esseni». Anzi dobbiamo dir di più: in uno speciale idioma dell’Asia anteriore, di cui si servivano specialmente coloro dai quali il Cristianesimo si è sviluppato, la traduzione di quel che noi chiameremmo «risanatore spirituale» è la parola Gesù. «Gesù» significa in ultima analisi «medico spirituale». Questa è una traduzione discretamente giusta, sopratutto se ci si basa sul valore della parola come sentimento. E questo potrà al contempo illuminarci anche su tutto ciò che veniva sentito in tali nomi in un’epoca, in cui il contenuto di un nome veniva ancora sentito. Cerchiamo di penetrare completamente nelle condizioni di civiltà di quell’epoca.
Un uomo che avesse parlato nel senso di quell’epoca avrebbe detto: Vi sono uomini che possono penetrare nei misteri, i quali con un determinato sacrificio della coscienza del loro Io possono mettersi in rapporto, nei misteri, con determinate forze animiche spirituali, le quali poi irradiano sull’ambiente; e per mezzo di queste essi diventano risanatori per quell’ambiente. – Supponiamo che un uomo siffatto fosse diventato discepolo del Cristo Gesù; egli avrebbe detto allora: «Abbiamo sperimentato un fatto straordinario. Prima potevano diventare risanatori spirituali soltanto gli uomini, i quali per mezzo dell’attutimento della coscienza dell’Io avevano accolto le forze spirituali nei misteri; ora però abbiamo sperimentato un uomo che lo è diventato senza le pratiche dei misteri, e con completa conservazione del suo Io!» Ma ciò che è sorprendente non è già il fatto, che delle guarigioni venissero effettuate. Non si sarebbe trovato affatto strano che nei capitoli del Vangelo di Matteo si parlasse di un risanatore spirituale. Si sarebbe detto: «Che vi è di strano nel fatto che quelle persone possano guarire? Ciò è naturale!» E le guarigioni citate non sarebbero affatto sembrate a quell’epoca un miracolo speciale. Ciò che è importante invece si è, che lo scrittore del Vangelo di Matteo racconti: «Questo è un uomo che ha portato una forza essenziale nuova nell’umanità, e che per impulso del proprio Io, con il quale non si potevano prima operare guarigioni, egli invece ha effettuato delle guarigioni, attirando per queste quella forza, per mezzo della quale prima non si potevano operare guarigioni». – Nei Vangeli viene dunque raccontato qualcosa di affatto diverso da quello che ordinariamente è stato inteso (specialmente da ciò che più tardi è stato inteso). Innumerevoli; prove – anche storiche – possono venir addotte per dimostrare che è esatto ciò che la scienza dello Spirito afferma da fonti occulte. Vogliamo citare una sola prova.
Se ciò che ora è stato detto è vero, anticamente devono veramente aver creduto, che, date delle determinate premesse, i ciechi potessero venir guariti per influenza spirituale. Orbene, giustamente si è accennato ad antiche immagini che rappresentano qualcosa di simile. Anche l’autore John Robertson, citato nella precedente conferenza, dice, che vi è a Roma un quadro che rappresenta Esculapio dinanzi a due ciechi, e Robertson ne deduce naturalmente che ciò rappresenta una guarigione, e che questa sia stata poi adottata dagli scrittori dei Vangeli che l’hanno introdotta nelle descrizioni dei medesimi. Ma l’essenziale qui non è già il fatto, che quelle guarigioni spirituali siano miracolose; bensì è essenziale il fatto, che il pittore del quadro abbia voluto così dimostrare che «Esculapio» è uno di quegli iniziati, i quali hanno acquistato le forze risanatrici spirituali nei misteri, per mezzo dell’attutimento della coscienza dell’Io. Ma lo scrittore del Vangelo di Matteo invece ha voluto dire: Non è così che le guarigioni venivano conseguite dal Cristo; doveva invece venir acquistato gradatamente dall’intiera umanità ciò che come unicissimo impulso viveva nel Cristo, e l’Io, per forza propria, doveva a poco a poco acquistare quest’impulso. Gli uomini oggidì ancora non possono acquistarlo, perchè dovrà penetrare nell’umanità soltanto nell’avvenire. Ma ciò che si è effettuato con il Cristo all’inizio dell’èra nostra penetrerà, e gli uomini diventeranno capaci a poco a poco di manifestarlo. Ciò succederà gradatamente. È questo appunto che lo scrittore del Vangelo di Matteo ha voluto descrivere con le sue guarigioni miracolose. Per virtù di conoscenza occulta mi è dunque permesso di dire: lo scrittore del Vangelo di Matteo non voleva veramente descrivere nessun «miracolo», ma qualcosa di affatto naturale, di evidente; egli voleva soltanto descrivere che le guarigioni venivano effettuate in modo nuovo. Così risultano i fatti, quando si espongono con vera coscienza scientifica. Un profondo malinteso è invalso perciò proprio riguardo ai Vangeli.
Come dovrebbe ormai svolgersi coerentemente il racconto?
Abbiamo visto, che ciò che si è compiuto nella vita del Cristo Gesù per mezzo della cosidetta Tentazione fu la discesa in tutti quei processi, che l’uomo sperimenta quando discende nel corpo fisico e nel corpo eterico; abbiamo visto, che la forza che emana dal corpo fisico e dal corpo eterico divenne capace di operare nel modo come essa si manifestò nel Sermone del Monte e come si manifestò pure nelle guarigioni dopo il Sermone. Inoltre, la forza di questo Cristo Gesù agiva anche come di solito agisce la forza di un iniziato nei misteri; agì in modo tale, da attirare i discepoli. E il Cristo doveva a sua volta attirare naturalmente i discepoli in modo tutto suo particolare.
Se si vuole dunque comprendere da questo punto di vista il Vangelo di Matteo, quando parla in seguito di ciò che viene dopo il Sermone del Monte e dopo le guarigioni, è necessario servirci delle cognizioni dei fatti occulti che ci siamo andate acquistando nel corso dell’anno. Occorre che l’uomo, quando deve veramente essere condotto attraverso l’iniziazione sulla via dei mondi superiori, arrivi a una specie di visione immaginativa, a una visione che vive d’immaginazioni. Coloro che attorniavano il Cristo dovevano ormai acquistare, non soltanto la capacità di ascoltare ciò che veniva dato in una comunicazione, in una manifestazione così maestosa quale il Sermone del Monte; non soltanto essi dovevano prender parte a ciò che veniva effettuato in fatto di guarigioni per mezzo del Cristo Gesù stesso, ma la forza potente che operava nel Cristo Gesù doveva gradatamente trasferirsi negli amici e nei discepoli più vicini. Anche questo viene descritto. Dapprima viene esposto, come dopo la Tentazione, il Cristo Gesù sia in condizione di esporre gli antichi insegnamenti con una nuova sfumatura, e di effettuare le antiche guarigioni per mezzo di un nuovo impulso. Dopo però viene dimostrato, come Egli agisca in modo nuovo sui suoi discepoli – come quella forza al massimo grado in lui incorporata operi sui suoi discepoli. – Come viene dimostrato questo? Viene dimostrato in modo, che per l’uomo non ricettivo ciò che il Cristo espone debba apparire tale da poter essere espresso anche con parole; però su coloro che sono ricettivi, che Egli stesso si è scelti e ha attirati, agisce in modo diverso. Agiva su di essi in modo che dava loro delle immaginazioni, provocava il gradino immediatamente superiore di conoscenza. Ciò che emanava dal Cristo poteva dunque agire in due modi diversi: su coloro che stavano al di fuori agiva in modo che essi udivano le sue parole e con quelle accoglievano una specie di teoria; sugli altri, i quali avevano sperimentato la sua forza, e che Egli si era scelti, perchè specialmente per virtù del loro Karma, poteva trasmettere loro la sua forza, agiva in modo, dico, che sprigionava nella loro anima delle immaginazioni, delle cognizioni, le quali si riferivano in un determinato modo a un gradino più elevato nei mondi superiori. Questo è detto nelle parole: gli esteriori odono soltanto parabole, cioè, espressioni figurate per ciò che succede nel mondo spirituale, «voi però intendete ciò che le parabole significano – a voi è concesso intendere il linguaggio che vi conduce nei mondi superiori». Questo non va interpretato superficialmente, ma va compreso come un’ascesa dei discepoli nei mondi superiori.
Ora vogliamo esaminare bene come i discepoli potessero venir condotti nei mondi superiori. Indubbiamente, per comprendere ciò che ora sto dicendo, occorre non soltanto ascoltare, ma occorre anche della buona volontà impregnata di ciò che le cognizioni spirituali scientifiche da voi acquistate possono avervi apportato. Vorrei condurvi con chiarezza a quello che il Vangelo di Matteo veramente intende comunicare nelle descrizioni che seguono. – Ricordiamoci di nuovo che l’iniziazione ha due aspetti; uno è quello in cui l’uomo discende nel corpo fisico e nel corpo eterico, in cui impara dunque a conoscere la sua propria interiorità, in cui vien condotto nelle forze che nell’uomo stesso sono creatrici; l’altro aspetto dell’iniziazione è quello in cui l’uomo vien condotto fuori nel mondo spirituale, in cui egli si riversa nel Macrocosmo. Orbene, sapete che questo è un processo che nei riguardi della realtà – non nei riguardi della coscienza – si compie ogni volta che l’uomo si addormenta. L’uomo estrae il suo corpo astrale e l’Io dal suo corpo eterico e da quello fisico e li riversa nel mondo stellare, di guisa che egli assorbe allora delle forze dall’intiero mondo stellare – donde il nome di «corpo astrale». Ciò che l’uomo può acquistare per mezzo di quel genere di iniziazione, quando col corpo astrale e l’Io egli è fuori del corpo fisico e del corpo eterico, non è soltanto una visione generale cosciente di ciò che vi è sulla nostra Terra, bensì è un fluire nel Cosmo, una conoscenza del mondo stellare e un accoglimento di forze che a noi affluiscono dal mondo stellare. Questo che rappresenta per noi qualcosa che l’uomo si acquista soltanto a poco a poco mentre si effonde nel Cosmo, già esisteva nel Cristo, per causa della speciale natura dell’Essenza sua, dopo il battesimo di Giovanni. E vi era non soltanto nello stato che somiglia a quello del sonno, ma anche quando Egli non dormiva, quando stava nel suo corpo fisico e nel suo corpo eterico; Egli era allora in condizione tale da potersi unire con le forze del mondo stellare e da portare queste forze nel mondo fisico. L’azione esercitata dal Cristo Gesù può essere anche descritta dicendo: per mezzo dell’attrazione del corpo fisico e del corpo eterico appositamente per lui preparati, per mezzo dell’intero suo essere il Cristo attirava a sè la Forza del sole, della luna, del mondo stellare, del Cosmo in generale, che appartiene alla nostra Terra; e quando Egli operava, agiva per il suo tramite ciò che dal Cosmo come vita risanatrice e rinforzante pervade di solito l’uomo, quando questi si trova nello stato di sonno fuori del corpo fisico e del corpo eterico. Quelle forze per mezzo di cui il Cristo Gesù operava erano forze che affluivano dal Cosmo per attrazione del suo corpo, e che attraverso al suo corpo scorrevano fuori e si riversavano sui suoi discepoli. Questo appunto cominciò a verificarsi nei suoi discepoli; per mezzo della loro ricettività essi poterono sentire giustamente: «sì, questo Cristo Gesù dinanzi a noi è un’Entità per mezzo della quale le forze del Cosmo ci pervengono come un cibo spirituale; esse si riversano su di noi».
I discepoli però si trovavano essi stessi in un doppio stato di coscienza, perchè non erano ancora uomini superiormente evoluti; ora soltanto per mezzo del Cristo s’inalzavano a una evoluzione superiore; essi stessi stavano sempre in un doppio stato di coscienza, che si può paragonare alla veglia e al sonno dell’uomo. Dei discepoli si può dire perciò: mentre alternativamente nel sonno e nella veglia essi si trovavano nella possibilità, nell’uno o nell’altro stato, di far agire su di loro la forza magica del Cristo, essi la potevano lasciare agire di giorno, quando egli stava dinanzi a loro; – ma la sua forza agiva anche nel sonno, quando essi erano fuori del corpo fisico e del corpo eterico. Mentre di solito l’uomo sta riversato incosciente nel mondo stellare e non ne sa niente, con essi invece vi era la forza-Cristo; allora essi la scorgevano. Di essa sapevano: «è questa forza che ci dà il nutrimento dai mondi stellari». – Ma questo doppio stato di coscienza dei discepoli aveva anche un’altra conseguenza. In tutti gli uomini, per così dire – dunque anche in un discepolo di Gesù – va considerato ciò che l’uomo è dapprima, e ciò che egli porta in sè come germe per il suo avvenire nelle seguenti incarnazioni. In voi tutti, già ora vi è quello che in una futura epoca di civiltà, quando si presenterà in una nuova incarnazione, guarderà, per esempio, il mondo circostante in modo affatto diverso. E se ciò che ora già si trova in voi divenisse chiaroveggente, allora vedrebbe, come una specie di prima impressione chiaroveggente, l’avvenire a voi più prossimo. Ciò che succede nel prossimo avvenire appartiene alle prime impressioni chiaroveggenti, quando queste sono pure, vere e genuine. – Così perfettamente succedeva ai discepoli. Nella coscienza normale di veglia la forza del Cristo scorreva in loro; allora essi potevano dire: «quando vegliamo, la forza del Cristo scorre in noi così, come essa deve scorrere per il fatto che ora ci troviamo nella nostra coscienza normale di veglia». E nello stato del sonno come si trovavano? Perchè essi erano discepoli di Gesù e la forza-Cristo aveva agito su di loro, essi diventavano durante lo stato di sonno in determinate epoche sempre chiaroveggenti; essi non vedevano però ciò che allora attualmente succedeva, bensì vedevano ciò a cui gli uomini avrebbero dovuto prendere parte nell’avvenire. Essi s’immergevano allora, in certo modo, nel mare della visione astrale e prevedevano ciò che doveva succedere nell’avvenire.
Vi erano dunque pei discepoli due stati uno, in cui potevano dire: questo è il nastro stato diurno; in questo nostro stato diurno il Cristo, dai mondi cosmici, ci reca le forze dei mondi cosmici e ce le distribuisce come alimento spirituale. Egli ci porta, poichè Egli è la forza solare, tutto quello che abbiamo descritto come accolto nel cristianesimo dal Zarathustrismo. Egli trasmette ciò che il sole può emanare di forze dalle sette costellazioni del giorno. Da queste viene il cibo per il giorno. – E che cosa succede nello stato notturno? Nello stato notturno i discepoli potevano dirsi: percepiamo come, in certo modo, per mezzo del Cristo Gesù il sole della notte, che è invisibile di notte, che passa per le altre cinque costellazioni, manda nelle nostre anime il cibo celeste!
I discepoli potevano sentire nella loro chiaroveggenza immaginativa: noi siamo uniti con la forza-Cristo, con la forza solare; essa ci manda ciò che occorre per gli uomini dell’epoca attuale (osservo che questo è detto per gli uomini del quarto periodo di civiltà). E nell’altro stato di coscienza la forza-Cristo ci invia ciò che essa può mandare come sole notturno, come forza delle cinque costellazioni notturne. – Questo però vale ormai per l’epoca immediatamente successiva, cioè, per il quinto periodo di civiltà! – Questo è ciò che i discepoli sperimentavano. – Come si poteva esprimere? – Nelle prossime conferenze parleremo ancora delle denominazioni che usavano, ora desidero soltanto esporre alcune osservazioni.
Una moltitudine di uomini veniva indicata nelle antiche terminologie come un «migliaio», e volendo precisare, vi si aggiungeva un numero, che veniva tratto dalla caratteristica più importante; per esempio, gli uomini del quarto periodo di cultura venivano indicati come il «quarto migliaio» – e coloro i quali già vivevano nello stile del quinto periodo di cultura, come il «quinto migliaio». – Questi sono semplicemente termini tecnici. Perciò i discepoli potevano dire: «durante lo stato diurno percepiamo ciò che la forza-Cristo ci invia dal sole, dalle sette costellazioni del giorno; di guisa che riceviamo così il cibo assegnato agli uomini del quarto periodo di cultura, per il quarto migliaio. E nel nostro stato immaginativo notturno di chiaroveggenza percepiamo – per mezzo delle cinque costellazioni della notte ciò che vale per il prossimo avvenire, per il quinto migliaio!» Gli uomini perciò della quarta epoca – i quattromila – vengono nutriti dal cielo per mezzo dei sette pani celesti, per mezzo delle sette costellazioni del giorno; e gli uomini della quinta epoca – i cinquemila – vengono nutriti dai cinque pani celesti, dalle cinque costellazioni della notte. Al contempo viene pure sempre indicato il punto della separazione, dove le costellazioni del giorno toccano quelle della notte: i pesci. – Questo si riferisce a un mistero; con questo viene accennato a un processo importante dei misteri, ai magici rapporti del Cristo con i discepoli. Il Cristo dimostra loro chiaramente, che Egli non parla dell’antico fermento dei Farisei, ma che Egli trasmette loro un cibo celeste che Egli reca dalle forze solari del Cosmo, sebbene non abbia a disposizione che una volta i sette pani del giorno, le sette costellazioni del giorno, e l’altra volta i cinque pani della notte, le cinque costellazioni della notte – e frammezzo vi sono sempre i pesci, che rappresentano la separazione – anzi, perchè sia ben chiaro, una volta perfino vien parlato di due pesci.
Chi potrebbe ancora dubitare, dopo avere scandagliato queste profondità del Vangelo di Matteo, che si tratti proprio della rivelazione che risale a Zarathustra! e a lui difatti essa doveva risalire, perchè egli per primo ci ha chiamati alla conoscenza dello Spirito del sole, ed è pure stato uno dei primi missionari destinati a spiegare, a coloro che potevano accoglierla, la forza solare magica che discendeva sulla Terra.
Che cosa fanno però i commentatori superficiali della Bibbia? Essi trovano nel Vangelo di Matteo, una volta un pasto per quattromila persone con sette pani, e un’altra volta un pasto per cinquemila con cinque pani, e subito giudicano che il secondo pasto sia una semplice ripetizione del primo, e dicono: il copiatore inesatto dei documenti, come succede appunto quando si copia, è stato trascurato nel copiare; perciò egli descrive una volta un pasto di quattromila con sette pani e l’altra volta un pasto di cinquemila con cinque pani; così succede quando si copia trascuratamente! – Non pongo in dubbio che qualcosa di simile possa succedere nei libri dell’epoca moderna: ma i Vangeli non sono stati scritti a questo modo! Quando in essi un racconto è ripetuto, la ragione ne è profonda, come appunto ho dimostrato. Ma appunto perchè il Vangelo di Matteo descrive con questa profondità, conformemente alle informazioni che il grande maestro esseno Jesciua ben Pandira ha fornite un secolo prima della comparsa del Sole-Cristo, perchè il Sole-Cristo potesse venir compreso, appunto per questo, dico, occorre scandagliare queste profondità nel Vangelo di Matteo se veramente si vuol comprendere quest’ultimo. Ora tiriamo innanzi.
Il Cristo aveva irradiato dapprima sui suoi discepoli la forza della visione astrale, immaginativa (ciò che Egli poteva recar loro dalla visione astrale). Questo pure viene chiaramente detto. Si potrebbe dire: Chi ha occhi per leggere, legga! Come si usava dire anticamente, ai tempi in cui ancora tutto non era registrato: Chi ha orecchie per intendere, intenda! – Chi ha occhi per leggere, legga i Vangeli! Vi è forse nel Vangelo qualche accenno al fatto, che questa forza del Sole-Cristo comparisce ai discepoli in modo diverso di giorno che di notte? Sì, è chiaramente detto. Leggete nel Vangelo di Matteo un passo importante, dove sta detto: «Ma alla quarta vigilia della notte – cioè, fra le tre e le quattro del mattino – i discepoli che dormivano, videro camminare sul mare ciò che credettero dapprima un fantasma» cioè la forza-solare notturna, che si riverbera dal Cristo. – Viene dunque perfino indicato il momento; perchè a un determinato momento soltanto può venir loro indicato, che questa forza può affluire loro dal Cosmo per il tramite di un Essere, quale era il Cristo. Che il Cristo Gesù dunque si aggiri in Palestina e che la presenza di questa Personalità e Individualità unicissima sia un tramite per il quale l’azione della forza solare penetra nella nostra Terra, ci viene comunicato dal fatto, che viene sempre indicata la posizione del sole, il suo rapporto con le costellazioni, con i piani celesti. Questa natura cosmica, questa penetrazione delle forze cosmiche per il tramite del Cristo, questo è ciò che viene ovunque descritto. Andiamo avanti.
Il Cristo doveva anche iniziare in modo affatto speciale alcuni suoi discepoli – quelli più particolarmente adatti – di guisa che essi potessero non soltanto acquistare la vista immaginativa, e vedere, cioè, il mondo spirituale in immagini astrali, ma potessero essi stessi vedere – anche udire ciò di cui spesso abbiamo parlato, l’ascesa nel Devachan; e potessero penetrare con lo sguardo in ciò che si svolge nei mondi spirituali, in modo da poter ricercare nei mondi spirituali questa Personalità – che essi vedevano come Cristo Gesù sul piano fisico – in tutta la sua grandezza spirituale. Essi dovevano divenire chiaroveggenti in sfere anche superiori al piano astrale. – Non tutti potevano diventarlo. Lo potevano diventare soltanto i discepoli più ricettivi alla forza che irradiava dal Cristo, e cioè, i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, nel senso del Vangelo di Matteo. Perciò questo Vangelo ci racconta, che il Cristo sceglie questi tre discepoli più suscettibili alla sua influenza e li conduce là dove può guidarli, al di là del piano astrale, nella sfera devacanica, dove essi possono vedere i prototipi spirituali: una volta quello del loro Cristo Gesù stesso e – perchè essi possano vedere le condizioni in cui Egli vi stava – anche ciò, che più da vicino stava in rapporto con esso Cristo Gesù: l’antico Profeta Elia, il quale era anche il precursore del Cristo come Giovanni Battista; essi possono dunque vedere l’Elia rincarnato (la scena si svolge dopo la decapitazione di Giovanni, quando Giovanni già era salito nei mondi spirituali), e possono però vedere anche il Precursore spirituale, Mosè. Questo potè succedere soltanto allorchè i tre discepoli prescelti vennero condotti non soltanto alla visione astrale, ma a quella spirituale. E che essi salissero effettivamente nel Devachan ci viene annunciato nel Vangelo di Matteo nel seguente modo: Essi non soltanto videro il Cristo con la sua forza solare – il Vangelo dice ancora «e il suo volto era luminoso come il sole!» – ma ci vien detto inoltre, che essi osservano anche come i tre si intrattengano insieme. Si tratta dunque di un’ascesa nel Devachan: essi udirono i tre che s’intrattenevano. Tutto dunque ci vien rappresentato conformemente alla caratteristica del mondo spirituale, che risulta dalla ricerca spirituale scientifica. In nessun punto vi è contraddizione fra ciò che abbiamo imparato e ciò che deve risultare da una conforme descrizione nei riguardi del Cristo: l’ascesa, cioè, dei discepoli da lui guidati, prima nell’astrale, e poi nella sfera devacanica, nella sfera dello Spirito.
Così il Cristo Gesù viene chiaramente descritto nel Vangelo di Matteo come il conservatore, il portatore di quella forza, di cui Zarathustra già ha parlato annunziando il portatore della forza solare. E nel Vangelo di Matteo sta fedelmente descritto, che questa forza del sole, lo Spirito del sole – Ahura Mazdao o Ormuzd – del quale Zarathustra poteva dire soltanto che esso vive nel sole, è vissuto per il tramite di questo Gesù di Nazareth sulla Terra, e si è unito con questa Terra in modo tale, che per mezzo di un’unica vita in un corpo fisico, un corpo eterico e un corpo astrale, è diventato un impulso dell’evoluzione terrestre e penetrerà a poco a poco in questa evoluzione terrestre. Detto con altre parole ciò significa: In una persona, il principio dell’Io è stato una volta sulla Terra in modo, che a poco a poco, attraverso alle successive incarnazioni, gli uomini si acquisteranno queste forze dell’Io per mezzo della partecipazione al Cristo, o per mezzo dell’accoglimento dell’Entità-Cristo nel senso di Paolo. E mentre gli uomini da incarnazione a incarnazione percorrono il resto dell’epoca terrestre, coloro che vogliono impregnare la loro anima della forza di quella personalità, che una volta è esistita sulla Terra, saliranno ad altezze sempre più elevate. Allora coloro che a queste erano eletti potevano vedere con i loro occhi fisici il Cristo nel corpo di Gesù di Nazareth. Nel corso dell’evoluzione terrestre doveva verificarsi una volta per l’intiera umanità, che il Cristo, che prima poteva essere veduto soltanto come spirito del sole, potesse discendere, e così unirsi con le forze della Terra. E l’uomo è l’essere in cui doveva vivere la pienezza di quella fluttuante forza solare, che una volta doveva discendere e vivere in un corpo fisico. Così però è stata iniziata l’epoca, in cui la forza solare deve riversarsi negli uomini – e gradatamente sempre più affluirà in quegli uomini, i quali da incarnazione a incarnazione, per quanto il corpo fisico glielo permette, si compenetrano a poco a poco della Forza-Cristo. Ben inteso non ogni corpo fisico; così pure allora è stato necessario quel corpo speciale, di cui la struttura era stata preparata (come già descritto) in modo complicato per mezzo dei due Gesù, e che poi è stato portato dallo Zarathustra a un determinato grado superiore, perchè effettivamente il Cristo potesse nella sua pienezza esplicarvi una volta la propria vita. Una volta! Gli uomini si compenetravano della Forza-Cristo dapprima interiormente e poi sempre più anche esteriormente. – Così l’avvenire non soltanto comprenderà l’Entità del Cristo, ma se ne compenetrerà. E a un gran numero di voi già ho descritto quale, per l’evoluzione terrestre dell’umanità, sarà il progresso di questa partecipazione al Cristo. Ho potuto perfino descriverlo nei «Misteri Rosacruciani», con la veggenza di Teodora, la quale è ideata come una personalità, che ha sviluppato in sè la forza di poter guardare il prossimo avvenire. Andiamo incontro a un periodo in cui, effettivamente, in un avvenire non molto lontano, succederà che pochi uomini – dapprima – e poi un numero sempre maggiore di essi, non soltanto per mezzo dell’educazione spirituale, sibbene per mezzo di quel grado di evoluzione terrena a cui l’umanità arriverà, potranno vedere – ormai però nel mondo eterico, non nel mondo fisico – la figura del Cristo; e poi in un avvenire più lontano lo vedranno ancora di nuovo con altro aspetto. Una volta Egli è stato visibile in forma fisica, perchè gli uomini che stavano sul piano fisico lo dovevano una volta sperimentare.
Ma l’impulso-Cristo non avrebbe compiuto la sua azione, se non continuasse ad agire in modo da potersi evolvere più oltre. Andiamo incontro a un’epoca, – questo va accolto come una comunicazione – in cui le forze superiori degli uomini potranno vedere il Cristo. Anche prima della fine del ventesimo secolo succederà, che un numero ristretto di uomini saranno veramente Teodori, cioè, che in essi l’occhio spirituale effettivamente si aprirà a quell’esperienza che Paolo ebbe davanti a Damasco, e che egli ha potuto percepire, perchè era nato prima del tempo, era un parto «prematuro». Un dato numero di uomini, prima del termine del ventesimo secolo, sperimenteranno di nuovo l’esperienza del Cristo, come Paolo la sperimentò dinanzi a Damasco, e come Paolo, pure essi non avranno bisogno di nessun Vangelo o documento per sapere del Cristo. Essi sapranno. Per esperienza interiore essi sapranno del Cristo, il quale comparirà allora nelle nubi eteriche.
Questo è una specie di ritorno del Cristo in forma eterica, il quale così si palesa come già, preannunziandosi, si è palesato a Paolo. Abbiamo il compito di insistere sul fatto, che conformemente alla natura dell’Avvento del Cristo, Colui, il quale all’inizio della nostra era è vissuto una volta in un corpo fisico come Cristo Gesù, comparirà in forma eterica – come è comparso a Paolo davanti a Damasco – prima del termine della nostra èra! E se gli uomini si eleveranno a facoltà sempre più elevate, impareranno a conoscere l’intiera pienezza della natura del Cristo. Ma non vi sarebbe progresso, se il Cristo dovesse comparire una seconda volta in un corpo fisico, perchè allora la sua prima comparsa sarebbe stata inutile. Allora la sua prima comparsa non avrebbe effettuato lo sviluppo delle forze superiori nell’uomo. Questo è il risultato dell’Avvento del Cristo, che, cioè, delle forze superiori si sviluppano nell’uomo, e che il Cristo può essere veduto con queste nuove forze nel mondo spirituale, là donde egli irradia la sua azione. E se si comprende la lotta storica attuale, si ha il compito di richiamare l’attenzione su questo Avvento – di indicare quanto vi ha di storico nella nostra epoca nel modo come anticamente il maestro esseno Jesciua ben Pandira, preannunziandolo, ha indicato il Cristo, il quale doveva uscire come il Leone dalla stirpe di Davide – e richiamò a sua volta in questo modo l’attenzione sulla forza solare, sulla costellazione del Leone. E se l’umanità – dico questo soltanto come un accenno – potesse avere oggidì la fortuna che quel Jesciua ben Pandira, il quale era allora ispirato da quel grande Bodhisattwa che sarà un giorno il Maitreya Buddha, si incarnasse nuovamente ai tempi nostri, questo Maestro considererebbe certo come missione sua più importante quella di richiamare l’attenzione sul Cristo eterico, il quale deve comparire nelle nubi eteriche; ed egli affermerebbe che una volta l’Avvento del Cristo si è verificato nel corpo fisico.
Supponiamo che quella figura Gesù, la quale è stata lapidata in Palestina come figlio del Pandira circa centocinque anni prima dell’Avvento del Cristo, tornasse in una nuova incarnazione a indicare ai tempi nostri la comparsa del Cristo; allora direbbe che il Cristo non può comparire fisicamente, ma che deve comparire in spoglie eteriche – così come Egli è comparso a Paolo davanti a Damasco. E da questo appunto si potrebbe riconoscere il Jesciua ben Pandira rincarnato. Ma dall’altro canto a sua volta è essenziale che, per così dire, il nuovo essenismo venga riconosciuto, che si impari da colui che sarà una volta Maitreya Buddha come il Cristo comparirà alla nostra epoca, e che sopratutto si abbia cura di non formarsi un giudizio falso sull’essenismo che dovrà risorgere nella nostra epoca. – Una caratteristica sicura vi posso dare, che potrà servire di contrassegno per questo Jesciua ben Pandira risorto nella nostra epoca, il segno caratteristico cioè, che egli non si spaccierà per il Cristo. Tutti coloro che potranno sorgere nella nostra epoca e dire, che vive in loro la medesima forza che è vissuta nel Gesù di Nazareth, da questa affermazione potranno essere riconosciuti come false individualità di quel Precursore del Cristo che visse un secolo prima di lui. Questa affermazione sarebbe il segno più sicuro che si tratta di un precursore falso, poichè soltanto un precursore falso potrà affermare di essere in rapporto col Cristo stesso. Ma il pericolo che ci minaccia fin questo campo è grandissimo. Perchè alla nostra epoca l’umanità tentenna fra due estremi. Da una parte si afferma con insistenza, che all’epoca nostra l’umanità non è disposta a riconoscere le forze spirituali che agiscono in tali uomini. E diventata ormai una verità conosciuta da tutti, e che anche i giornali continuamente ripetono, che la nostra razza non ha il dono e la forza di riconoscere una forza spirituale originale quando si manifesta. Questa è una delle colpe della nostra epoca; poichè è vero, che ai nostri tempi potrebbe verificarsi la più, grande delle incarnazioni e l’epoca nostra potrebbe rimanere ottusa, e lasciarla passare senza curarsene! E l’altra colpa non è minore – indubbiamente è una colpa non soltanto della nostra epoca, ma anche di molte altre, e cioè, che come vengono deprezzate le individualità spirituali, di guisa che non sono riconosciute, così pure dall’altra parte vi è negli uomini vivo bisogno di divinizzare, di inalzare fino alle nubi. Vedete oggidì le comunità che hanno i loro speciali Messia, in esse ovunque vi è la necessità di divinizzare. Questo fatto indubbiamente si è verificato ripetutamente nel corso dei secoli. – Di fatti Maimonide racconta di un falso Cristo, sorto in Francia nel 1137, che ha avuto allora numerosi seguaci, ma più tardi è stato pure condannato a morte dalle autorità che governavano a quell’epoca. Lo stesso Maimonide racconta inoltre, che 40 anni prima, a Cordova, in Spagna, è sorto un tale che si è spacciato per il Cristo, e che circa 25 anni prima, al principio dunque del dodicesimo secolo, è sorto a Fez, nel Marocco, un falso Messia, il quale ha annunziato la venuta di un altro Messia ancora più grande. Finalmente viene raccontato che in Persia, nell’anno 1147, si è presentato un tale, il quale non ha detto di essere il Cristo, ma che si è riferito al Cristo. E la comparsa più grossolana è quella di cui vi ho già parlato, di Sciabbatai Zevi nell’anno 1666 in Smirne. In quest’uomo, che riteneva di essere una rincarnazione del Cristo, si può appunto studiare bene la natura di un falso Messia e la sua azione sull’ambiente. A quei tempi si sparse da Smirne la notizia che un nuovo Cristo era comparso nella persona di Sciabbatai Zevi. E non dovete credere che il movimento si limitasse a una cerchia ristretta. Da tutte le parti di Europa, dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia, dalla Polonia, dall’Ungheria, dalla Russia meridionale, dall’Africa del Nord e dall’interno dell’Asia, la gente accorreva a Smirne per conoscere il nuovo Cristo, Sciabbatai Zevi. È stato un grande movimento mondiale. E se a quegli uomini, i quali consideravano allora Sciabbatai Zevi come il nuovo Cristo, finchè egli da sè stesso si tradì, finchè furono scoperti i suoi artifizi, se a quegli uomini qualcuno avesse detto, che non si trattava del vero Cristo, avrebbe passato dei brutti momenti – perchè avrebbe offeso il domma di un’infinità di uomini.
Questa è l’altra colpa – una colpa che non si palesa forse proprio nelle regioni cristiane, – ma che nelle altre regioni si affaccia ogni giorno. Gli uomini sentono la necessità di far sorgere dei Messia in incarnazioni terrene. Nei paesi cristiani queste cose si svolgono per lo più in circoli più ristretti; ma anche in questi paesi si trovano dei Cristi. – È necessario che l’uomo, per mezzo della sua conoscenza spirituale-scientifica, per mezzo della sua coltura spirituale-scientifica, per mezzo di una visione esatta del materiale e dei fatti che l’occultismo ci fornisce, non cada nè nell’uno nè nell’altro errore. E se gl’insegnamenti datici in questo senso vengono compresi, gli uomini si terranno lontani tanto dal primo quanto dal secondo errore; allora potremo penetrare alquanto nel fatto storico più profondo dell’attualità, e vedremo: che se penetriamo più profondamente nella vita spirituale potrà esserci conferito una specie di rinnovamento dell’essenismo, il quale anticamente, per il tramite di Jesciua ben Pandira, preannunziava anzitutto l’Avvento del Cristo come un fatto fisico. E se l’insegnamento esseno ai nostri tempi deve essere rinnovato, e se vogliamo vivere, non nello spirito della tradizione di un antico Bodhisattwa, sibbene nel senso dello spirito vivente di un nuovo Bodhisattwa, dobbiamo farci ispirare pure da quel Bodhisattwa, che diverrà un giorno il Maitreya Buddha. E questo Bodhisattwa c’ispira in modo da farci osservare che si avvicina il tempo, quando il Cristo, in forma nuova, in un corpo eterico, sarà una grazia per quegli uomini, i quali, per mezzo di una nuova saggezza essena, sviluppano le nuove forze nell’epoca, in cui si verificherà il ritorno del Cristo, in veste eterica, con azione vivificatrice per gli uomini. Vogliamo parlare completamente nel senso ispiratore del Bodhisattwa che deve diventare il Maitreya Buddha. Sappiamo allora, che non parliamo del Cristo affatto nel senso di una qualsiasi confessione religiosa, quando diciamo, come egli debba diventare di nuovo visibile per il piano fisico, e non temiamo di dire, che a noi non importerebbe di dover dire diversamente, se riconoscessimo di conformarci così a verità; non abbiamo nessuna preferenza per alcun insegnamento religioso orientale, sibbene viviamo soltanto per la verità: ed esprimiamo, con le formule che impariamo dall’ispirazione del Bodhisattwa stesso, quale sarà la futura comparsa del Cristo!
Alla storia della Tentazione, che abbiamo descritta come un impulso verso uno speciale genere d’iniziazione, segue ciò che il Cristo Gesù ha potuto divenire come divulgatore degli antichi insegnamenti in forma completamente nuova, anzitutto ai suoi discepoli; ciò dunque, che Egli è potuto divenire, non soltanto come divulgatore d’insegnamenti, bensì – se ci si può servire del termine – come forza, come forza risanatrice degli uomini. Questo è descritto nelle guarigioni. Ieri abbiamo anche seguito il passaggio che – come ho detto – richiede una certa buona volontà di comprensione, buona volontà che risulta da una elaborazione delle cognizioni spirituali scientifiche in noi raccolte nel corso degli anni; abbiamo seguito il passaggio a quel peculiare genere d’insegnamento vivente, che si effettuava per mezzo della trasmissione di forze, che emanavano dal Cristo Gesù e irradiavano, per così dire, dentro alle anime dei suoi discepoli. E abbiamo cercato, per quanto era possibile, di esprimere un poderoso mistero con parole umane: abbiamo cercato di osservare come fosse questo insegnamento, che il Cristo Gesù aveva da dare ai suoi discepoli. Il Cristo era una specie di punto di raccoglimento, un essere di concentramento, per forze che dal macrocosmo fluivano nelle condizioni della Terra e che dovevano scorrere nelle anime dei discepoli, e potevano venire raccolte soltanto per mezzo di quelle forze che si trovavano riunite nel Cristo Gesù. Quelle forze che affluiscono di solito nell’uomo soltanto incoscientemente durante lo stato di sonno, scorrevano invece nei discepoli dagli spazii mondiali attraverso l’Entità del Cristo Gesù, come forze istruttive e vivificatrici del Cosmo stesso. Queste forze, che erano quelle che c’illuminano sull’esistenza dell’Universo, si possono caratterizzare naturalmente nei singoli particolari soltanto se si esaminano le diverse costellazioni del Cosmo. Di questo mistero, così come viene descritto nel Vangelo di Matteo, parleremo ancora oggi. Anzitutto dobbiamo però renderci chiaramente conto, come i discepoli progredissero nella saggezza rispetto alle condizioni della Terra per il fatto, che le forze del Cristo irradiavano su di loro. Essi dovevano, per così dire, crescere in sè stessi, nella loro vita, nella loro saggezza vivente, – dovevano crescere nei modi più diversi.
Orbene, ci viene appunto descritto un aspetto particolare della crescenza di uno dei discepoli, o apostoli. Per comprendere questo singolo fatto, specialmente importante nella vita di un apostolo, è necessario considerarlo inquadrato in un grande complesso. Dobbiamo renderci ben conto, che nell’evoluzione dell’umanità l’uomo progredisce. Non è invano che si percorrono tante successive incarnazioni. Non abbiamo attraversato inutilmente delle incarnazioni nell’epoca postatlantea, nel primo periodo di civiltà postatlantea, quello indiano, poi nel periodo di civiltà persiano, in quello egizio-caldaico, in quello greco-latino ecc. sibbene queste incarnazioni vengono da noi attraversate come una grande scuola della vita, perchè dalle condizioni esistenti in ciascuna di queste incarnazioni e in ognuno di quei periodi di civiltà si possa raccogliere qualcosa dell’ambiente. Con questo mezzo cresciamo gradatamente. E in che cosa consiste questa crescenza dell’uomo attraverso le singole epoche di evoluzione dell’umanità?
L’uomo, come già sappiamo dalle nozioni elementari della scienza dello Spirito, possiede varii arti nella sua entità. Se vogliamo enumerarli nel nostro senso possiamo dire, che vi è: il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale con il corpo astrale è collegata l’anima senziente, poi vengono l’anima razionale o affettiva e l’anima cosciente; vi sono inoltre gli arti superiori della natura umana, verso i quali ci andiamo evolvendo: la Personalità spirituale, lo Spirito vitale e l’Uomo-Spirito. Effettivamente, in ciascuna di queste epoche della civiltà postatlantea, ci è stato dato qualcosa per questi singoli arti della nostra natura umana. Difatti nella prima epoca, nella civiltà paleoindiana, vennero inserite nell’uomo alcune forze, dalle quali il suo corpo eterico ha tratto profitto. Ciò che a questo riguardo doveva venir impresso nel corpo fisico dell’uomo era già stato inserito in quel corpo negli ultimi tempi del periodo atlanteo; è col corpo eterico invece che cominciano a manifestarsi le facoltà che spettavano all’uomo durante l’epoca postatlantea. Così nell’epoca antica indiana gli vennero date le forze che dovevano venire impresse nel suo corpo eterico; nell’epoca antica persiana le forze che dovevano essere impresse nel suo corpo astrale, nel corpo senziente; durante l’epoca egizio-caldaica le forze per l’anima senziente; durante il quarto periodo di cultura, quello greco-latino, gli vennero impresse a questo riguardo le forze dell’anima razionale o affettiva, – e ora viviamo nell’epoca, in cui le forze, che in linea di successione corrispondono ad essa, devono essere gradatamente impresse nell’anima cosciente; ma in questo ultimo compito, però, l’umanità non è ancora molto progredita. Verrà poi un sesto periodo postatlanteo, in cui verranno impresse le forze della Personalità spirituale – e nella settima condizione di cultura le forze dello Spirito Vitale. E poi nel lontano avvenire verrà impresso nell’umanità normale di quell’epoca l’Uomo-Spirito o Atma.
Esaminiamo ora quest’evoluzione umana nei riguardi del singolo uomo. Dovremo ora considerare l’uomo come veniva considerato da coloro, che per mezzo dei santi misteri già sapevano in parte i veri rapporti di queste cose. E così pure i discepoli hanno dovuto gradatamente imparare a considerare l’uomo per mezzo della forza vivificatrice e istruttiva che dal Cristo irradiava e veniva loro trasmessa. Possiamo dire perciò: se consideriamo l’uomo, ora o anche al tempo del Cristo Gesù, troviamo in lui delle disposizioni, così, ad esempio, come ne troviamo in una pianta, quando non ha ancora che le foglie verdi, e non porta nè fiori, nè frutti. Quando si guarda una pianta, che ha soltanto le foglie verdi, si sa, che per quanto è vero che la pianta esiste, così pure essa contiene già in sè la disposizione al fiore e al frutto, che svilupperà in seguito, se tutto procede regolarmente. E così come è vero che dalla pianta, che ha soltanto le foglie verdi, cresceranno poi fiori e frutti, altrettanto è vero che dall’uomo, il quale, come all’epoca del Cristo Gesù, non ha che l’anima senziente e l’anima razionale o affettiva, crescerà l’anima cosciente, la quale poi si schiude alla Personalità spirituale, perchè la Trinità Superiore – come un dono divino spirituale – possa affluire nell’uomo. Possiamo perciò dire: l’uomo si sviluppa da ciò che è il contenuto, le qualità della sua anima, così come la pianta con le sole foglie verdi si sviluppa poi fino ai fiori e ai frutti. L’uomo si sviluppa in modo che porge l’anima senziente, l’anima razionale e l’anima cosciente come un fiore del suo essere verso ciò che di divino discende a lui dall’alto, perchè per mezzo dell’accoglimento della Personalità Spirituale, egli possa proseguire ulteriormente il cammino verso le altezze dell’evoluzione dell’umanità.
In questo modo gli uomini, che all’epoca di Gesù Cristo avevano sviluppato del tutto normalmente soltanto ciò che è esteriore, potevano dire: sì, ora è soltanto sviluppata in modo normale l’anima razionale o affettiva, che ancora non può accogliere in sè una Personalità spirituale; ma da quel medesimo uomo, nel quale come principio più alto si era evoluta l’anima razionale o affettiva, si svilupperà come un suo figlio, come un suo prodotto, l’anima cosciente, la quale può poi schiudersi alla Personalità spirituale. E come veniva chiamato nei misteri ciò che l’uomo, conformemente all’intiero suo essere, ha dovuto sviluppare, per così dire, come i suoi fiori, ciò che da lui è germogliato, ciò che è risulto dalla sua natura? Come lo si doveva perciò chiamare anche nell’ambiente del Cristo, quando i discepoli volevano veramente progredire?
Lo si chiamava – se si vuol tradurre nel nostro linguaggio – il «Figliuolo dell’Uomo», perchè la parola greca ØiÕj toà ¢nzrèpou non ha affatto il significato ristretto della nostra parola «figlio» quale «figlio d’un padre», sibbene significa quello che risulta come discendenza da un’entità, ciò che germoglia da un’entità, come fiore da pianta, che finora abbia portato soltanto foglie. Si poteva perciò dire: quando gli uomini normali non avevano ancora sviluppato nell’anima cosciente quei fiori del loro essere, non avevano ancora in sè il ØiÕj toà ¢nzrèpou; sì, gli uomini normali non hanno sviluppato ancora niente del «Figlio dell’Uomo», ma vi debbono pur sempre essere degli uomini, che precorrono la loro generazione, che portano in loro anticipatamente la conoscenza e la vita di epoche avvenire. Fra le guide dell’umanità vi devono essere uomini, i quali, nella quarta epoca, in cui normalmente è sviluppata soltanto l’anima razionale o affettiva, sebbene esteriormente appaiano uomini come gli altri, pur nondimeno interiormente già hanno sviluppato la possibilità dell’anima cosciente, nella quale risplende la Personalità spirituale. E tali «Figli dell’Uomo» veramente esistevano. E i discepoli del Cristo Gesù dovevano perciò svilupparsi alla comprensione della natura e dell’essenza di queste Guide dell’Umanità. – Il Cristo Gesù perciò, per accertarsi di ciò che essi pensano al riguardo, chiede dapprima ai suoi seguaci più intimi, ai suoi discepoli: «di quali esseri, di quali uomini, si può dire, che siano Figlioli dell’Uomo in questa generazione?» La domanda andrebbe posta a un dipresso in questo modo, se la si volesse porre nel senso dell’antichissimo testo aramaico del Vangelo di Matteo; perchè già vi ho fatto notare, che sebbene nella interpretazione greca, se la si comprende bene, tutto trovasi certamente esposto meglio di quello che oggi non sia, pur nondimeno nella traduzione dal testo antico aramaico molte cose sono rimaste poco chiare. Dobbiamo perciò raffigurarci il Cristo Gesù davanti ai suoi discepoli, che chiede loro: «Degli uomini delle generazioni passate che già appartenevano al periodo greco-latino, quali credete fossero Figlioli dell’Uomo?» Essi allora nominarono: Elia, Giovanni Battista, Geremia e altri Profeti. I discepoli sapevano, per virtù della forza istruttiva che proveniva loro dal Cristo, che quelle Guide avevano accolto in sè delle forze, per mezzo delle quali esse si erano sviluppate al punto di portare in sè il Figliolo dell’Uomo. In questa medesima occasione uno dei discepoli, ordinariamente chiamato Pietro, diede anche un’altra risposta. Per comprendere quest’altra risposta dobbiamo imprimerci bene nell’anima ciò che nei passati giorni abbiamo dimostrato, e cioè, quale fosse la missione del Cristo Gesù nel senso del Vangelo di Matteo: la sua missione era quella di dare all’uomo, per mezzo dell’impulso-Cristo, la possibilità di sviluppare la completa coscienza dell’Io; di portare a completa fioritura ciò che risiede nell’«Io sono». Detto in altre parole: anche nell’iniziazione gli uomini dovevano nell’avvenire inalzarsi ai mondi superiori in modo; che la coscienza dell’«Io sono», che oggi l’uomo normale ha soltanto per il mondo fisico, rimanesse appieno conservata per tutte le vie che salgono nei mondi superiori. La possibilità che questo si potesse verificare venne data dall’esistenza del Cristo Gesù nel mondo fisico. Possiamo dunque dire: il Cristo Gesù è il rappresentante di quella forza, che ha dato all’umanità la piena coscienza dell’«Io sono».
Già ho richiamato la vostra attenzione sul fatto, che le interpretazioni dei Vangeli, fatte in senso del libero pensiero, o in senso antievangelico, non rilevano generalmente quello che appunto vi è di importante. Esse insistono sempre sul fatto, che delle singole frasi dei Vangeli ecc. sono state già prima dette in altra occasione. Così, per esempio, esse possono asserire, che perfino il contenuto delle Beatitudini c’era già da prima. Ma ciò che non vi era, è la reiterata indicazione: che ciò che l’uomo non poteva prima conseguire, se conservava appieno la sua coscienza dell’Io, potrà ormai essere conseguito dall’individualità umana per mezzo del Cristo Gesù! – Questo è un fatto straordinariamente importante. – Ho analizzato le singole parti delle Beatitudini e ho dimostrato che il primo versetto deve dire: «Beati i mendicanti di spirito» perchè secondo l’evoluzione dell’umanità è povero di spirito l’uomo, che non può più guardare nel mondo spirituale nel senso dell’antica chiaroveggenza. Ma il Cristo dà loro la consolazione e la spiegazione: se pure essi non possono più guardare nel mondo spirituale per mezzo degli antichi organi di chiaroveggenza, ora però, per mezzo di sè stessi, per mezzo del loro Io, vi potranno guardare, perchè: «per mezzo di sè stessi troveranno i Regni dei Cieli». – Così pure il secondo versetto: «Beati coloro che soffrono dolore». Non occorre più che essi si sviluppino per mezzo dell’antica facoltà chiaroveggente alle sfere del mondo spirituale; essi evolveranno il loro Io in modo da potersi sviluppare fino al mondo spirituale. Ma per far questo occorre che l’Io accolga sempre più la forza che si è ancorata una volta sulla Terra in un Essere unico e incomparabile: nel Cristo.
Gli uomini attuali dovrebbero appunto riflettere un poco su queste cose: non è senza ragione che in ogni singolo versetto delle Beatitudini del Sermone del Monte si trova un detto greco, molto importante: Óti aÙtîn ™stin ¹ basile…a tîn oÙranîn. Se prendiamo dunque il primo versetto: «Beati i mendicanti di spirito», dovrebbe continuare così: «in sè stessi» o «per mezzo di sè stessi troveranno i Regni dei Cieli». Tanto nel secondo versetto, quanto nel terzo e negli altri sempre vien ripetuto l’accenno: «in sè stessi». Perdonate se dirò ora in modo molto banale qualcosa di grande sul nostro tempo. La nostra epoca dovrà decidersi ad applicare la parola «auton», aÙtîn (che si ritrova, per esempio, in «automobile») non soltanto alle macchine, e a non interpretarla soltanto in modo esteriore; essa dovrà decidersi a comprendere anche nel campo spirituale la peculiarità del Óti aÙtîn, «la propulsione per virtù propria». Questa è cosa che la nostra epoca deve accogliere come un monito. Per le macchine essa ama la «propulsione per virtù propria», ma nei riguardi di ciò che prima era al di fuori della coscienza dell’Io, e che in tutti gli antichi misteri fino all’Avvento del Cristo veniva sempre sperimentato al di fuori della coscienza dell’Io, l’umanità dovrebbe anche imparare «la propulsione per virtù propria», di guisa che l’uomo possa divenire a poco a poco l’artefice autocreativo anche in quel campo; – ed è questo appunto che l’umanità attuale imparerà a comprendere, se si compenetrerà dell’Impulso-Cristo.
Se teniamo conto di tutto questo diremo: il quesito che il Cristo pone ai suoi discepoli aveva anche un significato speciale; dapprima egli chiede: fra le Guide di questa generazione chi potrebbe essere indicato come Figliolo dell’Uomo? e i discepoli indicarono alcune Guide. Il Cristo allora rivolse loro un’altra domanda. Egli voleva condurli gradatamente a comprendere la sua propria natura, a comprendere ciò che Egli rappresenta per l’Io. E questo è contenuto nella seconda domanda: «e chi credete voi che io sia?» – E sull’«Io sono», il Vangelo di Matteo appunto deve insistere in ogni singolo caso in modo speciale. Allora Pietro diede una risposta che tendeva ormai a indicare il Cristo, non soltanto come «Figliolo dell’Uomo», sibbene lo indicava – e possiamo sempre interpretare la parola nel modo come viene comunemente usata – come il «Figliolo del Dio vivente». Di fronte al «Figliolo dell’Uomo» che cosa è il «Figliolo del Dio vivente»? Per comprendere questo concetto occorre completare i fatti, a cui prima abbiamo accennato.
L’uomo, abbiamo detto, si evolve in modo, che sviluppa nella sua entità l’anima cosciente, nella quale può palesarsi la Personalità Spirituale. Quando egli però ha sviluppato l’anima cosciente, la Personalità Spirituale, lo Spirito Vitale e l’Uomo-Spirito devono, in certo modo, venirgli incontro, perchè questa fioritura che sta sbocciando in lui possa accogliere il Ternario superiore. – Questa evoluzione dell’uomo possiamo rappresentarla anche graficamente come l’evoluzione di una specie di pianta:
Nell’anima cosciente l’uomo si schiude e gli vengono incontro la Personalità Spirituale, o Manas, lo Spirito Vitale, o Buddhi, e l’Uomo-Spirito o Atma. Questi sono qualcosa dunque che viene incontro all’uomo dall’alto, per così dire, come fecondazione dello spirito. Mentre l’uomo cresce con gli altri suoi arti verso l’alto e si schiude al fiore del Figliolo dell’Uomo, se egli vuol progredire più oltre e accogliere la completa coscienza dell’Io, dovrà venirgli incontro dall’alto ciò che gli apporta la Personalità Spirituale, lo Spirito Vitale e l’Uomo-Spirito. E chi è il rappresentante di ciò che gli viene portato giù dall’alto, di ciò che si riferisce al remotissimo avvenire dell’uomo? Il primo dono lo accogliamo come «Personalità Spirituale». Chi è colui che accoglierà il dono della Personalità Spirituale che discende? Egli è il Figliolo del Dio, che vivi dello Spirito Vitale, il Figlio del Dio vivo!
Cristo Gesù chiede dunque in quel momento: Che cosa deve avvicinarsi agli uomini per mezzo del mio impulso? Deve avvicinarsi agli uomini il principio spirituale vivificante che sta in alto. Così si trovano di fronte il Figliolo dell’Uomo, che dal basso cresce verso l’alto, e il Figliolo di Dio, il Figlio del Dio vivo, il quale dall’alto cresce verso il basso. Occorre distinguerli. Dobbiamo comprendere che questa domanda era difficile per i discepoli. Tutta la difficoltà per i discepoli di questa domanda vi riuscirà evidente se riflettete, che i discepoli allora accoglievano per la prima volta ciò che, dopo l’epoca del Cristo, anche negli uomini più semplici si trovava già inoculato per mezzo dei Vangeli; i discepoli dovevano accoglierlo appena allora dalle forze vive dell’insegnamento del Cristo Gesù. Nelle forze che essi avevano già sviluppate non vi era la capacità di comprendere quello che poteva rispondere alla domanda: «Io stesso di chi sono il rappresentante?» Viene detto nel Vangelo che uno dei discepoli che si chiamava Pietro, abbia risposto: «Tu sei il Cristo, il Figliolo del Dio vivo». Questa risposta, in quel momento, – se ci è permesso dirlo – non proviene dalle forze spirituali normali di Pietro. E il Cristo Gesù (cerchiamo di raffigurarci il fatto con forma vivente per potere in un determinato senso rendercelo visibile) ha dovuto dire a sè stesso, mentre guardava Pietro: è già molto che da questa bocca sia uscita tale risposta, che allude a remota epoca dell’avvenire! E quando poi guardava ciò che vi era nella coscienza di Pietro, ciò che in lui già vi era in modo, che con l’intelletto o con le forze acquistate per mezzo dell’iniziazione egli potesse dare una tale risposta, il Cristo ha dovuto dire a sè stesso: «da ciò che Pietro conosce coscientemente quella risposta non è venuta; in essa parlano quelle forze più profonde, che sono nell’uomo, ma che questi soltanto gradatamente rende coscienti».
Portiamo in noi il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io; ci eleviamo alla Personalità Spirituale, allo Spirito Vitale e allo Spirito-Uomo per mezzo della trasformazione delle forze del corpo astrale, del corpo eterico e del corpo fisico. Questo è stato spesso descritto nei trattati elementari di scienza dello Spirito. Ma le forze che svilupperemo una volta nel nostro corpo astrale come Personalità Spirituale già esistono nel corpo astrale; però vi sono per virtù di forze divino-spirituali e non sono da noi sviluppate. Così pure nel nostro corpo eterico già vi è uno Spirito Vitale divino-spirituale. Il Cristo perciò dice, guardando Pietro: «ciò che attualmente vi è nella tua coscienza non ha dato questa risposta; sibbene ha parlato in te qualcosa che svilupperai soltanto nell’avvenire, e che già è in te, ma di cui non sei consapevole. Ciò che già vi è nella tua carne e nel tuo sangue non può ancora parlare in modo da esprimere le parole: «Tu sei il Cristo, il Figliolo del Dio vivo». In queste parlano le forze divino-spirituali subcoscienti, anzi le forze più profonde che vi siano nell’uomo». L’elemento misterioso superiore in Pietro, ciò che Cristo chiama il «Padre nel Cielo», le forze dalle quali Pietro veramente è nato, di cui però egli ancora non è cosciente, queste hanno parlato in quel momento per mezzo di lui. E perciò le parole: «Ciò che attualmente tu sei come uomo costituito di carne e di sangue non ti ha ispirato, ma ti ha ispirato il Padre nel Cielo».
Ma il Cristo ha dovuto allora dire anche qualcosa d’altro: «In Pietro ho davanti a me una natura, un discepolo, di cui l’intiera costituzione umana è tale, che la forza del Padre che vi è in lui non rimane turbata dalle forze che la coscienza già ha sviluppato, dal modo come l’attività spirituale agisce; questa forza subcosciente umana è talmente forte, che egli può affidarsi ad essa quando le si abbandona. Questo è ciò che vi è d’importante in Pietro – (il Cristo ha dovuto dire a sè stesso). Quello che è in lui vi è pure in ogni uomo; ma ancora non è abbastanza cosciente; si svilupperà soltanto nell’avvenire. Perchè quello che io ho da dare all’umanità, e di cui costituisco l’impulso, si possa ulteriormente evolvere e aver presa sugli uomini, occorre che sia basato su ciò che appunto ha parlato in Pietro: Tu sei il Cristo, il Figliolo del Dio vivo! Su questa pietra nell’uomo, non ancora turbata dal frangersi delle onde della sviluppata coscienza, su ciò che da essa parla come forza del Padre, su questo voglio fondare ciò che sempre più germoglierà dal mio impulso». E se gli uomini sviluppano questa base ne risulterà l’umanità dell’Impulso-Cristo. Questo è contenuto nelle parole: «Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò ciò che potrà diventare una comunità umana, una raccolta di uomini che professano l’Impulso-Cristo!»
Sul significato di queste parole fervono nel mondo molte discussioni, ma esse veramente non vanno interpretate superficialmente. Si potranno comprendere soltanto quando se ne ricercherà l’origine nelle profondità di quella saggezza, che è al contempo la saggezza dei Misteri.
Subito dopo di esse viene chiaramente dimostrato, che il Cristo Gesù fa veramente assegnamento sulla forza profonda subcosciente di Pietro. Perchè un momento dopo il Cristo parla degli avvenimenti che prossimamente si svolgeranno; parla di ciò che si svolgerà come Mistero al Golgotha. Ormai è passato il momento, in cui parla ciò che giace più profondamente in Pietro; egli dice ora ciò che in lui già è cosciente. Ora egli non può comprendere quello che il Cristo intende dire, non può credere alla venuta di sofferenze e della morte. E quando parla il Pietro cosciente, che già ha sviluppato in sè le proprie forze coscienti, allora il Cristo deve respingerlo, dicendo: Ora non parla più nessun Dio, ma parla ciò che come uomo tu già hai evoluto; questo non ha valore, è insegnamento dell’errore; proviene da Arimane, è di Satana! Questo significano le parole: «Ritirati da me, Satana; tu mi sei di scandalo, perchè non hai la sapienza di Dio, ma quella degli uomini». Il Cristo lo chiama subito «Satana»; rivolge appunto la parola «Satana» ad Arimane, mentre di solito nella Bibbia vi è la parola «Diavolo» per tutto ciò che è lucifero. Il Cristo adopera allora difatti la parola giusta per l’errore, al quale Pietro ancora deve abbandonarsi.
Così stanno veramente le cose. La critica moderna popolare della Bibbia che cosa ne ha fatto? Essa ha trovato essere impossibile che il Cristo Gesù di fronte a Pietro gli dica una volta: «Tu soltanto hai compreso che un Dio ti sta davanti» e che subito dopo lo chiami «Satana». E i critici della Bibbia ritengono perciò: che bisogna dedurne, che la parola «Satana», che Cristo avrebbe rivolto a Pietro, debba essere stata interpolata più tardi da altri, e che sia un falso. In tutto questo, di vero v’ha soltanto, che l’opinione che l’epoca attuale ha tratto sul significato più profondo di queste parole dalla ricerca filologica, non ha valore alcuno, se non è preceduta dalla comprensione reale delle tradizioni bibliche. Senza la base di una comprensione reale della Bibbia non è possibile che l’uomo possa veramente pronunziarsi sulla creazione storica dei documenti che vi si riferiscono. Ma fra le due frasi citate ve ne sta pure un’altra; la potremo comprendere soltanto se teniamo conto di un insegnamento antichissimo, ma pur sempre nuovo, dei misteri; l’insegnamento, cioè, che l’uomo, quale è sulla Terra, e non soltanto l’uomo, ma ogni qualsiasi comunità umana, è una specie di riproduzione di ciò che si svolge nel grande Cosmo, nel Macrocosmo. Questo fatto è stato descritto particolarmente quando abbiamo parlato della discendenza di Gesù di Nazareth. Abbiamo visto come le parole dette ad Abraham significhino veramente: «La tua discendenza deve essere una riproduzione dell’ordinamento dette stelle nel Cielo». Ciò che vi è nel Cielo come ordinamento delle dodici costellazioni e come corso dei pianeti attraverso lo Zodiaco, deve ripetersi nelle dodici tribù e in ciò che il popolo ebreo attraversa per tre volte quattordici generazioni. Dunque nella successione delle generazioni, per mezzo della peculiare ereditarietà per consanguineità, le dodici tribù rappresentano una riproduzione dei rapporti macrocosmici. Questo è stato detto ad Abraham. – Nel momento in cui il Cristo Gesù sta di fronte a Pietro, il quale nella sua natura più profonda può comprendere ciò che effettivamente vien dato con l’impulso-Cristo – la fluente forza spirituale attraverso il Figliolo del Dio vivo – il Cristo sa, che egli può indicare a coloro che lo attorniano, che ora s’inizia qualcosa di nuovo sulla Terra, che vi si verificherà una riproduzione di nuovi processi. Mentre per Abraham veniva data nella consanguineità una riproduzione dei rapporti cosmici, ora invece nei rapporti etico-morali spirituali dovrà formarsi una riproduzione di ciò che l’uomo può divenire per mezzo del suo Io. Quando gli uomini comprenderanno, così come la natura migliore di Pietro lo comprese, ciò che è il Cristo, allora essi formeranno, non soltanto delle comunità, degli ordinamenti basati sulla consanguineità, sibbene ne formeranno di quelli che da anima ad anima tessono coscientemente il vincolo dell’amore. Questo significa: che, come nel sangue ebreo, nei fili che attraversano le generazioni, si trovava riunito quello che, conformemente al prototipo del Macrocosmo, doveva star riunito nel genere umano, e come ciò che era disciolto nel genere umano era pure disciolto conformemente agli ordinamenti del cielo, così ora dall’Io cosciente, nei rapporti etico-morali spirituali doveva nascere ciò che divide gli uomini, o li riunisce nell’amore. Gli ordinamenti degli uomini dovevano venir formati e armonizzati dall’Io cosciente. Questo è il contenuto delle parole, che il Cristo Gesù aggiunge, come seguito alla risposta che ha data a Pietro: «E qualunque cosa avrai legata sopra la Terra – (ciò che la natura più profonda lega in te) – è legata anche nei Cieli, e ciò che la medesima natura scioglie quaggiù sopra la Terra, sarà sciolto anche nei Cieli». –
Negli antichi tempi l’importanza del rapporto umano risiedeva nella consanguineità; ma l’uomo doveva sempre più svilupparsi nei rapporti spirituali e morali. Se teniamo conto di questo, dobbiamo dire: ciò che l’uomo fonda come comunità dovrà avere importanza per lui. Parlando dal punto di vista della scienza dello Spirito, possiamo dire: il singolo Karma degli uomini deve collegarsi col Karma delle comunità. Da quanto è stato esposto nei passati anni potete già sapere, che è altrettanto poco in contraddizione con l’idea del Karma l’elemosina fatta a un povero, quanto l’assunzione del Karma singolo di un uomo per parte di una comunità. La comunità può aiutare il singolo a portare la sua sorte. Il Karma può essere collegato in modo che la comunità aiuti il singolo a portare il suo Karma. Insomma può verificarsi la seguente combinazione morale: un singolo individuo di una comunità può commettere un fallo; questo fallo verrà certo registrato nel Karma di quella singola personalità, e deve essere riportato nel grande complesso cosmico. Ma può esservi un altro uomo che dica di volere aiutare il primo a sopportare il suo Karma. È necessità che il Karma si compia, ma si può essere aiutati da altri. Così delle intiere comunità possono aiutare colui che ha commesso un fallo. Un singolo può avere talmente contessuto il suo Karma con la comunità, che questa, considerandolo uno dei suoi membri, gli tolga coscientemente parte del Karma che gli spetterebbe; – l’intiera comunità è unita nel sentimento e nel desiderio di migliorare il singolo, di guisa che la comunità può dire: «tu, singolo uomo, hai agito male, ma noi ti rimpiazziamo! Ci assumiamo ciò che giova a migliorare il tuo Karma». Se la comunità è chiamata Chiesa, allora la Chiesa s’impone con ciò l’obbligo di prendere su di sè i peccati del singolo, di aiutarlo a sopportare il suo Karma. Non si tratta di ciò che si chiama oggi «remissione dei peccati», sibbene di un vero impegno, di un «assumersi dei peccati». Di questo si tratta: la comunità li assume coscientemente.
Se si interpreta il «legare» e lo «sciogliere» in questo modo, si dovrebbe, per ogni remissione dei peccati, ove la si comprenda bene, pensare al dovere che ne risulta per la comunità. Dal fatto che i fili del singolo vengono ad intessersi col Karma dell’intiera società, risulta una rete. La caratteristica di questa rete si è, che per virtù di ciò che il Cristo ha portato giù dalle Altezze Spirituali, essa deve riprodurre in sè l’ordinamento del Cielo, cioè – il Karma del singolo deve essere legato al Karma collettivo conformemente all’ordinamento del mondo spirituale, non dunque arbitrariamente, ma in modo, che l’organismo della comunità diventi una copia dell’ordinamento del Cielo. Questa scena della cosiddetta confessione di Pietro, per coloro che cominciano a comprenderla, acquista così un significato infinitamente profondo. È, per così dire, la fondazione dell’umanità avvenire basata sulla natura dell’Io. Questo è quello che si svolge in questo colloquio confidenziale fra il Cristo e i suoi discepoli più intimi: cioè, il Cristo trasferisce le forze che Egli porta giù dal Macrocosmo in ciò che i discepoli devono fondare. E da questo punto in avanti il Vangelo di Matteo, passo per passo, descrive l’ascesa dei discepoli verso ciò che può scorrere in essi dalla forza solare e dalla forza cosmica che l’Entità-Cristo raccoglie per trasferirla in loro. Sappiamo già che un aspetto dell’iniziazione è l’uscita nel macrocosmo; e poichè il Cristo è l’impulso a siffatta iniziazione, Egli guida i suoi discepoli conducendoli fuori nel Cosmo. Così come il singolo iniziando, quando attraversa questa iniziazione, si sviluppa coscientemente nel macrocosmo e impara a conoscerlo pezzo per pezzo, così il Cristo discende, per così dire, dal macrocosmo, e indica ovunque le forze che in quello si esplicano e affluiscono, e le trasmette ai discepoli.
Ieri già ho fatto notare come ciò si verifichi. Rappresentiamoci bene la scena: un uomo si addormenta. Allora giacciono nel letto il corpo fisico e quello eterico, mentre il corpo astrale e l’Io sono riversati nel Cosmo e le forze del Cosmo penetrano in essi. Se allora il Cristo si avvicinasse a quell’uomo, il Cristo sarebbe l’Entità la quale attira in lui coscientemente queste forze e lo illumina. E così appunto avviene nella scena che ci viene descritta: i discepoli s’inoltrano nell’ultima notte di veglia; allora vedono che quello che essi dapprima hanno creduto un fantasma è il Cristo, il quale fa scorrere in loro la forza del macrocosmo. Dalla descrizione si può toccar con mano come Egli guidasse i discepoli verso le forze del macrocosmo.
E le susseguenti scene del Vangelo di Matteo altro non rappresentano, se non come il Cristo guidi i discepoli passo per passo sulla via percorsa dall’iniziando. È come se il Cristo stesso attraversasse tutto ciò e guidasse per mano, passo per passo, i suoi discepoli verso le tappe, alle quali l’iniziando viene condotto. Vi dirò ora qualcosa che vi dimostrerà come il Cristo conduca i suoi discepoli passo per passo fuori nel macrocosmo. Quando si hanno visioni viventi del mondo spirituale e quando le forze chiaroveggenti crescono, s’impara a conoscere molto di ciò che prima non si può conoscere; s’impara a conoscere, per esempio, il vero rapporto delle progredienti condizioni di crescenza delle piante. La mente materialista dirà della pianta: ecco un fiore – supponiamo un fiore che porti frutto; – da esso si svilupperà il seme; si può prendere questo seme e immergerlo nella terra; il granello di seme si putrefà e comparisce una nuova pianta, la quale a sua volta porta semi e così continua di germoglio in germoglio. Il materialista penserà, che in questo processo, una parte materiale, sia pur minima, del granello di seme imputridito, debba essere stata trasmessa nella nuova pianta. Ma non è così. Effettivamente ciò che è materiale nell’antica pianta viene tutto distrutto. Si verifica un salto riguardo alla materia e la nuova pianta è materialmente qualcosa di affatto nuovo. Succede effettivamente una nuova formazione.
S’imparano a conoscere i rapporti più importanti del mondo soltanto quando si è imparato a comprendere e ad applicare questa legge peculiare all’intiero macrocosmo: cioè, che effettivamente si verificano dei salti nelle condizioni materiali. Nei Misteri si insisteva specialmente su questo fatto, e si diceva, che l’iniziando, uscendo nel cosmo, doveva imparare a un determinato gradino a conoscere le forze che effettuavano questi «salti». Orbene, in qualsiasi direzione ci si diriga, s’impara a conoscere qualcosa nel cosmo, quando ci si aiuta con le costellazioni del cielo. Queste funzionano allora come lettere. Quando ci sviluppiamo in questo modo in una determinata direzione, sperimentiamo il salto dagli antenati ai discendenti, tanto nel campo vegetale, animale o umano, quanto in quello dell’esistenza planetaria; perchè, per esempio, anche nel passaggio da Saturno al sole tutto quello che era materiale andò perduto. Rimase ciò che era spirituale – tutto ciò che era materiale perì. È lo spirituale che effettuò il salto. Così pure è successo nel passaggio dal sole alla luna, e dalla luna alla Terra. Questo fatto si verifica tanto in grande quanto in piccolo. Vi sono due segni che rappresentano questo processo a salti – uno antico, per mezzo di cui si rappresentava con scrittura figurata, piuttosto immaginativa, e un altro segno più recente. Potete trovare il segno nuovo nei calendari. Quando l’evoluzione progredisce ciò che è vecchio si arriccia – a un dipresso come una spirale; e la nuova evoluzione viene come una seconda spirale fuori dall’antica, procedendo ed esplicandosi dall’interiore verso l’esteriore. Ma la nuova evoluzione non procede in modo da riallacciarsi direttamente all’antica, poichè tra la fine dell’antica e il principio della nuova vi è un piccolo distacco; e soltanto dopo questo, la nuova evoluzione procede nel suo cammino.
Ci risulta dunque questo disegno: due spirali che s’intrecciano e nel centro un piccolo distacco. È il segno del «Cancro», che deve simboleggiare l’uscire e crescer fuori nel macrocosmo e rappresentare la formazione di qualunque nuovo germoglio in qualsiasi evoluzione. – Orbene, vi era anche un altro segno per rappresentare queste condizioni. Per quanto strano vi possa sembrare, questo segno era formato in modo, che riproduceva un asino e il suo puledro, ossia l’antenato e il discendente; questo segno doveva rappresentare il rapporto effettivo del passaggio da uno stato all’altro. Ed effettivamente anche la costellazione del Cancro, nelle antiche pitture, viene spesso rappresentata in questo modo, come un asino e il suo puledro. È utile conoscere questo. È un insegnamento importante che aiuta l’uomo a comprendere, come anche nell’ascesa nel macrocosmo vi sia un siffatto passaggio importante, per cui l’uomo si eleva al mondo spirituale, ma deve poi procurarsi delle nuove illuminazioni. Questo viene descritto correttamente quando, nel linguaggio stellare, si rappresenta il sole fisico che attraversa la costellazione del Cancro e, dopo aver raggiunto il punto culminante, discende nuovamente. Così è difatti, quando l’iniziando compie dapprima l’ascesa nel mondo spirituale per imparare a conoscere le forze, e dopo averle conosciute, le riporta giù seco per renderle proficue all’umanità.
Tanto nel Vangelo di Matteo quanto negli altri Vangeli vien raccontato, che il Cristo Gesù prospetta questo ai discepoli. E vien raccontato in modo, che Egli non agisce per mezzo della semplice parola, ma che presenta ai suoi discepoli l’immaginazione, il quadro vivente del suo muovere incontro a quelle altezze, alle quali l’umanità deve ormai salire per mezzo della propria evoluzione. Allora Egli si serve dell’immagine dell’asino e del suo puledro: cioè, Egli conduce i discepoli alla comprensione di ciò che nella vita spirituale corrisponde alla costellazione del Cancro. Questa è dunque espressione di qualcosa che è successo nei rapporti viventi spirituali fra il Cristo e i suoi discepoli, è cosa di tale maestà e grandiosità che non può essere espressa con parole umane di alcun linguaggio, occorre per esprimerla che il Cristo conduca i discepoli nelle condizioni del mondo spirituale, e procuri loro nelle condizioni fisiche delle riproduzioni del mondo macrocosmico. Allora Egli li conduce in alto fino al punto, in cui le forze degl’iniziati diventano nuovamente utili per l’umanità. Là Egli sta ad un’altezza che si può indicare soltanto dicendo: Egli sta all’altezza solare, nel segno del Cancro! Nessuna meraviglia perciò se il Vangelo di Matteo a questo punto fa notare, che la vita del Cristo nella sua epoca terrena è arrivata all’apice, e possentemente vi accenna con le parole: «Osanna nel più alto dei Cieli». – In questo ogni suono è scelto in modo, che per mezzo di ciò che allora si verifica i discepoli si sviluppano, perchè a sua volta, per mezzo di quello che si svolge in loro, possa svilupparsi nell’umanità ciò che ha potuto essere portato nell’evoluzione di essa dal Cristo Gesù.
E la storia della Pasqua, che segue, altro non è che l’affluire reale e vivente di ciò che doveva dapprima scorrere nei discepoli come un insegnamento – e poi fluire magicamente nell’umanità, per mezzo delle forze emanate dal Mistero del Golgotha. È così che dobbiamo comprendere la continuazione del Vangelo di Matteo. Comprenderemo allora pure come lo scrittore del Vangelo di Matteo sia sempre rimasto cosciente, che egli, per così dire, deve far notare il contrasto fra l’insegnamento vivente, che è stato udito dalle altezze cosmiche e che vale per i discepoli, e quello che può essere presentato a coloro che stanno al di fuori, e che non sono ricettivi per le forze del Cristo stesso. Perciò incontriamo tutti quei particolari nei «discorsi con gli Scribi e i Farisei» che esamineremo domani. Oggi però vogliamo ancora far notare, che il Cristo Gesù, dopo aver condotto innanzi i suoi discepoli per quanto era possibile, li ha fatto prender parte alle tappe, alle quali l’iniziando viene condotto, e ha fatto loro vedere che, se seguono questa via, sperimenteranno essi stessi il proprio sviluppo nel mondo spirituale del macrocosmo, perchè essi hanno disposizione all’iniziazione, e questa sta dinanzi a loro; essi così si svilupperanno nel mondo macrocosmico, dove potranno conoscere sempre più la vera natura del Cristo, dell’Essere che riempie tutti gli spazii spirituali, e che ha avuto la sua personificazione in Gesù di Nazareth. Cristo ha dovuto dire ai suoi discepoli, che essi andavano maturando verso questa iniziazione, che diventerebbero iniziati dell’umanità. Egli poteva anche richiamare la loro attenzione sul fatto, che ci si può sviluppare all’iniziazione indipendente soltanto lasciando con pazienza e perseveranza maturare l’interiorità.
Che cosa deve dunque svilupparsi nell’interiorità dell’uomo, quando l’interiorità va diventando sempre più possente e l’uomo evolve la forza chiaroveggente superiore? – Le sue disposizioni devono svilupparsi in modo, che egli possa accogliere le forze della Personalità spirituale, dello Spirito Vitale e dell’Uomo-Spirito. Ma la penetrazione dall’alto di quella forza che rende l’uomo iniziato, che lo fa partecipare ai Regni dei Cieli, dipende dal momento in cui l’uomo può diventare maturo, dipende dal Karma del singolo. Chi sa questo? Soltanto gli iniziati più elevati lo sanno; coloro che stanno sui gradini inferiori dell’iniziazione ancora non lo sanno. Quando qualche individualità è matura per elevarsi nel mondo spirituale, arriva anche per lei l’ora di penetrarci. Viene certamente; ma in modo, che l’uomo non se l’aspetta, viene come il ladro di notte! Ma come si sviluppa l’uomo nel mondo spirituale?
I Misteri antichi – e sotto un dato rapporto anche i nuovi – avevano tre gradini per l’iniziazione macrocosmica; il primo era quello in cui l’uomo si sviluppava in modo da percepire tutto ciò che si può percepire per mezzo della Personalità Spirituale; allora egli non è soltanto un uomo nel nuovo senso, bensì si è sviluppato a ciò che in ordine alle gerarchie si chiama la «natura angelica»; questa è la gerarchia che sta immediatamente al di sopra dell’uomo. Nei misteri persiani anche colui che si sviluppava nel macrocosmo, di guisa che la Personalità Spirituale agiva in lui, si chiamava un «Persiano», perchè un tale uomo non era più un singolo, – bensì apparteneva all’angiolo del popolo persiano; oppure lo si chiamava anche addirittura Natura di Angiolo – o di Dio. Il grado seguente è quello, in cui si desta corrispondentemente lo Spirito-Vitale; un uomo su questo gradino si chiamava un «eroe solare», nel senso dei misteri persiani, perchè egli accoglieva allora la forza del sole, si evolveva dal basso in alto verso le forze del sole, dove la forza spirituale del sole veniva incontro alla Terra; – lo si chiamava però anche un «Figliolo del Padre». E colui in cui dominava l’Atma o l’Uomo-Spirito si chiamava negli antichi misteri il «Padre». Questi erano i tre gradini dell’iniziando: angiolo, figliolo o eroe del sole – e Padre.
Soltanto gl’iniziati superiori possono giudicare quando l’iniziazione può risvegliarsi nell’uomo. Perciò il Cristo diceva: L’iniziazione verrà, se procedete più oltre sulle vie per le quali ora vi ho condotti, salirete nei Regni dei Cieli; ma l’ora non è conosciuta nè dagli angioli – che sono iniziati con la Personalità Spirituale, – nè dal Figliolo, – cioè, da coloro che sono iniziati con lo Spirito-Vitale, – ma soltanto dagl’iniziati più elevati che sono iniziati col «Padre». Nel Vangelo di Matteo, perciò, troviamo qui di nuovo delle parole assolutamente conformi alla tradizione dei misteri. E vedremo che l’annunzio dei Regni dei Cieli altro non è che la predizione ai discepoli, che essi sperimenteranno l’iniziazione. Il Cristo Gesù del Vangelo di Matteo esprime chiaramente, che Egli intende appunto questo. Se si legge il passo in quistione correttamente, risulta evidente, che il Cristo accenna a degli speciali insegnamenti allora correnti, sul modo di ascendere nei Regni dei Cieli. Questo svilupparsi per penetrare nei Regni dei Cieli era stato allora interpretato materialisticamente, perchè si credeva che tutta la Terra vi avrebbe partecipato, mentre si sarebbe dovuto sapere, che soltanto alcuni degl’iniziandi arrivavano a svilupparsi per mezzo della loro iniziazione; cioè, regnava l’opinione fra alcune persone, che ben presto si sarebbe verificata materialmente una trasformazione della Terra in Cielo. E il Cristo richiama specialmente l’attenzione sul fatto, che alcuni avranno quella credenza; Egli li chiama Profeti mentitori e falsi Messia. Perciò è veramente strano, che oggidì ancora alcuni degl’interpreti dei Vangeli raccontino, che l’idea del materiale avvicinarsi di un regno divino sia stato un insegnamento di Cristo Gesù stesso. Chi può veramente leggere il Vangelo di Matteo sa che il Cristo intende parlare di un processo spirituale, verso il quale l’iniziando si sviluppa, al quale però nel corso dell’evoluzione della Terra l’intiera umanità, che si attiene al Cristo, si svilupperà – ma si svilupperà in quanto la Terra stessa si spiritualizza.
Da questo aspetto pure dobbiamo esaminare profondamente l’intiera costruzione del Vangelo di Matteo e allora, anche di fronte a quest’ultimo, c’invade un sentimento di profonda venerazione, tanto più che nessun altro Vangelo ci conduce così facilmente a rilevare in modo esatto come il Cristo Gesù istruisca i suoi discepoli anzitutto dal punto di vista dell’Io. Vediamo attorno a Lui i suoi discepoli, che vedono operare attraverso il corpo umano le forze del cosmo. Lo vediamo condurre i suoi discepoli per mano, perchè essi possano imparare ciò che l’iniziando impara. Scopriamo dei rapporti umani e come essi si possano formare attorno al Cristo Gesù. È questo che ci rende il Vangelo di Matteo così umanamente affine. Per mezzo di questo Vangelo impariamo così bene a conoscere l’Uomo, Gesù di Nazareth, il portatore del Cristo; impariamo a conoscere tutto ciò che Egli opera nel mentre discende nella natura umana. Sì, perfino i processi celesti sono rivestiti nei fatti del Vangelo di Matteo di condizioni quanto mai umane. E come questo si verifichi pure in altri casi e non soltanto per le condizioni dell’iniziazione parleremo nella prossima e ultima conferenza.
Quando consideriamo l’evoluzione dell’umanità e come, nel senso della nostra scienza dello Spirito, essa proceda di grado in grado, deve in essa apparirci specialmente importante il fatto, che l’uomo – tornando sempre a incarnarsi nelle varie singole epoche – ascende e raggiunge dei gradi di perfezione sempre più elevati, per poter finalmente trasformare nel suo intimo, a poco a poco, in forze di azione, le speciali finalità adeguate appunto ai singoli gradi planetari di evoluzione. Vediamo così da un canto l’uomo ascendere e tendere con questa evoluzione al suo scopo divino. Ma l’uomo non potrebbe mai evolversi fino all’altezza a cui deve elevarsi, se non venisse, in certo modo, aiutato da entità, le quali hanno percorso nell’universo vie di evoluzione diverse da quella dell’uomo. Di tempo in tempo, – così possiamo esprimerci – degli esseri penetrano da altre sfere nella nostra evoluzione terrestre e si uniscono con l’evoluzione umana per inalzare l’uomo alla loro propria altezza. Possiamo esprimere questo in modo generale, perfino per i passati stati planetari della nostra esistenza terrestre, dicendo, per esempio, che già nell’antica fase saturnea, delle entità elevate, i Troni, hanno sacrificato la loro sostanza di Volontà, perchè da essa venisse formato il primo germe del corpo fisico umano. Questo è soltanto un esempio in grande. Ma delle entità discendono sempre nell’umanità – è permesso servirci di questa espressione – le quali nella loro evoluzione hanno preceduto l’uomo; ed esse si uniscono all’evoluzione umana dimorando temporaneamente in un’anima umana, dentro a un essere umano, o, come si suol dire, assumendo forma umana; se si vuole esprimere più superficialmente si può dire, che sorgono nell’anima umana come una forza ispiratrice, che penetra in quest’anima umana di guisa che un siffatto essere umano viene animato da un Dio, e può esercitare nell’evoluzione una maggiore azione di quella che ad un altro uomo non sia dato esercitare.
La nostra epoca, compenetrata di concezioni livellatrici e materialistiche, non ode volentieri tali cose. Vorrei dire: la nostra epoca serba soltanto un ultimo rudimento dell’idea appunto espressa, e cioè, che un uomo possa peregrinare per il mondo, compenetrato, in certo modo, da un’entità discesa da regioni superiori che parla a lui. Se all’uomo moderno venisse proposto di accogliere un’idea siffatta, egli la respingerebbe, reputandola un assoluto pregiudizio. Ma l’uomo nondimeno ha conservato un residuo di quell’idea anche nella nostra epoca materialistica, sebbene questo residuo si nasconda in lui sotto forma di credenza incosciente nei miracoli; egli crede, cioè, ancora al sorgere qua o là di personalità geniali, di «genii». Dalla grande massa degli uomini, anche per l’abituale coscienza umana, emergono dei genii, dei quali si dice: nella loro anima germogliano capacità diverse da quelle che ordinariamente si trovano nella natura umana. A questi «genii» si crede ancora, per lo meno nella nostra epoca. Ma vi sono però anche dei circoli, in cui non si crede più ai genii e in cui vien decretato che non ve ne sono, perchè il pensiero materialistico non comprende più i fatti della vita spirituale. Ma fra la maggior parte degli uomini ancora persiste la credenza nei «genii». E se non vogliamo ritenere che la credenza sia completamente vuota, si deve dire, che per il tramite di un genio che voglia far progredire l’evoluzione dell’umanità, parla, della natura umana, una forza diversa dalle abituali forze umane. Se però si tenesse il debito conto degl’insegnamenti che conoscono il vero stato di fatto riguardo a tali genii, ci si renderebbe conto, quando un uomo si presenta come subitamente invaso da qualcosa di straordinariamente buono, grande e possente, che una forza spirituale è discesa in lui e ha preso, in certo qual modo, possesso di quello in cui siffatte entità devono agire – cioè, dell’interiorità dell’uomo stesso. Al pensatore antroposofico dovrebbe riuscire evidente, a priori, che queste due cose sono possibili: e cioè, l’elevazione evolutiva dell’uomo verso le altezze divine – e la discesa di entità divino-spirituali in corpi umani o in anime umane.
Nel mio dramma «Il Mistero dei Rosacroce» l’attenzione viene a un dato punto richiamata sul fatto, che quando qualche evento importante deve verificarsi nell’evoluzione dell’umanità, un essere divino deve, per così dire, unirsi a un’anima umana e compenetrarla. Questa è una necessità dell’evoluzione dell’umanità.
Per comprendere questo fatto, nei riguardi della nostra evoluzione spirituale terrestre, ricordiamoci come la Terra, al suo inizio, fosse ancora unita col sole, da cui oggi sta distaccata, e che è soltanto più tardi, a un dato momento del remotissimo passato, che il sole e la Terra si sono separate. L’antroposofo naturalmente sa, che con ciò non si tratta di un semplice distacco materiale della materia terrestre da quella solare, sibbene del distaccarsi delle entità divino-spirituali che erano collegate col sole, o con gli altri pianeti materiali. Dopo il distacco della Terra dal sole rimasero unite con la Terra alcune entità spirituali, mentre rimasero unite col sole altre entità spirituali, le quali, perchè si erano sviluppate oltre le condizioni terrestri, non potevano completare la loro ulteriore evoluzione cosmica sulla Terra, ma uscirono dalla medesima e trasferirono la loro dimora sul sole. Abbiamo dunque il fatto, che una specie di entità spirituali rimase più strettamente unita con la Terra, mentre le altre entità effondevano dal sole la loro azione sull’esistenza terrestre. Dopo il distacco del sole vi sono dunque, per così dire, due campi d’azione; il campo d’azione della Terra con le sue entità... e il campo d’azione del sole con le sue entità. Orbene, quelle entità spirituali che da una sfera superiore possono essere utili all’uomo, sono appunto quelle, le quali dalla Terra hanno trasferito il loro campo d’azione sul sole. E dalla sfera degli esseri che appartengono al campo d’azione del sole provengono quelle entità, che di tempo in tempo si uniscono con l’umanità della Terra, per far progredire l’evoluzione terrestre e quella dell’umanità.
Nei miti dei popoli sempre troviamo questi «eroi solari», delle entità, cioè, che dalle sfere spirituali esercitano la loro azione nell’evoluzione dell’umanità. E un uomo pervaso, compenetrato da un’entità solare siffatta si trova essere, rispetto a ciò che si affaccia esteriormente, un’entità molto superiore di quel che a noi non palesi. L’esteriore è un’illusione, è Maya – e dietro alla Maya sta il vero essere; e questo può essere intuito soltanto da chi può penetrare con lo sguardo nelle profondità più intime di una natura siffatta.
Nei misteri sempre è stato conosciuto e ancora si conosce questo duplice aspetto del corso evolutivo dell’umanità. Si distinguevano e ancora si distinguono, per così dire, degli spiriti divini che discendono dalle sfere spirituali – e degli uomini che dalla Terra ascendono agli arcani spirituali attraverso l’iniziazione. – Quale entità è quella del Cristo?
Abbiamo visto ieri, che indicandolo come «il Cristo, il Figliolo del Dio vivente», Egli è un’entità discendente. Se si volesse denominare con un termine della filosofia orientale lo si chiamerebbe un’entità «avatarica», un Dio discendente. Ma si tratta di una siffatta entità discendente soltanto a partire da un determinato momento. Quella che deve apparirci come tale ci viene descritta dai quattro Evangelisti – Matteo – Marco – Luca e Giovanni – da tutti e quattro. Al momento del battesimo di Giovanni questa entità discende, per così dire, dalla sfera dell’esistenza solare sulla nostra Terra e si unisce con un’entità umana. Dobbiamo ora renderci chiaramente conto, che nel senso dei quattro Evangelisti questa entità solare è più grande delle altre entità avatariche, più grande degli altri esseri solari che mai siano discesi. Perciò essa richiede che dagli uomini le cresca a sua volta incontro, per così dire, un’entità umana appositamente preparata. Dell’essere solare dunque, del «Figlio del Dio vivente», che viene incontro all’uomo per aiutarne l’evoluzione, ci parlano, i quattro Evangelisti; di quell’uomo invece, il quale gli cresce incontro per poter accogliere questo Essere solare, ci parlano soltanto il Vangelo di Matteo e il Vangelo di Luca. Essi riferiscono come l’uomo aspiri e tenda per trent’anni verso il grande momento, in cui egli potrà accogliere in sè l’Essere solare. E poichè l’Entità che indichiamo come Entità-Cristo è un’Entità così universale, così vasta, gli involucri corporei capaci di poter accogliere questo Essere non possono venir preparati in modo semplice. Occorre che all’Essere solare discendente vadano crescendo incontro un involucro fisico e un involucro eterico preparati in modo affatto speciale; esaminando il Vangelo di Matteo abbiamo veduto da dove essi provengano. Ma da quella medesima entità dalla quale, nel senso del Vangelo di Matteo, sono stati preparati per quell’Essere solare l’involucro fisico e l’involucro eterico passati attraverso le quarantadue generazioni del popolo ebreo, da questi medesimi involucri non poteva al contempo venir preparato l’involucro astrale e neppure il veicolo del vero Io. Occorreva per questo una speciale organizzazione, la quale venne conseguita per mezzo di un’altra entità umana, di cui ci racconta il Vangelo di Luca, quando c’informa della storia giovanile del cosiddetto Gesù Nathanico. Abbiamo visto poi che i due Gesù – quello di Matteo e quello di Luca – diventano uno solo, mentre l’entità, la quale come entità-Io prese dapprima possesso degl’involucri corporei di cui ci parla il Vangelo di Matteo, ossia l’individualità di Zarathustra, abbandona il dodicenne Gesù del Vangelo di Matteo e penetra nel Gesù Nathanico del Vangelo di Luca, per continuare in quest’ultimo a vivere e per formare il corpo astrale e il veicolo dell’Io, con le qualità che essa individualità si era acquistate nel corpo fisico e nel corpo eterico, appositamente preparati, del Gesù di Matteo; e ciò fece, perchè, gli arti superiori potessero maturare e accogliere nel trentesimo anno l’Entità che discendeva dalle regioni superiori.
Se si volesse descrivere l’intiero procedimento nel senso del Vangelo di Matteo, si dovrebbe dire: lo scrittore del Vangelo di Matteo considerava anzitutto questo fatto: «Quale corpo fisico e quale corpo eterico possono servire una volta per dimora all’Entità-Cristo sulla Terra?» E per virtù di ciò che egli sapeva, rispondeva alla domanda nel modo seguente: perchè questo corpo fisico e questo corpo eterico potessero allora venir preparati, occorreva, che attraverso le quarantadue generazioni del popolo ebreo tutti i germi, che erano stati posti una volta in Abraham, si sviluppassero completamente, in modo che, per via di eredità, venissero formati quello speciale corpo fisico e quello speciale corpo eterico che appunto occorrevano. Egli aggiungeva inoltre, che un corpo fisico e un corpo eterico siffatti potevano essere strumenti e arnesi adatti soltanto se la grande individualità che aveva preparato l’umanità ad accogliere e a comprendere il Cristo, cioè, l’individualità di Zarathustra, se ne fosse prima servito; ed essa difatti se ne poteva servire, per quel tanto che questi strumenti offrivano la possibilità di un’evoluzione, e cioè, fino al dodicesimo anno; questa individualità ha dovuto poi abbandonare il corpo del Gesù di Matteo e trasferirsi in certo modo nel corpo del Gesù di Luca. Allora lo scrittore del Vangelo di Matteo rivolge il suo sguardo al Gesù di Luca, e in questo segue ormai la vita di Zarathustra fino al trentesimo anno. Allora è arrivato il momento in cui Zarathustra ha portato il corpo astrale e l’Io a tale punto di perfezione, che egli può ormai sacrificare tutto, perchè lo Spirito Solare, l’Entità delle sfere spirituali, possa dall’alto prender dimora in essi. Questo fatto viene indicato nel Battesimo di Giovanni.
Se volgiamo nuovamente il pensiero a quel distacco della Terra dal sole e teniamo presente, che delle entità si sono allora pure distaccate dalla Terra, le entità, cioè, di cui il Cristo era la Guida superiore, diremo: vi sono entità le quali estendono la loro azione soltanto a poco a poco sulla Terra, così come pure il Cristo ha potuto far sentire la sua influenza sulla Terra soltanto nel corso del tempo. Ma il distacco solare era accompagnato anche da un altro fatto. A questo proposito dobbiamo ricordarci di qualcosa già spesso detto; che l’antica esistenza di Saturno era relativamente semplice come sostanzialità. Era un’esistenza nel fuoco o nel calore. Sull’antico Saturno non vi erano ancora nè aria nè acqua, e neppure l’etere luce. Questo si è presentato soltanto durante l’esistenza solare. Durante l’esistenza lunare vi si aggiunse poi come secondo stato di densificazione il liquido – e come ulteriore stato di raffinamento l’etere del suono, ossia sonoro. E durante l’esistenza terrestre vi si è aggiunto come stato di densificazione il solido, ossia lo stato terreo – e come stato di raffinamento ciò che chiamiamo l’etere vitale; abbiamo così sulla Terra calore, aria o gas, l’acqueo o il liquido, e lo stato solido o terreo – e come stati di raffinamento: l’etere luce, l’etere del suono o sonoro, e l’etere vitale che è lo stato eterico più raffinato che si conosca.
Orbene, con il distacco del sole si è distaccata dalla Terra non soltanto la materialità del sole, ma se ne allontanò contemporaneamente anche la spiritualità di esso. Questa ritornò sulla Terra soltanto gradatamente – ma non completamente. (Ho già spiegato questo fatto a Monaco, nelle conferenze sulla Genesi, perciò lo ricorderò qui soltanto brevemente). Degli stati superiori, per così dire, eterici, l’uomo percepisce sulla Terra il calore, l’etere-calore, e tutt’al più anche la luce; tutto ciò che egli percepisce come suono, non è che un riflesso del vero suono che sta nell’etere – è una materializzazione di esso. Quando si parla dell’«etere suono» s’intende il veicolo di ciò che è conosciuto come «armonia delle sfere», e che non si può udire che per mezzo della chiaroudienza. Il sole, così come esso è ora fisicamente, invia veramente la sua luce alla Terra, ma nel sole vive anche questo stato più elevato. Già spesso si è detto non essere vane le parole delle persone che sanno questo e che dicono come Goethe:
Delle sfere fraterne al vivo raggio
L’antichissimo canto intuona il Sole;
E corre infaticato a suo viaggio,
Come la folgor suole.
Qui viene accennato all’armonia delle sfere, a ciò che vive nell’etere sonoro. Ma l’uomo può sperimentare quell’armonia soltanto quando si eleva per mezzo dell’iniziazione, o quando un essere solare discende appositamente per comunicarla a qualche uomo specialmente destinato a strumento di evoluzione per gli altri uomini. A un uomo siffatto il sole comincia a risuonare, le armonie delle sfere si fanno udire. – E al di sopra dell’etere sonoro vi è l’etere vitale. E così come a base del semplice suono, come contenuto superiore, come interiorità, come elemento anima vi è la «parola» il suono, o il senso, così del pari all’etere vitale è unito il senso, la parola – lo stesso che più tardi in persiano si è chiamato «honover» e ciò che Giovanni l’Evangelista chiama il «Logos» quale suono pieno di senno, proprio dell’Essere Solare.
E Zarathustra, nei primissimi tempi della nostra evoluzione postatlantea, apparteneva appunto a quegli eletti, che nel corso del tempo non rimanevano sordi di fronte a questo sole risonante, a questo sole parlante e alle sue entità. E non è un semplice mito, ma è letteralmente verità, che anche Zarathustra ha ricevuto la sua istruzione dalla parola solare. Egli era divenuto capace di accogliere questa parola solare. E quegl’insegnamenti possenti, maestosi, che l’antico Zarathustra ha comunicato ai suoi discepoli che cosa erano in ultima analisi? Si possono indicare nel seguente modo: Zarathustra era uno strumento, per il tramite del quale risuonava il suono, il senso della Parola Solare stessa. Perciò la leggenda persiana parla della «parola solare», che si manifesta per bocca di Zarathustra – della parola misteriosa, che risiede dietro all’esistenza solare. Così dice quella leggenda, quando parla del corpo astrale del sole, di «Ahura Mazdao»; ma essa parla anche della «Parola Solare», che poi nelle traduzioni greche è stata chiamata il «Logos».
Se guardiamo l’antico Zarathustra vediamo che perfino lui, personalità tanto elevata, non era ancora iniziato in quegli antichi tempi in modo da accogliere coscientemente ciò che allora doveva parlare nell’uomo; l’anima di una personalità siffatta era, per così dire, pervasa da qualcosa di superiore fino a cui non si era ancora evoluta. Zarathustra poteva insegnare di Ahura-Mazdao, perchè l’aura solare gli si rivelava, perchè l’entità spirituale Ahura-Mazdao risuonava in lui, perchè attraverso di lui parlava la Parola Solare, la grande Aura, la luce mondiale; la corporeità esteriore del Dio solare, il quale proiettava sugli uomini le sue influenze, era come presente anche là, dove gli uomini non l’avevano ancora sulla Terra stessa. E la Parola solare costituiva allora piuttosto l’interiorità. Nel senso di Zarathustra si potrebbe dunque dire: egli insegnava a coloro che erano i suoi discepoli: «Dovete rendervi conto, che dietro alla luce solare fisica vi è una luce spirituale. Come dietro l’uomo fisico vi è la sua astralità, l’aura, così pure dietro il sole vi è la «Grande Aura». Questo sole fisico, in certo qual modo, va considerato come il corpo di luce di un Essere, che discenderà una volta sulla Terra; è, per così dire, la corporeità esteriore che s’impara a conoscere per mezzo della visione chiaroveggente; e dentro a questa corporeità vi è ancora un’interiorità, un elemento anima. Come l’elemento anima si esprime attraverso il suono, così per il tramite dell’Aura Solare si fa strada la Parola Solare, il Logos Solare». E Zarathustra poteva promettere questo all’umanità: che dalle sfere divine spirituali verrebbe una volta la Grande Aura, l’Essere di Luce, e che l’anima dell’Essere di Luce sarebbe la Parola Solare. La sorgente profetica di questo annunzio risale all’antico Zarathustra. In Zarathustra troviamo la saggezza profetica della venuta dell’Aura Solare e della Parola Solare.
Orbene, nei Misteri, veniva trasmessa da un’epoca all’altra la novella, che all’umanità era stata predetta la venuta del Logos Solare, della Parola Solare. E questa novella è stata ognora la grande consolazione e la speranza di coloro, che entro l’evoluzione dell’umanità speravano e aspiravano verso l’alto. E degl’insegnamenti sempre più esatti potevano venir comunicati agli uomini dagli Spiriti solari minori, che si univano con la Terra, e i quali, in ultima analisi, erano messaggeri della Parola solare, dello Spirito della luce solare, dell’Aura solare.
Questa era una parte della tradizione dei misteri come si è trasmessa attraverso le epoche. L’altra parte consisteva nel fatto, che gli uomini dovevano non soltanto imparare, ma anche mettere in pratica la possibilità di evolversi per muovere incontro a ciò che scende sulla Terra. Ma nei tempi precristiani ancora non si poteva credere che il singolo e debole uomo potesse da solo, senz’altro, crescere incontro al grande Essere solare, alla Guida degli spiriti solari, al Cristo. Non era possibile che un singolo uomo potesse arrivare a questo per virtù di una qualsiasi iniziazione. Perciò il Vangelo di Matteo descrive come, in certo modo, tutte le linfe del popolo ebreo siano state riunite per poter formare un uomo siffatto. D’altra parte nel Vangelo di Luca sta descritto come, attraverso i settantasette gradini, fosse stato filtrato quanto di meglio in generale vi era nell’uomo terrestre, perchè un corpo adeguato potesse crescere incontro al grande Essere che doveva discendere sulla Terra.
Nei misteri, naturalmente, coloro a cui andava impartito l’insegnamento e sui quali bisognava influire, erano uomini, per così dire, deboli – non si trattava affatto di uomini capaci di abbracciare l’intiero campo di ciò che sta dinanzi agli uomini, o che un singolo uomo può conseguire per mezzo della sua evoluzione. Negli antichi misteri, perciò, coloro che dovevano essere iniziati nei segreti dei medesimi si ripartivano in determinate classi, le quali dovevano avvicinarsi ai segreti in tanti modi diversi. Alcuni venivano, per così dire, istruiti in modo speciale, su come l’uomo esteriore debba vivere, su ciò che l’uomo esteriore deve compiere per diventare uno strumento adatto, un tempio per l’Entità solare che doveva discendere. Ma vi erano anche dei discepoli dei misteri, di cui l’attenzione veniva specialmente richiamata su ciò che l’anima deve silenziosamente evolvere in sè stessa, se vuole arrivare a comprendere, a sentire e a sperimentare uno Spirito solare. Potete voi immaginarvi che fosse naturale, che nei misteri vi fossero dei discepoli, i quali avevano in certo qual modo il compito di regolare la loro vita esteriore, e i quali venivano sorvegliati con speciale cura fin dalla loro prima infanzia, perchè il loro corpo seguisse un’evoluzione, che permettesse loro di divenire il veicolo, di divenire il tempio per uno Spirito solare discendente? Così era però negli antichi tempi e, in ultima analisi, anche nei nuovi, sebbene in questi ultimi le concezioni materialistiche esteriori del mondo non permettano di accorgersene. Supponiamo il momento, in cui un’entità superiore debba discendere dalle sfere spirituali per dare un nuovo impulso all’umanità. Coloro che servono nei misteri devono aspettare un tale momento; essi hanno il compito di rivelare i segni del tempo. Con completa calma e rassegnazione e senza rumore, essi hanno atteso il momento, in cui un Dio discende dalle altezze celesti, per dare all’umanità una spinta in avanti. È però pure loro compito di sorvegliare l’umanità esteriore per trovare qualche personalità, che possa venir guidata e diretta, al fine di renderla adatta ad accogliere un’entità siffatta. Orbene, se l’essere che deve discendere è di natura eccezionalmente elevata, occorre che l’uomo, che deve diventare il tempio per tale essere, venga guidato fin dalla primissima infanzia. E così avviene difatti; soltanto non lo si osserva. Più tardi soltanto, quando si narra la storia di tali uomini si scoprono delle determinate linee fondamentali; se anche si presentano in modo diverso nell’aspetto esteriore delle condizioni della loro vita, pur nondimeno vi è fra essi una certa somiglianza. Perciò si può dire: se volgiamo indietro lo sguardo sul corso dell’evoluzione dell’umanità troviamo ovunque degli esseri, che presentano una certa similarità nel corso della loro vita, anche nei riguardi della biografia esteriore. Questo non si può negare, ed è risultato evidente anche alle ricerche dei tempi moderni. E in molte opere in voga, di erudizione, però non molto profonda, si trovano delle tabelle, che registrano le similarità fra le biografie di tali personalità. Per esempio, il Prof. Jensen (di Marburg) ha raccolto le similarità fra le biografie dell’antico babilonese Gilgamesch, di Mosè, di Gesù e di Paolo. Egli ne fa delle bellissime tabelle; prende alcune vicende della vita di ognuna di queste personalità – questi singoli eventi si possono benissimo paragonare – e ne risultano così delle somiglianze straordinarie, delle somiglianze, invero, di fronte alle quali il nostro senso materialistico rimane del tutto stupefatto. La conclusione che ne vien tratta è naturalmente quella, che un mito è copiato dall’altro; che lo scrittore della vita di Gesù ha copiato dalla biografia dell’antico babilonese Gilgamesch, che la biografia di Mosè non è che una copia di un antico epos – e in ultimo ne risulta la conclusione che nessuno di essi, nè Mosè, nè Gesù, nè Paolo sia mai esistito come personalità fisica! Generalmente gli uomini non sospettano affatto fin dove le cosidette ricerche sono arrivate, con la loro interpretazione materialistica della quistione.
Questa somiglianza delle biografie deriva soltanto dal fatto, che effettivamente queste personalità, che devono accogliere un Essere divino, devono essere tutte ugualmente guidate, ugualmente dirette; e non c’è da meravigliarsene, quando ci si rende conto del corso più profondo dell’evoluzione dell’umanità e del mondo. Perciò non soltanto la mitologia comparata, ma anche il deliziarsi nella ricerca di analogie fra i miti non è, in fondo, che un passatempo raffinato. Non se ne conclude niente. A che serve stabilire una relativa analogia fra la vita del Sigfrido tedesco e quella di un qualsiasi altro eroe greco e di altro paese? È naturale che vi siano delle analogie. L’apparenza dei panneggiamenti poco importa, interessa sapere chi ci sta dentro! Non importa conoscere il corso più o meno diverso della vita di Sigfrido, ma interessa sapere quale è l’individualità che sta in lui. Ma queste cose non possono essere accertate che dall’investigazione occulta. Ciò che dobbiamo osservare a questo riguardo si è, che siffatti uomini, destinati a divenire il tempio per un essere che promuove il progresso dell’umanità, vengono guidati nella loro vita in un determinato modo; da un determinato aspetto perciò si riscontra un corso uguale e parallelo nei tratti fondamentali della loro vita. Da tempi antichissimi perciò esistevano nei templi dei misteri delle norme, che regolavano ciò che doveva succedere a siffatti uomini. E fra queste norme ve ne erano alcune anche nei segreti degli Esseni riguardo al Cristo Gesù; esse indicavano come dovrebbero essere quegli esseri umani, che come Gesù Salomonico e come Gesù Nathanico, erano destinati a crescere incontro al sublime Essere solare, al Cristo. Ma non tutti i discepoli erano iniziati in tutto. Vi erano diverse classi e generi di iniziati. Ve ne erano difatti alcuni, i quali sapevano sopratutto, ciò che un essere umano, destinato a crescere all’incontro di Dio, doveva attraversare, per poter divenire degno di accogliere il Dio; e ve ne erano altri, a cui era noto come il Dio si comporti quando si palesa in un uomo: quando (per esprimersi alla buona) si palesa, per così dire, come «genio». Perchè oggidì gli uomini non si accorgono neppure che i «genii» rivelano pure delle analogie fra di loro quando prendono possesso di un uomo. Ma oggigiorno del resto non si scrivono le biografie dal punto di vista spirituale. Perchè se, per esempio, si volesse descrivere il genio di Goethe dal punto di vista spirituale, vi si troverebbe una meravigliosa somiglianza col genio, per esempio, di Dante, di Omero, di Eschilo. Oggidì però non si scrivono biografie dal punto di vista spirituale, bensì si fanno degli schedari, che registrano i dettagli riguardanti la vita esteriore di siffatti uomini. Questo interessa molto di più la gente. Abbiamo così oggi un’abbondante raccolta di schede riguardanti la vita di Goethe – ma ancora nessuna vera descrizione di ciò che Goethe era realmente. Sì, l’umanità, – sotto un certo riguardo – ed effettivamente con stragrande superbia – si rivela incapace oggidì di seguire l’evoluzione del genio nella personalità umana, e vi è oggi la tendenza, diciamo, di mettere in evidenza le primissime forme giovanili dei poemi dei nostri grandi poeti, e di affermare che la freschezza e l’originalità vive in queste forme giovanili come qualcosa di elementare, – mentre che negli anni successivi questi uomini l’hanno persa e sono diventati vecchi. Ma il vero si è, che gli uomini, nella loro presunzione, vogliono comprendere soltanto i poeti giovani, e non vogliono seguire ciò che i poeti hanno sperimentato. Gli uomini si vantano, come di un grande merito, del fatto, che essi si arrestano ai giovani, i vecchi li disprezzano, e non si accorgono invece, che i vecchi non sono diventati «vecchi», ma che essi, invece, sono restati bambini. Questo è un errore quasi generale. Ma siccome è così profondamente radicato, non è da meravigliarsi che vi sia tanto poca comprensione per il fatto, che un essere divino possa prender dimora in una personalità umana, e che, in ultima analisi, l’esplicazione della vita di un siffatto essere divino nei diversi esseri umani sia, nelle varie epoche, analogo.
Siccome occorrevano molte cognizioni per intendere siffatti rapporti profondi, questi campi venivano appunto divisi in tante classificazioni diverse. Non dobbiamo perciò sorprenderci, se in alcune classi dei misteri veniva insegnato, come l’uomo si prepari per svilupparsi fino all’Essere divino; mentre in altre classi veniva insegnato, come l’interiorità dell’Essere di Luce, del Logos, della Parola solare, contenuta nell’aura dell’Essere solare, venga discendendo. Nel Cristo abbiamo dunque questo processo di discesa nella forma più complicata. E non ci sarebbe affatto da meravigliarsi, se fossero occorse anche più di quattro persone per comprendere questo grande e possente evento; ma furono quattro a occuparsene. Due, – gli scrittori del Vangelo di Matteo e del Vangelo di Luca – si sforzarono di descrivere la personalità che andava crescendo incontro all’Essere solare discendente – Matteo, nei riguardi del corpo fisico e del corpo eterico, Luca, nei riguardi del corpo astrale e del veicolo dell’Io. Marco – invece, non si cura di ciò che va crescendo incontro all’Essere solare: egli descrive l’Aura Solare, la grande Aura, il corpo di Luce, la Luce spirituale, che opera attraverso gli spazii mondiali e che agisce nella figura del Cristo Gesù. Egli comincia perciò subito con il battesimo di Giovanni, quando discende la Luce cosmica. E nel Vangelo di Giovanni ci viene descritta l’anima di questo Spirito solare, il Logos, la Parola solare, l’Interiorità. Il Vangelo di Giovanni, perciò, è anche il più intimo dei Vangeli.
Così vedete come sono ripartiti questi fatti e l’Entità complicata del Cristo Gesù vi viene presentata sotto quattro aspetti. Il Cristo perciò ci vien presentato nel Gesù di Nazareth da tutti e quattro gli Evangelisti; ma ognuno di questi quattro scrittori dei Vangeli è, in certo modo, costretto ad attenersi al proprio punto di partenza; perchè è da questo che egli è arrivato alla sua vista chiaroveggente, necessaria a poter descrivere quella Entità complicata. – Rappresentiamoci bene questo fatto; perchè esso penetri veramente nella nostra anima.
Matteo è costretto a dirigere lo sguardo sulla nascita del Gesù salomonico, e di rintracciare come le forze del corpo fisico e del corpo eterico vengano preparate, e come questi involucri vengano poi abbandonati da Zarathustra, il quale trasporta seco, nel Gesù del Vangelo di Luca, ciò che egli si è acquistato nel corpo fisico e nel corpo eterico del Gesù salomonico. Allora lo scrittore del Vangelo di Matteo deve seguire con la sua narrazione ciò che dapprima non ha descritto. Ma egli segue principalmente (quello appunto da cui è partito) la sorte di ciò che in fatto di conquiste e di risultati si è trasferito dal Gesù salomonico nel Gesù nathanico.
Il suo sguardo non si posa molto sulla parte elementare nel corpo astrale e nel veicolo dell’Io del Gesù di Luca, ma piuttosto su ciò che dal proprio Gesù è passato in quello. E quando Matteo descrive l’Essere solare che è disceso, allora egli di nuovo si preoccupa sopratutto di quelle capacità, che Gesù poteva avere soltanto per il fatto di aver potuto elaborare il corpo fisico e il corpo eterico nel Gesù salomonico. Questo naturalmente si poteva ancora osservare nel Cristo; perchè queste capacità vi erano, e Matteo segue con speciale cura questa parte del Cristo Gesù che fin dal principio egli prese in considerazione, perchè per lui era importante.
Lo scrittore del Vangelo di Marco dirige lo sguardo fin da principio sullo Spirito solare che discende dal cielo. Egli non segue un essere terrestre; per lui ciò che si aggira in quel corpo fisico non è che un mezzo per rappresentare quello che in quel corpo ha operato come Spirito solare. Egli richiama perciò l’attenzione sui fatti, che può seguire, cioè, sul modo come agiscono le forze dello Spirito solare. Perciò molte cose risultano uguali in Matteo e in Marco; ma hanno punti di vista diversi; uno descrive piuttosto il carattere dell’involucro, e fa notare specialmente, come le capacità che già erano state accolte nei primi anni si palesino negli anni successivi; e descrive anche in modo, che si veda la speciale azione di queste capacità. Lo scrittore del Vangelo di Marco, invece, si serve della forma del Gesù fisico soltanto per dimostrare ciò che lo Spirito solare può operare sulla Terra. Questo si verifica fino nei più piccoli particolari. Dovete tener conto, se volete veramente comprendere i Vangeli in tutti i loro dettagli, che lo sguardo degli Evangelisti rimane sempre fissato su ciò a cui fin dal principio essi l’hanno diretto.
Lo scrittore del Vangelo di Luca tien perciò specialmente conto di quello che a lui importa: il corpo astrale e il veicolo dell’Io; dà rilievo dunque a ciò che questa Entità sperimenta, non come personalità fisica esteriore, ma come corpo astrale, veicolo dei sentimenti e delle sensazioni; il corpo astrale è anche il veicolo di capacità creatrici; la pietà, la carità emanano pure dal corpo astrale. E il Cristo Gesù poteva essere appunto quell’Entità misericordiosa che ci vien descritta, perchè aveva il corpo astrale del Gesù Nathanico. Luca perciò dirige lo sguardo fin da principio sull’aspetto misericordioso, su ciò che il Cristo Gesù può operare, perchè porta in sè quel corpo astrale.
E lo scrittore del Vangelo di Giovanni volge lo sguardo sul fatto, che l’interiorità dello Spirito solare, l’attività più sublime che possa venire esercitata sulla Terra, viene condotta in giro fra gli uomini per il tramite di Gesù. Egli poco si cura della vita fisica, ma volge lo sguardo su ciò che vi è di più elevato, sul puro Logos solare, e il Gesù fisico non è per lui che il mezzo di seguire l’azione del Logos solare nell’umanità. Ed egli mantiene il suo sguardo fissato fin dal principio sempre sul medesimo punto.
Noi uomini, quando dormiamo, guardiamo i nostri involucri esteriori, il corpo fisico e il corpo eterico. In questi due arti vivono tutte le forze che provengono dalle entità divine spirituali, le quali da milioni e milioni di anni hanno lavorato per edificare questo tempio, il corpo fisico. Abbiamo vissuto in questo tempio fin dall’epoca lemurica – e sempre più lo abbiamo peggiorato. Ma originariamente esso ci è pervenuto attraverso le epoche di Saturno, sole e luna. Vivevano e tessevano in esso allora delle nature divine. E quando consideriamo il nostro corpo fisico, possiamo dire: esso è un tempio, che ci hanno preparato gli Dei, – quegli Dei, i quali dalla materia solida ci hanno voluto preparare questo tempio. – E nel corpo eterico abbiamo dinanzi a noi qualcosa che contiene in sè indubbiamente le sostanzialità più sottili dell’entità umana; però l’uomo non le può vedere, perchè per causa delle influenze luciferiche e arimaniche egli non è capace di vederle. In questo corpo eterico vive pure quello che appartiene al sole; risuona in esso ciò che agiva come armonia delle sfere, – ciò che degli Dei si può percepire dietro al mero fisico. Possiamo dire perciò: nel corpo eterico vivono delle Divinità elevate – quelle appunto che sono affini agli Dei solari. – Consideriamo così il corpo fisico e il corpo eterico come gli arti più perfetti del nostro essere. Quando li abbiamo abbandonati, nel sonno, quando essi si sono staccati da noi, sono compenetrati e contessuti dell’azione di entità divine.
Lo scrittore del Vangelo di Matteo fissò principalmente la sua attenzione fin dal principio sul corpo fisico di Gesù, e continuò a osservare con speciale cura il corpo fisico anche nel Cristo Gesù. Il corpo fisico materiale del Gesù di Matteo non esisteva più, era stato abbandonato al dodicesimo anno. Ma la parte divina, le forze di esso, erano passate nell’altro corpo fisico, in quello del Gesù nathanico. Perciò questo corpo fisico di Gesù di Nazareth era così perfetto, perchè egli aveva pervaso il proprio corpo delle forze portate seco dal corpo del Gesù salomonico. Ora rappresentiamoci lo scrittore del Vangelo di Matteo che volge lo sguardo sul Gesù morente sulla croce; egli sempre ha diretto il suo sguardo su ciò che sopratutto deve osservare, su ciò che fin dal principio egli ha preso come suo punto di partenza. La parte spirituale abbandona ora il corpo fisico – e con quella anche ciò che di divino vi era stato portato. Lo scrittore del Vangelo di Matteo ha diretto lo sguardo sulla separazione dell’interiorità del Cristo Gesù da questa parte divina che era nella natura fisica. Ed egli modifica le antiche parole dei misteri che risuonavano sempre, allorchè per poter guardare nel mondo spirituale, la natura spirituale dell’uomo usciva dal corpo fisico; le parole: «Dio mio, Dio mio, come mi hai glorificato!» e invece dice, guardando il corpo fisico: «Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato!» Tu mi hai lasciato! Questo abbandono si verifica in quel momento. – E lo scrittore del Vangelo di Matteo ha diretto principalmente il suo sguardo su quel momento, su quell’«abbandono».
Ma lo scrittore del Vangelo di Marco descrive come le forze esteriori dell’Aura solare si vadano avvicinando – come l’Aura solare, il corpo dell’Essere solare si unisca al corpo eterico. Il corpo eterico sta nella medesima condizione in cui il nostro corpo eterico sta durante il sonno. Come nello stato di sonno le forze esteriori escono con noi, così nella morte fisica di Gesù esse pure uscirono. Perciò si trovano le medesime parole nel Vangelo di Marco.
Lo scrittore del Vangelo di Luca dirige pure il suo sguardo nel momento della morte del Cristo Gesù su ciò verso cui fin da principio lo ha diretto: sul corpo astrale e sul veicolo dell’Io. Egli perciò non ci dice le medesime parole. Luca rileva principalmente i fatti che si riferiscono al corpo astrale, il quale sperimenta in quel momento la massima sua esplicazione di pietà e di amore. Ed egli registra perciò le parole: «Padre, perdona loro; poichè non sanno quel che si fanno!» Queste sono parole di amore che possono provenire soltanto dal corpo astrale, a cui lo scrittore del Vangelo di Luca ha mirato fin dal principio. E ciò che può esservi di umiltà e di rassegnazione emana al massimo grado da questo corpo astrale, sul quale fin all’ultimo Luca dirige il suo sguardo. Perciò le parole di chiusura: «Padre nelle tue mani raccomando il mio spirito».
E Giovanni descrive quello che è bensì tratto dalla Terra, ma che dagli uomini deve venir attuato nell’ordinamento terrestre; cioè, il significato dell’ordinamento terrestre che risiede nella Parola solare. Egli, considera perciò principalmente tutta quell’azione ordinatrice che il Cristo esplicò dalla croce sul Golgotha. Egli ci descrive come in quel momento il Cristo stabilisca una fratellanza superiore a quella che si basa sulla consanguineità. Le fratellanze si basavano prima sulla parentela del sangue. – Maria è la madre, che il bambino aveva come madre di sangue. Ciò che deve riunire un’anima all’altra nell’amore viene stabilito per mezzo del Cristo Gesù. Al discepolo che Egli ama non dà la madre carnale, sibbene gli dà nello Spirito la propria madre. Rinnovando così antichi legami – che erano andati perduti per l’umanità – risuonano dalla croce nel nuovo senso le parole: «Ecco il tuo figliolo» ed «Ecco la madre tua!» La virtù ordinatrice, che fondava nuove comunità, è, quella che, come senso dell’etere vitale ordinatore della vita, fluisce nella Terra, per mezzo dell’azione del Cristo.
Abbiamo così un fatto – il fatto del Cristo – dietro a tutto ciò che i Vangeli descrivono. Ma ognuno descrive dal punto di vista adottato fin dal principio, perchè la mente di ogni Evangelista era occupata in modo, che egli doveva dirigere lo sguardo chiaroveggente verso ciò a cui era preparato, – sicchè non ascoltava il resto. Dobbiamo perciò dire a noi stessi: questo evento universale non deve sembrarci contradittorio perchè vien descritto da quattro diversi aspetti, anzi, impariamo appunto a conoscerlo soltanto quando siamo capaci di abbracciare tutti e quattro gli aspetti diversi. E troviamo allora completamente naturale che la professione di fede di Pietro, a cui ieri abbiamo accennato, si trovi soltanto nel Vangelo di Matteo e non negli altri Vangeli. Marco descrive il Cristo come la Forza solare, come la Forza universale cosmica che agisce in modo nuovo sulla Terra. Marco descrive dunque la forza maestosa dell’Aura solare nelle sue attività elementari. E il Vangelo di Luca, nel mentre descrive l’interiorità del Cristo Gesù, ne descrive il corpo astrale – descrive principalmente la singola individualità umana, come l’uomo viva di per sè; perchè l’uomo vive di per sè nel corpo astrale; in questo egli ha ciò che gli è più intimamente proprio, in questo egli cresce in sè stesso. Nei riguardi del corpo astrale l’uomo non ha tendenza a formare delle comunità.
La forza formativa di comunità, per mezzo della quale l’uomo si mette in relazione con gli altri uomini, sta nel corpo eterico. Luca non ha perciò nessuna occasione, nessuna ragione di parlare di alcuna comunità in via di formazione. E tanto meno ne ha l’occasione il descrittore dell’Entità-Io, lo scrittore del Vangelo di Giovanni. All’incontro lo scrittore del Vangelo di Matteo, il quale ci descrive il Cristo Gesù come uomo, ha speciale ragione di descrivere anche quei rapporti, che si palesano come conseguenze umane del fatto, che una volta Dio ha vissuto in una forma umana. Ciò che Dio, come uomo fra gli uomini, ha potuto allora fondare di rapporti fra gli uomini stessi, rapporti che formarono ciò che si può definire «una comunità», una totalità organica, ha dovuto specialmente essere descritto da quell’Evangelista, il quale descrive il Cristo nella sua natura più umana; perchè egli ha diretto lo sguardo fin da principio sull’azione, che il Cristo esplica come uomo, per mezzo di ciò che attinge dal corpo fisico e dal corpo eterico. Se abbiamo sviluppato la comprensione interiore, troveremo assolutamente naturale che queste parole tanto discusse si trovino soltanto nel Vangelo di Matteo. E se esaminiamo le molte discussioni degli odierni teologi di ogni sfumatura su queste parole del Vangelo di Matteo troveremo, che le ragioni addotte in favore o contro l’accettazioni di esse sono sempre di carattere peculiare e unilaterale, – ma da nessuna parte ci si rivela una comprensione del loro significato più profondo. Coloro che le respingono, lo fanno, perchè la comunità esteriore della Chiesa cattolica le travisa, perchè l’organizzazione esteriore della Chiesa cattolica è stata fondata su quelle. Di esse può essere stato fatto in questo modo un cattivo uso, ma ciò non dimostra affatto che esse siano state interpolate nel Vangelo a favore della Chiesa cattolica. Coloro che le oppugnano, in ultima analisi, non sanno addurre niente di speciale in contrario, perchè essi non ne vedono lo snaturamento. Questi signori si trovano allora in una strana situazione. Uno di essi afferma: che il Vangelo di Marco è il più originale dei quattro Vangeli; che poi vi si sono aggiunti i Vangeli di Matteo e di Luca, che sono stati copiati in un determinato modo dal Vangelo di Marco, e ampliati: e che sarebbe ormai evidente, poichè lo scrittore del Vangelo di Matteo ha copiato, che egli abbia aggiunto varii particolari – e così pure lo scrittore del Vangelo di Luca. Allo scrittore del Vangelo di Matteo è venuto in mente, perchè desideroso di appoggiare la comunità, di aggiungere le parole: «Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Comunità». – Indubbiamente rispetto a molte parole non serve la trasmissione del testo, perchè in certi antichi testi non si può dimostrare che vi siano queste o quelle determinate parole. Ma in quanto a queste parole del Vangelo di Matteo, esse vanno registrate come patrimonio sicuro dei Vangeli, perchè qui non vi è neppure una possibilità filologica di metterle in dubbio. Vi sono molte parole di cui la versione veramente complicata può farci dubitare; ma rispetto alle parole della professione di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo», e le altre parole: «Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Comunità e le porte dell’inferno non avranno forza contro di lei», dal punto di vista filologico non vi è niente da opporre. E difatti contro di esse non si fanno obiezioni. Non vi è nessun testo in cui si prestino a opposizioni. I testi trovati più recentemente avrebbero potuto forse offrire un campo all’opposizione, ma in questi appunto il passo in quistione non si può leggere, perchè quella parte del testo è molto guastata. Questo almeno è quello che risulta dalle ricerche filologiche. Naturalmente dovete attenervi a ciò che vien riferito da coloro che hanno visto questi manoscritti.
Non possiamo dunque mettere in dubbio l’esattezza della traduzione di queste parole. Anche la filologia esteriore ce ne garantisce l’esattezza ed è facile comprendere perchè esse siano conformi all’intiera natura del Vangelo di Matteo. In questo Vangelo vediamo il Cristo Gesù descritto proprio come uomo. E quando abbiamo acquistato questa chiave, ovunque ci volgiamo ci riesce facile comprendere il Vangelo di Matteo. E comprenderemo anche le parabole che Cristo Gesù narra ai suoi discepoli e a coloro che stanno fuori della cerchia dei medesimi.
Ieri abbiamo mostrato come l’uomo si evolva dal basso verso l’alto, come egli cresca fino all’anima cosciente, che si sviluppa come fiore nell’essere umano – come egli si sviluppi in modo da poter accogliere l’Impulso-Cristo che gli viene incontro. Ciò che vien dato durante le cinque epoche di cultura – il corpo eterico, il corpo astrale, l’anima senziente, l’anima razionale o affettiva, l’anima cosciente, – questi cinque arti della natura umana crescono dal basso verso l’alto; l’uomo può servirsene elaborandoli, sviluppandoli e adoperandoli in modo, da dar loro quel contenuto, che offra loro la possibilità – quando il giusto tempo è arrivato – di essere compenetrati dall’Impulso-Cristo. L’umanità può evolversi in modo, che nell’avvenire tutti gli uomini possano divenire partecipi del Cristo. Ma essi devono sviluppare questi cinque arti, dal basso verso l’alto, giustamente. Se trascurano di farlo, essi non diventeranno maturi ad accogliere il Cristo. Se attraverso le diverse incarnazioni essi non curano questi arti, se non li elaborano per accogliere il Cristo, allora il Cristo verrà, ma essi non potranno unirsi a Lui. Essi non hanno versato olio nelle loro lampade! Questi cinque arti possono anche essere lasciati senza olio. Tutti coloro che non hanno versato olio nelle loro lampade sono rappresentati, per mezzo di una bella mirabile parabola, dalle «cinque vergini stolte», le quali non avendo a tempo provvisto di olio le loro lampade non possono unirsi col Cristo; le cinque vergini però che hanno l’olio possono unirsi al momento giusto col Cristo.
Tutte queste parabole fondate sopra dei numeri gettano luce profonda su quell’Impulso che il Cristo potè portare all’umanità.
V’ha di più, a coloro che consideravano i suoi insegnamenti dall’esteriore, Egli dimostrava, che essi pure non consideravano molte cose esteriori da un mero punto di vista materiale, quali esse sono concretamente, ma che le consideravano come simboli di ben altro. Egli voleva richiamarli al loro proprio pensiero, al loro proprio modo di pensare. Egli si fece portare una moneta e mostrò loro l’immagine dell’Imperatore, per richiamare la loro attenzione sul fatto, che quella moneta esprimeva anche qualcosa di speciale, che non risiedeva nel semplice metallo, – esprimeva, cioè, l’appartenenza ad una speciale autorità, a un determinato sovrano. «Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare»; questo è di Cesare e ciò risiede nell’immagine, non nel metallo. – «Imparate» Egli ha voluto dire, – «a considerare anche l’uomo e ciò che è in lui come il veicolo e il tempio del Dio vivo. Considerare l’uomo come una moneta! imparate a vedere nell’uomo l’immagine di Dio, allora riconoscerete come l’uomo appartenga a Dio».
Ma queste parabole hanno tutte un aspetto più profondo di quello superficiale che ordinariamente vien loro attribuito. E si trova l’aspetto più profondo quando si sa, che il Cristo non adoperava le parabole come oggidì nella nostra epoca giornalistica si usa adoperarle; il Cristo le adopera in modo, che le trae dall’intiera natura umana; e che se l’uomo le meditasse e le estendesse all’intiera sua natura, sarebbe costretto sempre a fare tutto ciò che vuole fare, in modo adeguato a ogni singolo campo. Così pure sarebbe bene che agli uomini venisse dimostrato come basti che essi trasferiscano il loro pensiero da un campo a un altro, perchè una cosa che essi ritengono giusta possa invece palesarsi assurda.
Quando, per esempio, vi furono persone che cominciarono a escogitare tanti «miti solari» per il Buddha, per il Cristo ecc. la misura fu colma! (E oggi succede che si torna a rappresentare quelle figure come «miti solari»). Un tale finì per trovare la cosa assurda e disse: con questo metodo di applicare, in modo esteriore, delle immagini mitiche, dei segni stellari a ogni avvenimento importante, tutto può riuscir possibile. Se qualcuno dimostra che la vita del Cristo rappresenta un mito solare, per poi dedurne che il Cristo Gesù non è mai vissuto, si potrebbe allora dimostrare con lo stesso metodo, che non vi è stato mai un Napoleone; e questo si potrebbe dimostrare con facilità, dicendo: «Napoleone» porta il nome del Dio solare «Apollo». Orbene, la lettera «N», che precede il nome, non significa in Greco una negazione, sibbene un rafforzamento; perciò «Napoleone» sarebbe «N’Apollon» – anzi, una specie di «Super-Apollon». Si può procedere più oltre e scoprire una strana analogia. – Riflettete a ciò che lo scopritore della non esistenza di Gesù, il Professore tedesco di Filosofia, Drews, scopre come analogia per i nomi di Gesù, Giuseppe, Giasone, ecc. – Si potrebbe scoprire così una strana somiglianza fra il suono del nome della madre di Napoleone – Letizia – e quello della madre di Apollo – Latona, o Leto, in greco. – Si potrebbe dire inoltre che Apollo, il sole, ha attorno a sè dodici costellazioni: Napoleone aveva dodici Marescialli, che altro non sarebbero che espressioni simboliche per i segni zodiacali che circondano il sole. Ma non invano l’eroe del mito napoleonico ha appunto sei fratelli, sicchè Napoleone coi fratelli fa sette, che è anche il numero dei pianeti. Dunque Napoleone non è mai vissuto.
Questa è una satira molto spiritosa dei significati simbolici a cui oggidì si dà tanta importanza. Gli uomini in fondo non imparano mai niente; altrimenti dovrebbero sapere, che con quel medesimo metodo che viene oggi nuovamente applicato, già da molto tempo è stato dimostrato, per esempio, che Napoleone non è mai vissuto. Ma l’umanità non impara niente, poichè con quel medesimo metodo viene oggi nuovamente dimostrato che Gesù mai è vissuto.
Queste cose dimostrano indubbiamente la necessità di avvicinarsi con una preparazione, anzi con una preparazione interiore, a ciò che i Vangeli ci narrano del più grande evento del mondo. E dobbiamo renderci conto, che in questo appunto i seguaci della scienza dello Spirito possono facilmente errare. Anche il movimento teosofico si è servito qualche volta con poca serietà di simboli tratti dal mondo stellare. Volevo perciò dimostrare in questo ciclo di conferenze, in cui ho parlato anche del modo di rappresentare i grandi eventi dell’evoluzione dell’umanità per mezzo del linguaggio stellare, come realmente questo linguaggio stellare sia stato giustamente adoperato da coloro che comprendevano bene i rapporti dell’universo.
Avvicinatevi dunque con questa preparazione a ciò verso cui questi Vangeli convergono. Già ho indicato il battesimo, e la storia della vita e della morte, come due tappe dell’iniziazione. Non ho che da aggiungere, che il Cristo Gesù, dopo aver condotto i suoi discepoli dove essi potevano guardare l’uscita dell’essenza più intima dell’uomo nel Macrocosmo – la potevano seguire con lo sguardo attraverso la morte, – non ci presenta una risurrezione nel senso superficiale generalmente inteso. Sibbene nel senso generale del Vangelo di Matteo (prendete le parole, e comprendetele realmente!) come anche in quello del Vangelo di Giovanni è chiaramente dimostrato, che le parole di Paolo sono vere: egli ha visto il Cristo come Risorto, per mezzo dell’Evento di Damasco! Ed egli dice espressamente, che ha preso parte a ciò a cui gli altri fratelli, i dodici e i cinquecento avevano preso parte. Come egli ha visto il Cristo, così pure gli altri lo hanno visto dopo la Risurrezione. Questo ci viene esaurientemente indicato quando vien narrato nel Vangelo, che Maria di Magdala, la quale aveva visto il Cristo appunto due giorni prima, lo vede dopo la Risurrezione – e crede che Egli sia il giardiniere, perchè non lo ravvisa. Se Egli veramente fosse apparso tale quale Egli era due giorni prima, il fatto narrato sarebbe da escludersi: sarebbe un fatto anormale. Perchè a nessuno prestereste fede, che affermasse di aver visto un uomo e di non aver poi riconosciuto quella medesima figura due giorni più tardi. Dobbiamo dunque renderci chiaramente conto, che erasi effettivamente verificato un cambiamento. E se osserviamo attentamente i Vangeli, ci risulta evidente, che attraverso tutti gli eventi in Palestina, attraverso il Mistero del Golgotha, gli occhi dei discepoli si erano aperti, ed essi potevano riconoscere il Cristo, quale Egli era, come Spirito che vibra e pervade il mondo con la sua azione – come Egli era, dopo aver abbandonato il corpo fisico alla Terra, pur rimanendo la sua azione senza di quello altrettanto efficace per la Terra quanto lo era prima. Il Vangelo di Matteo dimostra questo esaurientemente – lo dimostra anche con le più importanti parole forse, che in genere si possano trovare in un documento antico. Ci indica chiaramente: che una volta vi era il Cristo in un corpo fisico umano, ma che questo evento non è un semplice evento. È una causa, un impulso; esso esercita un’azione. La Parola solare, l’Aura solare, di cui Zarathustra una volta ha parlato come di un Essere esistente al di fuori della Terra, è diventata, per mezzo della vita del Cristo Gesù, qualcosa che si congiunge alla Terra, si unisce ad essa, – e vi rimarrà unito. Prima non stava unito con la Terra ciò che dopo vi è rimasto unito.
A noi antroposofi si addice comprendere questo fatto. Da questo comprendiamo dunque, che il Cristo risorto era Colui, che come Spirito si era fatto conoscere agli occhi ormai dischiusi alla chiaroveggenza dei discepoli, e aveva indicato ad essi che, come Spirito, Egli poteva ormai pervadere l’esistenza terrestre: «Andate», diceva loro, «e raccogliete discepoli fra tutte le genti, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e delle Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quello che Io vi ho comandato! Ed ecco che Io sono con voi per tutti i giorni fino alla fine dell’epoca terrestre!» – La scienza dello Spirito deve farci comprendere ciò che allora è cominciato: cioè, che con l’Aura terrestre si è unita l’Aura solare e che questa è visibile per coloro, di cui l’occhio spirituale si è dischiuso – e questa Aura solare entro l’Aura terrestre che era divenuta visibile a Paolo, si può udire, quando si dischiude il nostro orecchio interiore in modo da poter udire la Parola solare, così come essa venne udita da Lazzaro, che era stato iniziato dal Cristo stesso. La scienza dello Spirito appunto deve servire a prepararci a comprendere questo fatto. La scienza dello Spirito è l’interprete di ciò che è successo nei riguardi dell’evoluzione spirituale del mondo. E come tale interprete, essa fonderà in realtà ciò che anche il Cristo Gesù – pure nel senso del Vangelo di Matteo – voleva fondare.
Alcune parole del Vangelo di Matteo vengono generalmente tradotte erroneamente – e cioè le belle e sublimi parole: «Non sono disceso su questa Terra per allontanare da essa la pace, bensì per allontanarne la spada». – Le più belle sublimi parole di pace pur troppo, nel corso del tempo, sono state volte nel senso opposto. È per liberare gradatamente la Terra da ciò che porta discordia, disarmonia nell’umanità, che l’Entità Cristo si è impressa nell’esistenza terrestre spirituale. E la scienza dello Spirito fonderà la pace, se essa potrà essere realmente cristiana in questo senso e unificare le religioni. Ed essa può unificare non soltanto ciò che sta nei paesi a noi più vicini; ma può veramente fondare la pace sull’intiero orbe terrestre, purchè comprenda l’opera del Supremo Fondatore della Pace. Non è certamente nel senso del più grande fondatore della pace, che degli uomini fanatici di una parte della Terra si recano in altra parte di essa per imporre un insegnamento cristiano ristretto, a un popolo intieramente diverso, il quale non possiede affatto condizioni adatte per quella speciale forma d’insegnamento cristiano che si è sviluppata presso altri popoli. È un grave errore voler trasportare ai nostri tempi l’insegnamento cristiano in Oriente, così come esso si è sviluppato da noi presso questo o quel popolo. Perchè noi antroposofi abbiamo spesso ripetuto, che il Cristo non appartiene soltanto ai «cristiani», che, in ultima analisi, Egli è la medesima Entità indicata da Zarathustra come Ahura Mazdao, e che i sette Rischis Indiani hanno indicato come Vicva Karman. Noi stiamo in Occidente, e sappiamo che si tratta del Cristo anche quando in Oriente vengono adoperate altre parole. Vogliamo comprendere il Cristo anche in modo, che questa comprensione sia compatibile con l’evoluzione dell’umanità, coll’ulteriore progresso degli uomini. E ci rendiamo chiaramente conto, che i documenti e le cognizioni che respingono il Cristo non possono darci nessuna spiegazione di lui; queste spiegazioni ci potranno esser date soltanto da quelle tradizioni, che in sè portano coscientemente l’influenza viva del Cristo. E sappiamo, che se ai popoli che negano il Cristo si parla in modo giusto di Vicva Karman e di Ahura Mazdao nel nostro senso cristiano, essi ci comprenderanno, purchè non
s’imponga loro nessun nome e che essi penetrino di per sè stessi alla comprensione del Cristo. Non vogliamo imporre ad essi il Cristo come nome, ci rendiamo conto, se siamo non soltanto antroposofi, ma occultisti, che non importano i nomi, ciò che importa è l’entità. Se ci potessimo convincere, che l’Entità che sta nel Cristo si può indicare con altro nome, lo si farebbe; perchè dobbiamo interessarci della verità – e non di ciò che preferiamo, perchè apparteniamo a un determinato paese della Terra e a un popolo speciale. Ma nessuno deve dire, che con mezzi inadatti (perchè si sono sottratti da sè all’influenza del Cristo) si possa comprendere il Cristo. Questo è impossibile per tutti. Si può trovare il Cristo anche presso le altre nazioni, ma lo si deve studiare con i mezzi che scorrono dal Cristo stesso. Nessuno può far colpa agli antroposofi, se essi si rifiutano di studiare il Cristianesimo con forme che non siano tratte dal Cristianesimo stesso. Non si può comprendere il Cristo con dei nomi orientali; allora non lo si vede affatto; si guarda attorno a Lui e si crede forse di vederlo. E come sarebbe se ci volessero costringere, sul campo antroposofico, a intendere il Cristo dal punto di vista orientale? Ci ribelleremmo a che il Cristo ci venisse portato dall’Oriente! Non potremmo permetterlo! Ci si vorrebbe costringere a trasportare l’Occidente in Oriente, e a formarci un concetto del Cristo corrispondente a quest’ultimo. Questo non può e non deve essere, – non per ragioni di avversione, ma perchè i concetti orientali, che hanno un’origine più antica, non bastano per comprendere il Cristo; poichè il Cristo non può assolutamente comprendersi se non per mezzo di quella linea di evoluzione in cui trovasi dapprima Abraham, e poi Mosè. Ma in, Mosè è penetrata l’entità di Zarathustra. E allora dobbiamo cercare ancora Zarathustra e vedere come estenda la sua influenza su Mosè; e dobbiamo cercare ancora Zarathustra, non negli antichi scritti dello Zarathustrismo, ma nella sua rincarnazione nel Gesù di Nazareth. È l’evoluzione che dobbiamo studiare! Così pure il Buddha non va da noi cercato dove egli era sei secoli prima della nostra èra, ma là dove il Vangelo di Luca ce lo mostra, e dove irradia dall’alto, dopo che da Bodhisattwa egli è diventato Buddha, e che risplende nel corpo astrale del Gesù di Luca. E là che troviamo il Buddha – e che lo impariamo a conoscere nel suo progresso.
Da questo vediamo come le religioni effettivamente concordino e collaborino veramente al progresso dell’umanità. Non si tratta di predicare soltanto delle massime della scienza dello Spirito, ma di trasformarle in sentimento vivo; – non si deve parlare semplicemente di tolleranza, mentre si è intolleranti, perchè si nutre una preferenza per un sistema speciale di religione; saremo tolleranti soltanto quando applicheremo a ognuno la sua propria misura e quando comprenderemo ognuno per quello che è. – Non è certo colpa nostra – nè è colpa di una nostra speciale preferenza – che i diversi sistemi di religione abbiano visibilmente collaborato a formare il cristianesimo. Veramente nelle altezze spirituali, dove hanno agito le grandi entità spirituali, le cose sono andate diversamente che fra i loro seguaci sulla Terra. Questi seguaci sulla Terra, per esempio, hanno riunito un concilio nel Tibet, per prendere il nome del Buddha come punto di partenza per una dottrina ortodossa, e hanno fatto questo proprio all’epoca, in cui il vero Buddha è disceso per ispirare il corpo astrale del Gesù di Luca. Così succede sempre: i seguaci sulla Terra giurano soltanto su ciò che ha un effetto sulla Terra; gli esseri divini però proseguono nel frattempo la loro azione, perchè l’umanità possa progredire. Ma il miglior modo di progredire per l’umanità, è quello di comprendere i suoi Dei – è quello di cercare di seguire, sotto al loro sguardo, la loro medesima via di progresso. Questo deve darci un sentimento vivo, una comprensione viva per ciò che abbiamo veduto nei diversi Vangeli.
Avete visto che in ognuno dei tre Vangeli abbiamo potuto vedere qualcosa di diverso. Quando studieremo il Vangelo di Marco ci si rivelerà una cosmologia profondamente intima, perchè Ahura Mazdao, il quale agisce attraverso tutti gli spazii, può effettivamente essere descritto nel suo giusto rapporto dal Vangelo di Marco; così come i segreti del sangue umano, i rapporti ereditari dell’individuo con il popolo dal quale proviene, si affacciano davanti all’anima nelle descrizioni del Vangelo di Matteo.
Accogliete ciò che ho potuto descrivere in questi giorni come uno degli aspetti dell’evento del Cristo, e rendetevi conto che, con ciò, tutto non è stato affatto detto. Oggidì non è forse ancora tempo di dire tutto quello che è possibile dire, sia pure nei circoli più ristretti, intorno a questi grandi misteri. Quello che di meglio però può affluirci da questa descrizione degli eventi, si è, che si accolgano questi ultimi non soltanto con la nostra ragione e con il nostro intelletto, ma che si uniscano con le fasi più intime della vita della nostra anima, con l’intiero nostro atteggiamento e tutto il nostro cuore – e che in noi continuino a vivere. Le parole dei Vangeli sono parole, che se le imprimiamo nel nostro cuore, vi si trasformano in forze che ci compenetrano; esse sviluppano mirabile forza vitale quando le comprendiamo veramente. Vedremo che questa forza vitale vien da noi trasportata nella vita. E oggi, mentre mi trovo costretto, in quanto a questo ciclo, a dire l’ultima parola sul Vangelo di Matteo, vorrei specialmente insistere su ciò che già altre volte ho detto alla fine dei nostri cicli estivi – prendendo ora però come punto di partenza questo documento più umanamente bello delle tradizioni cristiane, il Vangelo di Matteo.
– Che cosa si presenta a noi in particolare nel Vangelo di Matteo, poichè in esso, fin da principio, viene particolarmente considerata l’umanità del Cristo Gesù?
Per quanto grande possa ammettersi la distanza fra un uomo qualsiasi sulla Terra e quello speciale uomo che ha potuto accogliere il Cristo, pur nondimeno, nel Vangelo di Matteo – se lo si considera con umiltà – ci si palesa ciò che un uomo vale, e di che l’uomo sia degno. Perchè per quanto la nostra natura, a seconda della posizione che occupiamo nel mondo, possa essere molto, ma molto lontana dalla natura di Gesù di Nazareth, possiamo tuttavia dire: portiamo in noi la natura umana, e questa natura umana si palesa in modo, che essa può accogliere il Figliolo di Dio, il Figlio del Dio vivo; di guisa che da questo accoglimento può risultarci la promessa, che il Figliolo di Dio possa ormai rimanere unito all’esistenza terrena spirituale, e che quando la Terra sarà giunta alla sua mèta, tutti gli uomini saranno compenetrati dalla sostanza-Cristo e dall’essenza-Cristo, per quel tanto che essi stessi nel loro intimo desidereranno di esserlo. Occorre umiltà perchè ci sia permesso avere questo ideale: perchè se non lo coltiviamo in umiltà esso ci rende superbi, presuntuosi, ci fa pensare soltanto a ciò che come uomini potremmo essere – e non ci si ricorda abbastanza di quanto poco finora siamo stati capaci di offrire. Dobbiamo sperimentare quell’ideale con umiltà. Se lo comprendiamo in questo modo, ci appare così grande e possente, così maestoso e penetrante nel suo splendore, che esso ci richiama seriamente all’umiltà; ma quell’umiltà non può deprimerci, perchè il nostro sguardo penetra nella verità di questo ideale. E se ne penetriamo la verità, allora, per piccola che sia la forza in noi, pur nondimeno essa ci eleverà sempre più in alto, sempre più verso la nostra mèta divina.
Nel mio dramma: «Il Mistero dei Rosacroce» troviamo toccate tutte le corde che occorrono per arrivare; una prima volta, nella seconda scena, quando Johannes Thomasius si trova sotto l’impressione delle parole «Uomo, conosci te stesso» e l’altra volta, quando sotto l’impressione delle parole «Uomo, sperimenta te stesso!», egli viene sollevato giubilante negli spazii mondiali. Se teniamo presente tutto questo potremo anche meglio comprendere la maestà e la grandezza che si presentano a noi nel Gesù del Vangelo di Matteo; quella maestà e quella grandezza c’invitano all’umiltà, rivelandoci la nostra piccolezza; esse ci indicano però pure l’intima verità e l’intima realtà, che può sottrarci all’abisso della nostra piccolezza, rivelandoci ciò che dobbiamo essere, ciò che potremo divenire. E se, arrivati alla conoscenza, di fronte a ciò che la grandezza divina umana può essere nell’uomo, ci sentiremo qualche volta profondamente scossi, dovremo nondimeno, se abbiamo la buona volontà di sperimentare qualcosa dell’Impulso divino, del «Figliolo del Dio vivo», ricordarci del Cristo Gesù; il quale, allorchè come uomini possiamo sperimentare questo Io di cui Egli è il massimo rappresentante, ci ha Egli stesso ammoniti, lanciandoci attraverso tutti i tempi avvenire in forma lapidaria le parole «Uomo, sperimenta te stesso!» Quando comprenderemo in questo modo la parte umana del Vangelo di Matteo (questa è anche la ragione per cui sentiamo questo Vangelo come a noi più vicino) ci affluirà da esse il coraggio per vivere, la forza e la speranza per sostenerci anche nel lavoro della nostra vita; comprenderemo allora meglio ciò che queste parole dovevano essere.
Prendete con voi queste parole per meditarle. Pochi accenni soltanto è possibile dare, ma ai vostri cuori e alle vostre anime spetta il compito di estrarne il significato più profondo. E di questo potete essere convinti: quelle parole, in quanto colgono la giusta interpretazione dell’evento del Cristo sono doppiamente viventi. E scoprirete molto in queste parole se ne lasciate risuonare l’eco nei vostri cuori, anzichè affidarle semplicemente alla memoria esteriore. – Ciò che è stato detto deve servire di suscitamento. Cercate i risultati, gli effetti di questo suscitamento nel vostro proprio cuore. Può darsi allora che scoprirete in quelli qualcosa di affatto diverso, da ciò che qui ci è stato detto, o che in questo breve tempo avete scoperto. Con questo augurio, anche in questo ciclo, vi dico «arrivederci».
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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